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Inchiesta sul falso Schindler

Storia di Eugene Lazowski

Eugene Lazowski

Eugene Lazowski © Museo regionale di Stalowa Wola

Nel 2019, la giornalista Barbara Necek ha diretto À la recherche du Schindler polonais, straordinario documentario che racconta la storia di Eugene Lazowski, un uomo che salvò numerosi polacchi durante la Seconda guerra mondiale, trasformato in salvatore di ebrei da una leggenda che ancora resiste. Per K., ripercorre la genesi e il dietro le quinte della realizzazione del film e la storia di una fake news storica che continua a ripresentarsi.

Nata in Austria da genitori polacchi fuggiti dal comunismo nel 1973, ho avuto la fortuna di crescere in un buon contesto famigliare.

Mia nonna paterna, Maryja Necek, che non ho mai conosciuto, nascose una giovane donna ebrea per più di un anno, rischiando la propria vita e quella della sua famiglia nella Polonia occupata durante la guerra. Fuggita da un treno diretto ad Auschwitz, la giovane donna si rifugiò nella casa di famiglia a Klaj, un piccolo villaggio a 30 km da Cracovia, nelle campagne polacche. Durante il giorno, Lusia si nascondeva in una piccola stanza nella soffitta della casa, che lasciava poi di sera per cenare con la famiglia. Neanche mio nonno, che era via per lavoro durante la settimana, era a conoscenza della sua esistenza. Questi fatti mi sono stati raccontati da mia zia, che allora aveva 8 anni.

Lusia rimase nascosta per più di un anno e sopravvisse all’Olocausto. Nella Cracovia del dopoguerra, trovò lavoro in una farmacia. Scomparsa in giovane età alla fine degli anni ‘50, Lusia ha portato con sé tutti i suoi segreti e quindi anche le prove dell’incredibile coraggio di mia nonna. Maryja Necek è una di quelle persone Giuste che rimarranno per sempre nell’ombra. È infatti impossibile che lo Yad Vashem la riconosca tale senza che la persona salvata o i suoi discendenti ne facciano richiesta e presentino delle prove.

Serve dunque che dica che questa storia mi ha sempre resa orgogliosa?

Questa storia spiega probabilmente il motivo per cui mi ci è voluto molto tempo prima di affrontare la questione dell’esistenza dell’antisemitismo polacco. A mio avviso, i fronti erano chiari: i criminali antisemiti erano i tedeschi e gli austriaci; le vittime, i “buoni”, erano i polacchi e tutti gli altri popoli che soffrirono sotto il giogo nazista dal 1938 in poi.

È stato un grande shock quando sono arrivata a Parigi all’età di 20 anni per i miei studi. Negli anni ‘90, capitava spesso che i francesi parlassero dell’Anschluss e del passato oscuro dell’Austria, unica parola che sembravano ricordare dalle loro lezioni di tedesco. Anche se era sgradevole assumere regolarmente l’identità di una persona che proveniva da un Paese di “nazisti”, pensavo che la mia seconda identità, quella di polacca, mi avrebbe redenta. Ma con mia grande sorpresa, non era così. I francesi avevano una pessima considerazione dei polacchi in questo senso. Un giorno, mi ritrovai a una festa dove per l’ennesima volta si parlava di quel passato. Non sapendo nulla della mia storia, una delle ospiti si lanciò in una diatriba su “quegli austriaci fascisti e antisemiti” finché non le fu fatto notare che ero originaria di quel Paese. Confusa, mi rispose a mo’ di scusa: “Comunque sia, non saranno mai antisemiti come i polacchi”. Risposta che ovviamente non mi è stata di aiuto.

