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Jan Zwartendijk (1896 - 1976)

Il “Mr. Philips” salvatore degli ebrei di Kaunas

Durante l’occupazione nazista, a Kaunas (allora capitale della Lituania), Jan Zwartendijk (1896-1976), un venditore olandese di apparecchi radiofonici, contribuì a salvare più ebrei di Oskar Schindler. Ma mentre le gesta coraggiose dell'industriale tedesco sono conosciute in tutto il mondo (grazie al film vincitore dell'Oscar: Schidler’s list, 1993, di Steven Spielberg), pochi conoscono il nome di Zwartendijk, che ha aiutato migliaia di ebrei a fuggire dallo sterminio.

Nel 2018, il famoso scrittore olandese Jan Brokken (1949) – autore di: Nella casa del pianista; Anime Baltiche; Il giardino dei Cosacchi; Bagliori a San Pietroburgo - con il libro I giusti (De rechtvaardigen, trad. di Claudia Cozzi, Iperborea, Milano 2020), ha tirato fuori Zwartendijk dall'oblio, così come altri coraggiosi funzionari che hanno forzato le regole per aiutare diverse migliaia di ebrei intrappolati tra l'Europa nazista e l'Unione Sovietica. Zwartendijk e il diplomatico giapponese Chiune Sugihara, improvvisarono un'improbabile via di fuga dalla Lituania al porto giapponese di Tsuruga e oltre. In dieci convulsi giorni nell'estate del 1940, i due uomini rilasciarono "visti" a 2.139 persone. I ricercatori stimano che, grazie a loro, potrebbero esser sfuggiti all’Olocausto dalle 6.000 alle 10.000 persone (dato che donne e bambini viaggiavano spesso sui documenti dei parenti maschi).

Ma, mentre l’ambasciatore Sugihara è diventato un eroe nazionale giapponese e lituano, e ha tre musei dedicati alla sua vita, Zwartendijk è stato dimenticato. Il suo figlio più giovane, un bambino negli anni lituani, non ha saputo nulla delle gesta di suo padre fino a quando non ha avuto trenta anni. Rob Zwartendijk, oggi ottantunenne, parlando all'“Observer” dalla città di Blaricum, nell'Olanda settentrionale, ha detto: "Non ha mai parlato di quel periodo. Ogni volta che saltava fuori, diceva: ‘Ah, non è molto importante, tutti avrebbero fatto quelle cose se fossero stati in questa posizione'."

Il venditore di radio, grammofoni e lampadine, capo della filiale della Philips a Kaunas, Jan Zwartendijk, è stato un diplomatico per caso, come il commerciante di carni padovano Giorgio Perlasca (1910-1992) che, in Ungheria, nel 1944, si fece passare per diplomatico spagnolo e salvò numerosi ebrei. Quando scoppiò la guerra, Zwartendijk viveva e lavorava nella vivace capitale lituana: era felicemente sposato con tre figli e possedeva un’automobile Buick di seconda mano. Poiché era un uomo d'affari affidabile, il governo olandese in esilio chiese a Zwartendijk di assumere la posizione non retribuita di Console a Kaunas, dato che il precedente diplomatico era sospettato di simpatie naziste. Aspettandosi di assistere solo alcuni cittadini olandesi, Zwartendijk si trovò presto di fronte a delle scelte pericolose. Come scrive Brokken, non era un eroe nato, ma prese una decisione improvvisa per aiutare i rifugiati ebrei che bussavano alla sua porta. La maggior parte di essi erano fuggiti in Lituania dopo l'invasione nazista della vicina Polonia nel settembre 1939.

Durante la Seconda guerra mondiale, la Lituania subì una doppia occupazione (da parte dell'Unione Sovietica e della Germania nazista) ma, per quasi 10 mesi, Kaunas fu una città libera. Soprannominata la “Casablanca del nord”, era un nido di spie e rifugio per i profughi in fuga sia dai nazisti che dai sovietici. Le cose cambiarono quando l'Armata Rossa invase la Lituania il 15 giugno 1940. I rifugiati ebrei iniziarono a cercare disperatamente una via d'uscita. Zwartendijk fu avvicinato da una coppia di rifugiati che gli proposero un piano: lui accettò di scrivere nei loro passaporti che non era richiesto alcun documento di viaggio per recarsi nell'isola caraibica, sotto il dominio olandese, di Curaçao. Ciò era tecnicamente vero, ma sarebbe stato necessario il permesso del governatore dell'isola. Zwartendijk contava sul fatto che nessuno controllasse i requisiti di accesso per una piccola isola dall'altra parte del mondo. E nessuno lo fece. Questo “pseudo visto” permise molte partenze: armati del “visto di Curaçao”, i rifugiati ebrei potevano chiedere al giapponese Sugihara – e alle autorità sovietiche affamate di valuta straniera – i documenti di transito. La fama di “Mister Radio Philips” iniziò a diffondersi. Sebbene vivessero a meno di 300 metri di distanza, Zwartendijk e Sugihara non si incontrarono mai. Ma, a volte, parlavano al telefono. Sugihara esortò il suo collega olandese a rallentare il rilascio dei visti. Mentre Zwartendijk scriveva i visti con una penna stilografica e un timbro con inchiostro verde, Sugihara redigeva, più laboriosamente, i suoi visti con inchiostro e pennellino. Entrambi corsero un rischio enorme. Sugihara sfidò i suoi capi a Tokyo, mentre Zwartendijk sarebbe stato in pericolo di vita se i nazisti lo avessero scoperto quando tornò nell’Olanda occupata.

