Berlino, primo agosto 1936, ore 16. Adolf Hitler fece il suo ingresso nel nuovo avveniristico stadio Olimpico della capitale tedesca, sulle note di una marcia di Wagner. Accompagnato dagli ufficiali nazisti in alta uniforme, il fuhrer scese le gradinate per raggiungere il campo, mentre 120mila spettatori entusiasti si alzarono in piedi per acclamarlo. Poi raggiunse il posto d’onore del palco in mezzo a una marea di braccia tese. Lungo la pista dello stadio iniziarono a sfilare gli atleti dei singoli paesi, abbassando la bandiera nazionale in segno di rispetto quando passavano davanti al fuhrer. L’ingresso della fiaccola nello stadio, in uno sfavillio di svastiche, segnò il momento culminante della cerimonia di apertura degli XI giochi olimpici. La scenografia allestita dal Terzo Reich per l’occasione fu impeccabile, quasi geometrica nella sua perfezione.
Quando tutti gli atleti furono schierati intorno alla pista, Hitler si avvicinò al microfono e con una frase concisa dichiarò aperti i giochi del 1936, che si riveleranno un evento mediatico mondiale capace di oscurare tutti quelli svolti fino ad allora. Per la prima volta le Olimpiadi furono trasmesse in televisione e centinaia di teatri consentirono la visione anche a chi non disponeva del piccolo schermo. Il governo nazista non aveva badato a spese, costruendo impianti all'avanguardia che rispecchiavano lo stile architettonico dell'epoca. Tutto era stato organizzato per celebrare l’orgoglio della Germania nazista ma, contrariamente a quello che volevano Hitler e i suoi gerarchi, le Olimpiadi del 1936 non avrebbero suggellato la superiorità della razza ariana: sarebbero invece passate alla storia come i giochi di Jesse Owens, lo straordinario atleta statunitense nero che in un meno di settimana fu capace di aggiudicarsi ben quattro medaglie d’oro.
Quando cominciarono le gare, l’uomo sul quale i nazisti confidavano le loro maggiori speranze si chiamava Erich Borchmeyer. Era un centometrista molto forte, che si era aggiudicato la medaglia d’argento quattro anni prima, alle olimpiadi di Los Angeles, e si era ripetuto nel 1934 agli europei di Torino. Ma l’uomo del momento era un corridore nero di ventidue anni che arrivava dal profondo Sud degli Stati Uniti. Finite le batterie, i quarti di finale e le semifinali, il 3 agosto era in programma l’attesissima finale dei 100 metri maschili. Dei trentasei atleti partecipanti si erano qualificati soltanto in sei. Erano loro, all’epoca, gli uomini più veloci del mondo. Hitler confidava in una vittoria di Borchmeyer ma quando alle 17 la corsa ebbe inizio Owens si mise a volare sulla pista, correndo come se non toccasse neanche la terra con i piedi, e passò subito in testa al gruppo. Soltanto il suo connazionale Metcalfe resse il confronto con lui, ingaggiando un rush finale all’ultimo respiro al termine del quale Owens tagliò il traguardo a 10 secondi e 3 decimi. Il tedesco Borchmeyer soltanto quinto, su sei concorrenti.
La folla dello stadio olimpico di Berlino si alzò in piedi per Jesse Owens, il nuovo campione olimpico dei 100 metri. Su quello che accadde è stato raccontato a lungo che Hitler si fosse rifiutato di congratularsi con Owens per la vittoria ma le cose andarono diversamente. Quando il giorno prima il fuhrer aveva accolto sul palco le vincitrici del lancio del giavellotto il comitato promotore gli aveva fatto notare che il protocollo dei giochi non prevedeva necessariamente le felicitazioni del capo dello Stato. Da quel momento in poi Hitler rinunciò a congratularsi di persona con gli atleti vincitori limitandosi a salutare tutti con un cenno, bianchi e neri. Di sicuro il fuhrer non moriva dalla voglia di farsi ritrarre con un atleta di colore e quando Baldur Von Schirach, comandante della gioventù del Reich, gli propose di farsi fotografare con Owens, Hitler si rifiutò spiegando che gli americani dovevano vergognarsi di permettere ai ‘negri’ (come li chiamava lui) di vincere le medaglie.
James Cleveland Owens era nato il 12 settembre 1913 a Oakville, un paesino agricolo dell’Alabama. I suoi nonni erano stati schiavi nelle piantagioni di cotone dove lavoravano ancora i suoi genitori. Il piccolo Jesse era cresciuto durante la grande depressione, in un’epoca segnata dal razzismo e dall’immobilismo sociale, aveva frequentato le scuole elementari a Cleveland, in Ohio, dove i genitori si erano trasferiti per sfuggire alla condizione di quasi-schiavi nella quale vivevano in Alabama. Qui venne subito notato dall’allenatore della squadra di atletica; a quindici anni era già diventato il miglior corridore d’America e a diciassette ebbe decine di offerte di borse di studio per i College in tutti gli Stati Uniti. Quasi tutti, perché non ricevette alcuna proposta dagli Stati del Sud, a causa del profondo razzismo ancora dominante. Il giovane Owens venne infine ammesso all’Università statale dell’Ohio, dove trovò un clima ben poco accogliente, caratterizzato da battute pesanti e provocazioni di stampo razzista, alle quali lui era ormai abituato. Ebbe però la fortuna di incontrare Larry Snyder, l’allenatore che gli sarebbe rimasto accanto come un padre per il resto della sua formidabile carriera.