Che dire allora di quei polacchi che, come mia nonna, rischiarono la loro vita e quella delle loro famiglie per salvare gli ebrei? Se controllate il registro dei Giusti tra le Nazioni, vedrete che la Polonia è il Paese con il maggior numero di Giusti nel mondo. Oggi sono quasi 7.000. Ma nessuno di loro è noto quanto Oskar Schindler, il ricco industriale tedesco, membro del partito nazista, immortalato nel film Schindler’s List di Steven Spielberg del 1993. Grazie a questo, Schindler, che salvò 1.200 persone facendole lavorare nelle sue fabbriche, è diventato probabilmente il Giusto più famoso al mondo.

Due medici polacchi che hanno salvato 8.000 ebrei!?

Nell’ottobre del 2015, Sophie Jeaneau, amica e produttrice francese, mi ha mostrato un articolo presente sul sito di Le Figaro intitolato “Villaggio polacco salvato dai nazisti grazie a una falsa epidemia”, che ha suscitato la mia curiosità. Diceva che due medici polacchi avevano protetto ben “8.000 uomini, donne e bambini ebrei” durante la Seconda guerra mondiale nel villaggio di Rozwadow, vicino a Stalowa Wola, città industriale nel sud-est del Paese. I due medici erano Eugeniusz “Eugene” Lazowski e Stanislaw Matulewicz.

Il loro metodo era ingegnoso: inoculando pazienti sani con un batterio innocuo, ottenevano falsi positivi al test in uso all’epoca. I tedeschi erano spaventati a morte dal tifo, mettevano in quarantena le zone infette ed evitavano di andarci per confiscare alimenti o deportarne gli abitanti. Fu così che, secondo le fonti da me consultate, 8.000 persone nella zona di Rozwadow vennero salvate. La maggior parte delle quali, ebrei.

La storia era incredibile! Quasi 8.000 ebrei salvati, sei volte tanto il numero di persone salvate dal famoso Oskar Schindler! Questo numero sembrava sorprendentemente alto ma, dopo tutto, erano accadute storie incredibili nei travagliati anni della Seconda guerra mondiale... Volevo crederci. Pensavo quindi di avere la mia storia, quella che mi avrebbe consentito di girare un film che avrebbe cambiato il modo in cui il mondo guardava la Polonia e la sua reputazione di Paese fondamentalmente antisemita.

Dopo una rapida occhiata online, ho trovato molti articoli in polacco, inglese, francese, italiano e spagnolo che riportavano le stesse informazioni. Persino il sito della Jewish Virtual Library aveva dedicato una pagina al dottor Lazowski e alla sua impresa. Il mio riferimento cardine è stato un articolo del Chicago Sun Times dell’agosto del 2001 intitolato “Chicago’s Schindler”, che sosteneva nero su bianco che Lazowski e Matulewicz avevano salvato 8.000 persone, fra ebrei e non ebrei, dalla deportazione nei campi da parte dei nazisti. Fra le altre cose, l’articolo si basava su un’intervista allo stesso medico, scomparso nel 2006 a Chicago, dove era emigrato e aveva passato i suoi ultimi anni di vita.

Prima delusione

La mia indagine personale è cominciata con una semplice telefonata al museo di Stalowa Wola che, secondo Le Figaro, aveva organizzato una mostra sui due medici. All’altro capo del filo c’era la curatrice, Aneta Garanty, che si ergeva a custode della memoria di Lazowski, “l'eroe della città”. Non sono stata la prima cineasta a interessarsi alla storia del medico: diverse equipe televisive, tra cui una tedesca e una giapponese, avevano già preso contatto con il museo, ma non si era concretizzato nessun progetto di documentario. Sono anche venuta a sapere che nel 2000 una troupe televisiva americana diretta da un certo Ryan Bank aveva girato a Rozwadow, con il medico stesso. Ma nessuno ne ha mai visto il risultato. Avevo dunque l’onore di girare il primo film su questo Giusto polacco così poco noto.

Ma Aneta ha subito infranto il mio sogno, perché riteneva che nulla permettesse di affermare con certezza che i due medici avessero salvato 8.000 ebrei a Rozwadow durante la guerra. Nonostante tutte le ricerche condotte dal museo in questione, non era mai stato trovato alcun testimone.