Rischiarono anche le “attenzioni” della polizia sovietica, che aveva notato le lunghe code fuori dall'ufficio della Philips, che fungeva da consolato olandese. Una sera, Zwartendijk ricevette la visita di un ufficiale russo, che ordinò ai soldati di bloccare il marciapiede di fronte all'ufficio. Accusò Zwartendijk di essere un pericolo per la sicurezza pubblica, e minacciò di chiudere immediatamente il consolato. Ma l’olandese gli offrì un Philishave, il nuovissimo rasoio elettrico che l'azienda aveva introdotto nel 1939. Dopo una rapida dimostrazione del gadget, l'ufficiale ne fu entusiasta e lasciò che Zwartendijk continuasse il suo lavoro.

Quando Zwartendijk tornò in patria, nel settembre 1940, le ragioni per le quali non disse niente a nessuno sono ovvie. Eppure, molto tempo dopo la guerra, quando era ormai noto cosa fosse accaduto durante l'Olocausto, Zwartendijk non ebbe nessun riconoscimento. Nel 1964, fu addirittura redarguito, da un funzionario del Ministero degli Esteri olandese, in seguito alla pubblicazione di un articolo sul misterioso "Angelo di Curaçao".

Brokken suggerisce che l'eroismo di Zwartendijk potrebbe, per contrasto, aver messo in cattiva luce il comportamento, pavido e a volte addirittura complice, di molti suoi connazionali. Zwartendijk si infuriò per il rimprovero ricevuto, ma soprattutto era tormentato di non esser riuscito a sapere quanti fossero fuggiti con i suoi visti di Curaçao. Negli anni successivi, in condizioni di salute precarie, non smise mai di chiedere cosa ne fosse stato delle persone che gli erano state davanti in quell'ufficio dai pannelli marrone chiaro a Kaunas. Suo figlio pensa che suo padre temesse che nessuno fosse riuscito a superare la Siberia: “Deve aver pensato che la maggior parte di queste persone fosse morta. Deve essere stato preoccupato di averli mandati a morire".

Nel 1976, i ricercatori hanno valutato che il 95% dei rifugiati ebrei con i documenti di Zwartendijk sopravvisse alla guerra. La notizia arrivò in casa Zwartendijk il giorno dopo il funerale di Jan.

Certo, per i profughi ebrei, il visto di Curaçao non era un facile passaporto per la libertà, ma l'inizio di una nuova dolorosa odissea. Ad esempio, una famiglia ebrea che ne beneficiò, i Liwer, subirono anni di patimenti. Quando i nazisti invasero la Polonia, i tre fuggirono dalla loro città natale di Będzin, dove Abraham possedeva una fabbrica di componenti per biciclette. Dopo mesi di fuga e un dito del piede perso per congelamento, Abraham alla fine arrivò a Kaunas. Ma sua moglie Chawa, e la figlia Jadzia, che erano rimaste nella polacca Leopoli, furono arrestate dalla polizia segreta sovietica e mandate in un campo negli Urali, a costruire bare. Quando Abraham Liwer riuscì ad arrivare a Vladivostok, si recò all'ufficio del’ NKVD (polizia segreta sovietica) ogni giorno per due mesi per chiedere il loro rilascio. Arlette Liwer-Stuip, nipote di Abraham, ritiene che la responsabile locale dell'NKVD avesse una cotta per lui: "Le piaceva parlare con lui invece di farlo arrestare". Incredibilmente, i suoi sforzi furono premiati: Chawa e Jadzia furono rilasciate e la famiglia arrivò in Giappone. Dopo diversi anni di patimenti risucirono a stabilirsi a New York.

Secondo Arlette Liwer-Stuip, che ha scritto una storia familiare di 1.200 pagine, sia Zwartendijk che Sugihara svolsero un ruolo enorme nel salvare i nonni e la zia: “È stato facile trovare informazioni su Sugihara, ma ho avuto difficoltà a scoprire qualcosa su Zwartendijk. L'ingiustizia mi ha emozionato, poiché continuavo a chiedermi perché uno fosse così famoso e l'altro praticamente sconosciuto?”. All’ “Observer” ha dichiarato: "Onorare uno e fondamentalmente ignorare l'altro per me non suona come la vera storia". Sugihara morì nel 1986, due anni dopo essere stato riconosciuto come "Giusto tra le Nazioni": il più alto onore accordato ai non ebrei che hanno rischiato tutto per salvare vite ebraiche. Zwartendijk non ha ricevuto lo stesso onore fino al 1997, una discrepanza che ha addolorato la sua famiglia. Il riconoscimento sta finalmente arrivando. Il governo olandese, nel 2018, dopo la pubblicazione del libro di Brokken, ha chiesto scuse ufficiali alla famiglia Zwartendijk, definendo il rimprovero ufficiale del 1964 come "completamente inappropriato".

Nel 2020, l'allora ministro degli Esteri, Stef Blok, ha elogiato la "straordinaria partnership" di Zwartendijk e Sugihara, che "con grande rischio personale si sono dedicati all'umanità".

Il libro di Brokken è stato tradotto in inglese e italiano e sarà pubblicato in altre sette lingue, tra cui francese, ceco, slovacco e russo. L'autore sperava di vedere un'edizione in lituano, ma il suo editore ha rifiutato il libro, offeso per il racconto di omicidi di massa commessi da paramilitari antisemiti lituani.

Nel 1997, Yad Vashem ha conferito il titolo Giusto tra le nazioni a Zwartendijk. 

La città di Kaunas ha onorato Zwartendijk con un suggestivo memoriale davanti all'ufficio Philips: sospesa tra gli alberi una spirale di 2.139 passaporti. Quando cala la sera, i colori mutevoli (blu oceano, rosa rosa e verde bosco) illuminano l'oscurità.

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