Il 25 maggio 1935 Owens venne chiamato a rappresentare la sua università a un meeting di atletica a Ann Arbor, nel Michigan: è qui che si rivelerà al mondo, riuscendo a battere quattro record mondiali in un solo pomeriggio – quelli dei 100 yards, dei 220 yards, dei 220 yards a ostacoli e infine anche il record del salto in lungo, dove superò il limite fino ad allora invalicabile degli otto metri. Tutto questo in soli 45 minuti. Fu una performance incredibile, che nessuno sarà mai più in grado di ripetere e che è considerata ancora oggi la più grande prestazione sportiva individuale di tutti i tempi. Un prodigio che non gli basterà però per vincere il premio al miglior atleta degli Stati Uniti, che quell’anno andrà a Lawson Little, un giocatore di golf. Ovviamente bianco. Ma da quel momento in poi Owens divenne inarrestabile e si qualificò senza problemi per le Olimpiadi di Berlino del 1936, dove sarebbe diventato una leggenda dello sport.
Di fronte alla sua vittoria nel salto in lungo contro il migliore atleta tedesco dell’epoca, si disse a lungo che Hitler era rimasto indispettito e avesse lasciato lo stadio senza degnare Owens di uno sguardo. Ma anche questo è falso. Lo stesso Owens racconta nella sua autobiografia: “Dopo essere sceso dal podio, passai davanti alla tribuna d’onore per tornare negli spogliatoi. Il Cancelliere mi fissò. Si alzò e mi salutò con un cenno della mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Giornalisti e scrittori dimostrarono cattivo gusto tramandando un’ostilità che, di fatto, non c’era mai stata”.
Il giorno dopo, 5 agosto, era in programma la gara dei 200 metri, dove Owens era di nuovo favorito. Gli atleti tedeschi non andarono oltre le semifinali e in finale il corridore statunitense trionfò con il tempo di 20 secondi e 7 decimi, vincendo la terza medaglia d’oro consecutiva. Il secondo posto se lo aggiudicò un altro atleta di colore, lo statunitense Mark Robinson. Sembra assurdo a pensarci oggi, perché da tempo ormai a primeggiare in molte discipline olimpiche sono proprio atleti neri come Owens, ma all’epoca le sue vittorie rappresentarono un duro colpo per i nazisti. Di fatto, un solo uomo era riuscito a demolire il pazzesco, folle e criminale mito della razza ariana. L’atleta più veloce del mondo non era alto e biondo bensì nero e con i capelli scuri, l’antitesi vivente delle teorie razziali del Reich.
Con le tre medaglie d’oro vinte in tre giorni nei 100 metri, nel salto in lungo e nei 200 metri Jesse Owens aveva già scritto la storia di quelle Olimpiadi e dello sport contemporaneo. Ma il suo exploit non era ancora finito e dopo quattro giorni di meritato riposo il suo ingresso nella leggenda fu suggellato da un’altra gara che si disputò il 9 agosto 1936: la staffetta 4×100, in cui nel rettilineo di arrivo Owens e Metcalfe lasciarono tutti gli avversari a una distanza di dieci metri, stabilendo il nuovo record del mondo e il nuovo primato olimpico.
Con quattro medaglie d’oro Jesse Owens entrò definitivamente nella leggenda dello sport. Per oltre mezzo secolo nessuno sarebbe stato in grado di eguagliarlo: il primo a riuscirci fu un altro atleta statunitense, Carl Lewis, alle Olimpiadi di Seul del 1988. Eppure, nonostante i trionfi e la gloria raccolta in quei caldi giorni di agosto nel cuore della Germania nazista, quando tornò in patria Owens non ricevette l’accoglienza che avrebbe meritato. Con la moglie Ruth continuò a essere costretto a entrare negli alberghi e nei ristoranti dall’ingresso di servizio. In un certo senso, il vero razzismo di cui fu vittima uno dei più grandi atleti del XX secolo non fu quello dei nazisti tedeschi bensì quello dei suoi connazionali. La federazione statunitense prese una decisione a dir poco grottesca quando proclamò miglior atleta di quelle Olimpiadi un tale Glen Morris, un discreto atleta (ovviamente bianco) che a Berlino si era aggiudicato l’oro nel decathlon. I ricevimenti ufficiali, le strette di mano e i flash dei fotografi furono tutti per lui mentre Owens, il ragazzo prodigio dell’Alabama che si era messo al collo quattro medaglie d’oro in sette giorni nella Germania nazista sotto lo sguardo del fuhrer ed era stato l’eroe indiscusso di quei giochi, fu praticamente snobbato.
Il presidente Franklin Delano Roosevelt, nonostante le promesse, non invitò mai il pluricampione olimpico alla Casa Bianca. Gli fece sapere di essere troppo impegnato per poterlo ricevere ma la realtà era un’altra: Roosevelt era impegnato nelle elezioni presidenziali e non volle festeggiare il campione nero per paura di perdere voti, poiché temeva in particolare la reazione degli Stati del Sud. Sarebbe stato necessario attendere quasi vent’anni dalle Olimpiadi di Berlino, perché un presidente degli Stati Uniti riconoscesse finalmente i successi di Owens. Nel 1955 fu l’allora presidente Dwight Eisenhower a nominarlo “ambasciatore dello sport” ma il vero risarcimento morale sarebbe arrivato soltanto nel 1976, quando un altro presidente, Gerald Ford, gli assegnò la “Medaglia presidenziale della libertà”, il massimo riconoscimento civile nazionale, riconoscendo finalmente che Owens “aveva superato le barriere del razzismo e della segregazione mostrando al mondo che un afro-americano appartiene al mondo dell’atletica”. Era un’affermazione talmente ovvia da risultare tautologica e che correggeva - molto tardivamente - un’ingiustizia storica. Ma giunse poco prima che Owens morisse nel 1980, all’età di 66 anni, a causa di un cancro ai polmoni.