Ne sono rimasta molto delusa, ma non mi sentivo sconfitta. E se il museo si fosse sbagliato? Volevo assolutamente condurre un’indagine seria e approfondita e trovare prove a sostegno della storia che sognavo di raccontare su quel Giusto di cui il mondo non era ancora a conoscenza.

Ho divorato i documenti che la curatrice è stata così gentile da inviarmi e soprattutto l’autobiografia di Eugene Lazowski, scritta nel 1993 negli Stati Uniti, dove era andato in esilio nel 1958. Da tempo fuori stampa, il libro s’intitolava The Private War - Memoirs of a Doctor Soldier 1939-45. Speravo di trovarvi qualche indizio che confermasse la mia storia.

Il libro racconta la storia di un patriota polacco, un ragazzo di buona famiglia, nato nel 1913 e orgoglioso dell’indipendenza ottenuta dal suo Paese nel 1918 dopo la Grande Guerra. Fin dall’inizio della sua storia, Lazowski mostra empatia per i suoi connazionali ebrei sottoposti a discriminazione e violenza nella Polonia degli anni ‘30. Alcune università introducevano un numerus clausus al fine di limitare il numero di studenti ebrei, per esempio. Nelle aule, venivano loro assegnati dei posti affinché non si mischiassero con gli altri e i gruppi nazionalisti polacchi ingaggiavano lotte contro di loro e contro chi li difendeva. Nel suo libro, Lazowski condanna fermamente questo antisemitismo e afferma persino di essersi rifiutato di rispettare la regola dei “banchi del ghetto”.

Con l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista, Lazowski venne mobilitato come medico al fronte. Ebbe un posto in prima fila nella débâcle dell’esercito polacco. Fu fatto prigioniero dai sovietici che invasero il Paese da est il 17 settembre 1939, ma riuscì a fuggire da un convoglio diretto in URSS. Dopo un periodo di clandestinità con i genitori a Varsavia, Eugene trovò lavoro come medico di campagna nel piccolo villaggio di Rozwadow, a tre ore dalla capitale. Ed è lì che giunse nella primavera del 1941 con la moglie Maria. Rozwadow era allora una tipica cittadina del sud della Polonia, con circa il 60% di ebrei. C’erano sinagoghe, macellerie kosher, scuole ebraiche e persino due squadre di calcio ebraiche. Ma quando il giovane medico arrivò, la vita della cittadina era già stata trasformata dall’occupazione. Sebbene a Rozwadow non ci fosse un vero e proprio ghetto, gli ebrei erano agli arresti domiciliari, costretti quotidianamente dai soldati tedeschi ai lavori forzati. L’occupazione li costrinse a distruggere la loro sinagoga.

Testimone di questi atti quotidiani di repressione nei confronti dei polacchi, ma anche degli ebrei, Lazowski si occupava clandestinamente dei vicini ebrei anche se gli veniva formalmente vietato. L’opportunità di resistere ai nazisti si presentò all’arrivo nella regione di un medico, Stanislaw Matulewicz, giunto da Varsavia. Ricercatore nell’anima, scoprì nel suo piccolo laboratorio segreto che inoculando un batterio innocuo per l’organismo umano, l’OX 19, i test del tifo dell’epoca davano falsi positivi. Per i due medici, questa scoperta divenne un’arma incredibile: creando una falsa epidemia di tifo, potevano tenere a bada i tedeschi e impedire loro di rubare quote di cibo e deportare persone per i lavori forzati nel Reich. L’“operazione tifo” venne lanciata in tutta segretezza da Lazowski e Matulewicz nell’inverno del 1941-42. Nessuno, nemmeno i pazienti vaccinati con il batterio OX 19, sapeva della loro iniziativa. Nel 1977, i due medici pubblicarono un articolo riguardante la loro falsa epidemia sulla rivista scientifica dell’American Society for Microbiology.

