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Jan Tomasz Gross (1947)

Lo storico che svelò il massacro degli ebrei di Jedbawne da parte dei polacchi

Nato a Varsavia, figlio di Hanna Szumańska (cattolica, membro della resistenza polacca, distintasi per il salvataggio di molti ebrei), e di Zygmunt Gross, ebreo, militante del Partito Socialista Polacco. A causa della campagna antisemita del 1968, scatenata dal potere comunista polacco, il giovane Gross emigrò negli Stati Uniti dove è stato Professore di Storia alla Princeton University e docente di Scienze Politiche alla New York Univeristy. Specialista dei rapporti tra polacchi ed ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.

La vicenda del massacro di Jedwabne, da lui ricostruita e coraggiosamente pubblicata, ne I carnefici della porta accanto (2001), suscitò in Polonia un putiferio di polemiche e violente accuse a Gross di antipatriottismo e menzogne verso i polacchi. Il suo libro ha invece contributo a togliere un velo di omertà che la storiografia ufficiale polacca ha sempre tentato di stendere (e ancora tenta) sul comportamento antisemita di molti polacchi.

La cittadina di Jedwabne si trova nelle vicinanze di Białystok, nella parte orientale della Polonia. Alla vigilia della Guerra vi abitavano 2167 persone, delle quali il 60% erano ebrei. Inizialmente Jedbawne fu invasa dai tedeschi, che bruciarono la Sinagoga, ma poi, in base al patto Ribbentrop-Molotov, passò sotto il controllo sovietico. Nel giugno del 1940, nelle sue vicinanze, fu annientato un gruppo di partigiani antisovietici: circa 250 vennero arrestati, alcuni furono uccisi, altri deportati in Siberia. I delatori erano stati dei polacchi, ma la gente sospettò gli ebrei. Il 23 giugno del 1941, la cittadina fu occupata di nuovo dai tedeschi. Il giorno seguente, i polacchi iniziano ad assassinare alcuni ebrei per strada. Alcuni anziani furono presi e torturati a morte e delle donne inseguite e bastonate bestialmente. Settantacinque tra i più giovani e robusti ebrei vennero costretti a portar via dalla piazza il pesante monumento a Lenin, eretto dai sovietici. Dovettero scavare, cantando, una fossa e buttarcelo dentro. Dopo anche loro vi furono gettati e sepolti. Lo sterminio di 1600 persone si concluse il 10 luglio. Capeggiati dal sindaco Karolak, nominato dai tedeschi, alcuni cittadini armati ammassarono gli ebrei superstiti (a eccezione di sette persone che furono nascoste da polacchi e riuscirono poi a fuggire). Li costrinsero a marciare in fila dietro al rabbino novantenne con una bandiera rossa. Li chiusero in un fienile e, dopo averlo cosparso di nafta, gli dettero fuoco. Poi andarono a cercare, per le case degli ebrei, gli eventuali scampati, tra i vecchi ammalati e i bambini.

Secondo la testimonianza di Julia Sokołowska "i tedeschi stavano a distanza e facevano foto che poi mostrarono per far vedere come i polacchi massacravano gli ebrei". Quello che raccontano i testimoni è sufficiente. A compiere il massacro furono in pochi. Ma il resto degli abitanti "ridevano e facevano il tifo", inseguivano gli ebrei che fuggivano e bloccavano loro la strada. Il prete Aleksander Dolegowski, al quale alcune donne ebree si rivolsero per chiedere un intervento che fermasse il massacro, disse che "tutti gli ebrei dai più giovani ai sessantenni sono comunisti e non ho nessun interesse a difenderli". Il medico polacco Jan Mazurek si rifiutò di curare i feriti e fornire delle medicine agli ebrei che le chiedevano. Il principale artefice del pogrom venne poi fermato e ucciso dai nazisti per essersi impadronito di beni ebraici.

Ma la storia non finì lì. Nella primavera del 1945 vennero assalite e minacciate di morte due famiglie polacche (i Karwowski e i Wyrzykowski) ritenute colpevoli di aver nascosto e salvato i sette ebrei. L' 8 gennaio del 1949 la polizia politica polacca arrestò 15 persone sospettate di essere gli artefici del pogrom. Nel processo, che si svolge il 16-17 maggio dello stesso anno, 11 persone vennero riconosciute colpevoli e condannate a pene tra i 5 e 15 anni, e uno (Karol Bardon) fu condannato a morte. Nel 1957 erano di nuovo tutti in libertà.

Agli inizi degli anni Sessanta, venne eretto un piccolo monumento (rimosso soltanto alcuni anni fa), nella piazzetta del paese, che ricordava "gli ebrei ammazzati dai nazisti". L’iscrizione era firmata: “la società”. Un’ulteriore menzogna e una macabra offesa alle vittime: proprio “quella società” aveva massacrato gli ebrei! "Una vergogna nazionale" definì la vicenda di Jedwabne lo storico ed ex leader dell’opposizione Adam Michnik (“The New York Times”, 16/IV/2001).

LIBRI:

- Neighbors: The Destruction of the Jewish Community in Jedwabne, Poland (2001), trad it. I carnefici della porta accanto, Mondadori, Milano 2002;

- Golden Harvest (2011), trad. it. Un raccolto dell’oro. Il saccheggio dei beni ebraici (Einaudi, Torino 2016).

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