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Gianfranco Maria Chiti (Gignese, Italia, 1921 - Roma, Italia, 2004)

il generale che salvò la vita di oltre 200 partigiani ed ebrei perseguitati

Gianfranco Maria Chiti nacque il 6 maggio 1921 a Gignese, un piccolo comune affacciato sul Lago Maggiore. Figlio di un musicista, trascorse parte della sua infanzia in Inghilterra, dove suo padre lavorava come primo violino della Filarmonica di Londra. Tornato in Italia, si stabilì con la famiglia a Pesaro, dove completò gli studi ginnasiali. Fin da giovane fu animato da un forte senso del dovere patriottico, che lo portò a intraprendere la carriera militare. Il 30 ottobre 1936, a soli quindici anni, entrò nel Collegio Militare di Roma, per poi proseguire la sua formazione presso l'Accademia Militare di Modena, dove fu ammesso il 1º novembre 1939.

Il 20 aprile 1941, in piena Seconda guerra mondiale, Chiti completò la sua formazione uscendo dall'Accademia con il grado di sottotenente dell'Arma di Fanteria. Venne quindi assegnato al 3º Reggimento della 21ª Divisione Fanteria "Granatieri di Sardegna". Nei primi mesi del 1942 fu inviato in Slovenia per partecipare alle operazioni contro la resistenza jugoslava e, successivamente, fu trasferito sul fronte orientale, in Russia, come parte dell'8ª Armata italiana (ARMIR). Nel corso della Seconda battaglia difensiva del Don e dell'offensiva Ostrogožsk-Rossoš', si distinse per il coraggio dimostrato, tanto da meritarsi la medaglia di bronzo al valore militare. Durante la rovinosa ritirata dell'ARMIR, Chiti rimase costantemente accanto ai pochi superstiti della sua compagnia, subendo anche un principio di congelamento a entrambe le gambe. «Quando vedevo i corpi dei miei giovani compagni riversi senza vita – scrisse Chiti in una memoria, come evidenziato da Avvenire – mi veniva l’istinto di inginocchiarmi e baciarli, perché morivano per colpe di altri, perché erano stati strappati alle loro famiglie, portati in territorio lontano a morire. Vedevo in loro l’immagine del Redentore, perché anche la guerra è effetto dei peccati nel mondo».

Rientrando in Italia, l’annuncio dell’armistizio dell'8 settembre 1943 lo colse mentre si trovava nella parte settentrionale del paese. L’armistizio di Cassibile, che prevedeva la resa incondizionata del Regno d’Italia agli Alleati, portò allo sfaldamento dell'esercito e a una profonda crisi di coscienza per molti ufficiali. Come riportato da Dicasteri delle Cause dei Santi, Chiti, fedele al giuramento prestato, scelse di aderire alla Repubblica Sociale Italiana (RSI), non per convinzione ideologica, ma per senso del dovere nei confronti dei suoi uomini e della patria. Assunse il comando di un reparto dei Granatieri di Sardegna operante nel Nord Italia mantenendo sempre un codice d'onore improntato all'umanità.

Fu proprio in questo contesto che si distinse per il suo eroismo silenzioso: pur appartenendo alle forze della RSI, mise in atto una serie di operazioni per salvare ebrei e partigiani dalla deportazione e dalla fucilazione. Secondo numerose testimonianze, riuscì a sottrarre oltre duecento partigiani alla morte, organizzando un fittizio "corso di arruolamento" nei Granatieri di Sardegna e garantendo loro una via di fuga. Inoltre, favorì la protezione e la salvezza di diverse famiglie di fede ebraica, gesto che gli valse l’iscrizione al Libro dei Giusti della Sinagoga di Torino. In un periodo in cui il rispetto della vita umana era sempre più raro, il suo silenzioso e rischioso operato rappresentò una straordinaria eccezione.

Alla fine della guerra, Chiti venne arrestato per la sua adesione alla RSI e imprigionato. Durante la detenzione mantenne una condotta dignitosa, senza mai rinnegare il proprio passato, ma con la consapevolezza delle scelte difficili che aveva dovuto compiere. Nel 1948 fu reintegrato nell'Esercito Italiano con il grado di tenente e riprese la carriera militare. Nel corso degli anni ricoprì incarichi di rilievo, tra cui quello di comandante del 4º Battaglione Meccanizzato e Corazzato e vicecomandante del 1º Reggimento Granatieri di Sardegna. Dal 1969 al 1970 prestò servizio come vicecomandante presso la Scuola Allievi Sottufficiali di Viterbo, assumendone il comando dal 1973 al 1978. In quello stesso anno venne promosso generale di brigata, ma, anziché proseguire la carriera, decise di congedarsi dall'esercito per abbracciare una nuova vocazione.

Lasciate le armi, scelse infatti di dedicarsi interamente alla vita religiosa. Il 22 ottobre 1978 entrò nel convento dei Frati Minori Cappuccini di Rieti, iniziando il noviziato. Il 12 settembre 1982, all'età di 61 anni, fu ordinato sacerdote dal vescovo Francesco Amadio, assumendo il nome di padre Gianfranco Maria da Gignese. In questa nuova veste si dedicò con instancabile energia all'attività pastorale e alla carità, incarnando i valori di umiltà e servizio che lo avevano sempre guidato. Nel 1990 si impegnò personalmente nella ricostruzione dell'antico convento di San Crispino da Viterbo a Orvieto, trasformandolo in un luogo di preghiera e accoglienza.

Padre Gianfranco Chiti continuò il suo ministero sacerdotale fino al 2004, quando, a seguito di un grave incidente stradale, venne ricoverato all'ospedale militare del Celio a Roma. Qui si spense il 20 novembre dello stesso anno. Il 24 gennaio 2024 è stato proclamato venerabile da Papa Francesco.

Giardini che onorano Gianfranco Maria Chiti

Gianfranco Maria Chiti è onorato nel Giardino di Napoli - Giardino dei Giusti militari.

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