La vera domanda a questo punto è: c’erano degli ebrei fra i vaccinati, e quanti?

Lazowski stesso risponde a questa domanda nel suo libro e infrange il suo stesso mito: il medico mette in chiaro che non poteva salvare gli ebrei in questo modo. Un ebreo a cui veniva diagnosticato il tifo veniva immediatamente giustiziato dai tedeschi, che peraltro avevano decretato il tifo malattia “tipicamente ebraica” ai fini della loro propaganda. L’azione di salvataggio poteva quindi avvantaggiare solo gli abitanti polacchi non ebrei. Il mio sogno di girare un film su un Giusto polacco è stato quindi definitivamente infranto.

La storia sarebbe potuta terminare così, ma la voce degli 8.000 ebrei salvati da Lazowski e Matulewicz girava ancora. Era davvero infondata? Le decine di articoli che avevo letto erano false? Incoraggiata dalla mia produttrice Sophie Jeaneau, anche lei appassionata di questa storia, ho deciso di spostare la mia indagine in Polonia.

Alla ricerca di tracce della popolazione ebraica di Rozwadow

A Rozwadow non sono rimaste molte persone in grado di testimoniare sull’epoca in cui si svolse l’impresa di Lazowski. La cittadina, ora quartiere di Stalowa Wola, ha conservato la sua piazza centrale, circondata da piccole case antiche. Una di queste, al civico 23, è quella dove si trovava lo studio del medico. Prima della guerra, il 60% della popolazione di Rozwadow era ebrea, ma oggi non rimane segno della loro presenza. I miei primi appuntamenti mi portano a incontrare gli anziani, fra cui Kazimierz Jackowski, 88 anni. Aveva 10 anni alla vigilia della guerra e ricorda i suoi vicini ebrei e l’atmosfera che regnava fra ebrei e polacchi. Dopo poco ci racconta un aneddoto sulla natura degli ebrei: “C'era molta concorrenza fra i commercianti ebrei e polacchi. C’erano due panetterie ebraiche a Rozwadow e un giorno un polacco decise di aprirne un’altra. Non appena gli ebrei se ne accorsero, abbassarono i prezzi per distruggere il concorrente polacco. Capite bene quanto fossero infidi gli ebrei”.

Al civico 23 della piazza principale, dove si trovava lo studio medico del dottor Lazowski, ci accoglie Stanislaw Skruch, il nuovo proprietario. “Ricordo bene i miei compagni di classe ebrei. Durante la ricreazione, prendevamo le loro loro kippah e ci giocavamo a calcio. Anni dopo, uno di loro tornò a visitare Rozwadow. Si è rifiutato di stringermi la mano per questo motivo”. Tutte queste risposte mi mettono un po’ a disagio. Ingenuamente mi chiedo se debbano essere interpretate come antisemite o semplicemente infantili. Avrei preferito sentire altri tipi di commenti, soprattutto perché nell’autobiografia di Lazowski non si parla di animosità dei polacchi contro gli ebrei.

Le testimonianze di tutte le persone che incontro confermano la falsa epidemia: alcuni ricordano chiese e scuole chiuse e il nervosismo dell’occupazione. Lo storico locale Dionizy Garbacz mi mostra persino la testimonianza di un prete, risalente al 1945, che descrive la quarantena della regione e si rallegra del fatto che i tedeschi abbiano smesso di fare incursione nei villaggi. Ma Garbacz è irremovibile: Lazowski non ha salvato nessun ebreo con la sua falsa epidemia, solo polacchi.

Al museo regionale di Stalowa Wola, anche lo storico Marek Wiatrowicz confuta completamente questa leggenda: prima di tutto, non ci sono mai stati 8.000 ebrei nella regione. Inoltre, la maggior parte di loro venne radunata dai tedeschi nel luglio del 1942 nell’ambito dell’“Azione Reinhart” per essere deportata nei campi di concentramento e di sterminio. Nell’inverno del 1942/43, quando Lazowski aumentò il numero di iniezioni del batterio OX 19, non c’erano più ebrei a Rozwadow. Il museo stesso non presenta mai la leggenda di Lazowski come salvatore di 8.000 ebrei, ma racconta semplicemente la sua vera storia.

Una fake news storica

Come è nata la leggenda degli 8.000 ebrei salvati? Perché viene ripetuta e ripresa da altri senza che nessuno si preoccupi di verificarla?

Dopo tutto, c’era ancora una pista: quella del Chicago Sun Times, il quotidiano americano che nel 2001 aveva messo in prima pagina l’impresa di Lazowski. Cosa aveva permesso al giornalista americano Art Golab d’intitolare il proprio articolo “Chicago’s Schindler”? Nel 2001 aveva avuto l’occasione d’intervistare Lazowski, che poteva quindi avergli svelato i suoi ultimi segreti... Si trattava ora di scoprire come il giornalista americano avesse condotto la propria indagine. Dopo diverse e-mail senza risposta, sono riuscita a parlargli al telefono.

Prima pagina del Chicago Sun-Time, domenica 19 agosto 2001. © La Famiglia, Plesnar&Krauss FILMS, Fido Film Joanna Fido.

Nonostante fossero trascorsi più di 15 anni, Art Golab ricordava ancora molto bene la storia dell’articolo “Chicago’s Schindler”, pubblicata in prima pagina sull’edizione domenicale del giornale, il 31 agosto 2001. Mi spiega che aveva raccolto tutte le informazioni per l’articolo dal medico stesso, incontrato a Chicago. Alla domanda se fosse stato in grado di trovare delle prove a sostegno della tesi del salvataggio degli ebrei da parte di Lazowski e del suo metodo, Golab è costretto a dire di no. “Non parlo polacco e non avevo contatti in Polonia, non sono quindi stato in grado di trovare alcuna prova” è stata l’unica spiegazione datami dal giornalista. Anche se ora ritiene che il titolo del suo articolo fosse un po’ esagerato, ne dà la colpa al redattore capo, ma anche agli imperativi commerciali del giornale. “Nessuno si sarebbe interessato alla storia se fossero stati salvati solo polacchi. L’articolo sarebbe comunque stato pubblicato, ma non sarebbe mai finito in prima pagina”, mi spiega al telefono. Un titolo ingannevole e appariscente, una bella storia adattata ai gusti dei lettori per vendere: avevo appena ricostruito i pro e i contro di una storica fake news che aveva fatto il giro del web per arrivare sul sito di Le Figaro, dove l’avevo scoperta!

A Chicago incontro un’altra persona che aveva condotto la mia stessa indagine 15 anni prima di me: Alyssa Parchem. Nativa di Chicago e studentessa di storia, si era imbattuta nell’articolo di Art Golab e aveva deciso di basare la sua tesi di laurea sulla storia di Lazowski. Come tutti, il titolo “Chicago’s Schindler” l’aveva incuriosita, perché suggeriva chiaramente un atteggiamento eroico assimilabile a quello del famoso personaggio del film di Spielberg. Ma un incontro con Eugene Lazowski a Chicago le aveva velocemente aperto gli occhi: di fronte alla giovane donna, disse che non era mai stato l’eroe ritratto sulle pagine del Chicago Sun Times. “Era davvero imbarazzato e arrabbiato per essere stato ritratto come lo Schindler di Chicago”, ricordava la giovane donna quando ci siamo incontrate. “Non mi ha mai detto di aver salvato degli ebrei, al contrario. Con il suo metodo, non poteva aiutarli”.

Scioccata dalla sua scoperta, Alyssa Parchem mi ha anche detto di aver contattato l’autore dell’articolo e il redattore capo per chiedere quali fossero le fonti a sostegno dell’articolo pubblicato. Pur ammettendo il loro errore, nessuno dei due voleva rettificarlo, in quanto la storia era troppo bella e si vendeva troppo bene. Oltre alle ragioni puramente commerciali, Alyssa suggerisce un’altra spiegazione alla base della distorsione della storia da parte dei giornalisti americani. “La maggior parte degli americani conosce la Seconda guerra mondiale solo per lo sterminio degli ebrei. Sappiamo molto poco degli altri Paesi occupati, come la Polonia, e di quello che i nazisti hanno fatto alla loro gente. Quando si vuole far interessare un americano a questo periodo della storia, bisogna parlare di ciò che già conosce. E una storia eroica sulla Seconda guerra mondiale deve necessariamente coinvolgere gli ebrei”.

Il dottor Lazowski - personalità tormentata, vittima del proprio mito

Dovevo ancora esplorare la personalità del medico, il personaggio principale che conoscevo solo attraverso il suo libro. Nell'Oregon, ho incontrato la figlia Alexandra e i suoi figli, Mark e Jennifer. Le pareti della loro casa sono decorate con dipinti di maestri polacchi ereditati dal medico. Tutta la famiglia è ancora segnata dalla sua storia eroica e dalla fama regalatagli dall’articolo del Chicago Sun Times. Alexandra, nata a Rozwadow nel 1942, ricorda che il telefono continuava a squillare dopo la pubblicazione dell’articolo. Lodato dagli amici, ricercato dai media locali, il medico era diventato una figura ambita durante la sua vecchiaia. “Amava essere al centro dell’attenzione, ha assaporato ogni minuto della sua ritrovata fama”, mi ha confidato, pur ammettendo l’atteggiamento ambiguo del padre. Infatti, per quanto il medico non avesse mai affermato di aver salvato degli ebrei, si era comunque adagiato senza difficoltà sul suo mito. Secondo la figlia, questo gli aveva permesso di entrare nel pantheon degli eroi della resistenza polacca verso i quali aveva sempre nutrito un certo complesso d’inferiorità. L’articolo del Chicago Sun Times aveva realizzato il suo sogno di diventare famoso a 88 anni e non importava se in parte fosse per un motivo sbagliato. Non ha mai fatto nulla per smentire questa leggenda. Alexandra è infatti la prima ad ammettere che è proprio il salvataggio degli ebrei a mantenere viva la storia di suo padre fino ad oggi: “Pochissimo tempo fa siamo stati contattati persino dai media giapponesi a questo proposito”.

Ironia della sorte: la famiglia Lazowski conta dei veri Giusti nelle sue fila. Sono Zofia e Kazimierz Lazowski, i genitori di Eugene. A Varsavia, nel 1943, hanno aiutato due famiglie ebree a sopravvivere, nascondendole e trovando loro dei documenti falsi. Sono stati onorati postumi come “Giusti tra le Nazioni”, nel 1995. La loro medaglia è esposta su uno scaffale nell’ufficio di Alexandra. È stata la famiglia di Ilana Heling a Gerusalemme a farne richiesta. Quando la mia equipe la incontra a casa sua, ci dice che l’atteggiamento dei genitori Lazowski era stato, nella Polonia di quegli anni, eroico e straordinario. Ci dice anche che su richiesta della famiglia Lazowski, si era attivata per far riconoscere Eugene come Giusto. Per mancanza di prove, la seconda richiesta non era mai andata a buon fine.

La storia di Lazowski – al servizio del revisionismo polacco

Le mie seconde riprese in Polonia, nel marzo del 2018, coincidono con un momento molto particolare. Il 1° febbraio, il governo ultraconservatore polacco del partito PIS (Legge e Giustizia) aveva appena approvato una legge che infliggeva una multa o una pena detentiva a chi “avesse attribuito alla nazione o allo Stato polacco, in modo pubblico e nonostante i fatti, la responsabilità o la corresponsabilità dei crimini nazisti commessi dal Terzo Reich tedesco”. Considerata un tentativo di riscrivere la storia e d’intimidire i polacchi che conducevano ricerche in merito alla Shoah, questa legge provoca una protesta internazionale. Rientra infatti nella politica della memoria del partito al potere, che ha promesso ai suoi elettori di mettere fine alla “politica della vergogna” e di ripristinare l’immagine positiva della Polonia. Si tratta di rendere gloria ai Giusti polacchi e alla resistenza. La storia diventa “un buffet dove si scelgono i bocconi migliori e si omettono i lati oscuri”, mi dice la storica polacca Agnieszka Haska.

In questo contesto, incontro un gruppo di studenti di un liceo di Stalowa Wola che aveva appena realizzato un cortometraggio di fiction sulla storia del loro eroe locale: il dottor Lazowski, naturalmente... Vediamo gli studenti impersonare i due medici, i tedeschi, ma anche gli abitanti ebrei che i medici salvano iniettando loro il batterio. È una rappresentazione della leggenda degli 8.000 ebrei salvati. Durante l’intervista con la giovane regista Julia, scopro che ha effettivamente letto l’autobiografia di Lazowski e che era a conoscenza del fatto che il medico non potesse salvare gli abitanti ebrei. Racconta la sua storia in questo modo perché il sindaco della città, membro del PIS, le ha chiesto di farlo. Questo cortometraggio è stato realizzato in occasione del 27 gennaio, la Giornata internazionale della memoria della Shoah. La professoressa di storia era presente durante le nostre riprese e ci ha detto, orgogliosa dei risultati dei suoi studenti, che “come insegnante di storia [lei] ha sempre a cuore la verità. Questo film dovrebbe essere proiettato nelle scuole d’Israele per mostrare come il medico abbia salvato delle vite a prescindere dalle loro origini”.

È una situazione difficile per me, mi trovo di fronte ad adolescenti che vengono chiaramente strumentalizzati da una politica revisionista che sfugge al loro controllo e da questa insegnante che quasi sicuramente non ha mai cercato a fondo la verità nella storia di Lazowski. Voleva forse farlo? Avrei dovuto dire la verità a questi giovani in presenza della loro insegnante? Ho deciso di non farlo.

E la leggenda continua a vivere…

L’incredibile leggenda degli 8.000 ebrei salvati continua a incuriosire e a ispirare tutti coloro che la scoprono. Nell’ottobre del 2017, ho scoperto sul britannico Mirror che il canale History si approntava a raccontare l’impresa di due medici che avevano salvato “più di 8000 ebrei durante la Seconda guerra mondiale” in una serie di documentari intitolata “World War True”, volta a far luce su storie poco note della Seconda guerra mondiale.

Nel 2018, una compagnia teatrale parigina mette in scena la storia dei nostri due medici polacchi in uno spettacolo intitolato “Crapauds fous”. La storia è presentata come basata su fatti realmente accaduti. Ancora una volta, a Lazowski e Matulewicz viene riconosciuto il salvataggio di numerosi ebrei. Lo spettacolo è un grande successo ed è persino nominato ai Molières 2019 in tre categorie.

Nel 2020, il supplemento storico del serissimo settimanale tedesco Der Spiegel s’interessa a Lazowski. Trovando la storia affascinante, ma in qualche modo poco plausibile, la giornalista mi contatta per sapere cosa avessi scoperto. Scrive un articolo che racconta la vera storia del medico: che ha salvato “solo” dei polacchi con un ingegnoso e coraggioso atto di resistenza. Questo articolo è stato letto da un regista tedesco che a sua volta mi ha contattata in cerca di informazioni per scrivere una sceneggiatura di fiction. E come Oskar Schindler, anche Eugene Lazowski avrà forse un suo film...

Articolo tratto da k-larevue.com

Traduzione di Valentina Gianoli 

Barbara Necek

19 aprile 2021

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