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Mario Di Stefano (? - Roma, Italia, 1963)

il diplomatico che tra il 1939 e il 1940 salvò migliaia di ebrei e perseguitati a Varsavia

Nel corso della Storia, ci sono stati diplomatici che hanno compiuto azioni di bene, salvando vite umane e battendosi in favore dei più bisognosi. Tra loro anche Mario Di Stefano, il diplomatico palermitano che tra il 1939 e il 1940, durante il suo periodo di accreditamento a Varsavia, si oppose ai nazisti e mise in salvo migliaia di perseguitati.

Nel settembre 1939, subito dopo l’invasione nazista della Polonia, le ambasciate e i consolati stranieri presenti nel paese cominciarono ad essere svuotati del proprio personale diplomatico, fatto evacuare dai rispettivi governi a causa della guerra. Stessa sorte toccò anche alla missione italiana di Palazzo Szlenkier, nel centro di Varsavia, storica sede dell’ambasciata di Roma in Polonia. L’ambasciatore accreditato nel paese, Pietro Arone di Valentino, e il suo staff si spostarono inizialmente in Romania, dove si era rifugiato anche il governo polacco, per poi fare ritorno in Italia dopo circa venti giorni.

Solamente dopo qualche settimana, i nazisti occupanti consentirono di riammettere a Varsavia alcuni funzionari stranieri per permettere loro di chiudere definitivamente le rappresentanze diplomatiche e di risolvere rapidamente gli interessi nazionali ancora in sospeso. Fu in quel delicato contesto storico che Mario Di Stefano, primo segretario di legazione, al servizio del Ministero degli Affari Esteri dal 1923, venne chiamato ad operare. Insieme a lui anche Vincenzo Giovanni Soro, consigliere della precedente missione guidata dall’ambasciatore Pietro Arone di Valentino.

I diplomatici sarebbero dovuti rimanere a Varsavia solamente 15 giorni, lasso di tempo necessario per adempiere alle ultime pratiche da sbrigare nel paese e alla chiusura dell’ambasciata. Di Stefano e Soro, però, trascorsero nella capitale polacca ben più di due settimane, lasciando Varsavia solamente nel marzo 1940, sei mesi dopo il loro accreditamento.

Quale fu la ragione di questa coraggiosa scelta? Fin dal settembre 1939, Di Stefano fu testimone in prima persona della barbarie nazista e dei crimini commessi dal Terzo Reich a Varsavia e in tutto il paese. In Polonia, infatti, le notizie di eccidi di massa e di deportazioni forzate di perseguitati, soprattutto ebrei, erano all’ordine del giorno. Di questi episodi venne data notizia da Di Stefano e Soro, tramite due rapporti, anche al Ministero degli Affari Esteri, guidato all’epoca da Galeazzo Ciano. La risposta del Ministro – che, com’è possibile evincere da questo articolo de Il Giornale, aveva consultato lo stesso Benito Mussolini – fu di concedere ai due diplomatici la possibilità di rilasciare i visti necessari all’espatrio dei polacchi perseguitati, i quali erano perlopiù ebrei. Tra loro figurava anche il rabbino capo Avraham Mordechai Alter, noto all’epoca in Polonia come il “Papa degli ebrei”; nel suo caso fu Mussolini in persona, come riporta sempre Il Giornale, a chiedere che gli venissero forniti i documenti necessari ad espatriare in Palestina insieme alla famiglia.

Con il passare del tempo, però, la coda di perseguitati richiedenti un visto fuori dall’ambasciata italiana diventava sempre più lunga, così come aumentavano i sospetti dei nazisti occupanti, diffidenti nei confronti dell’atteggiamento assunto dai diplomatici stranieri ancora accreditati in Polonia. Di Stefano decise quindi di inviare una nota all’ambasciatore italiano a Berlino, Bernardo Attolico, per aggiornarlo sulla situazione. La risposta dell'ambasciatore, che da tempo sollecitava il diplomatico ad un “tempestivo rientro” in Italia, fu perentoria: Di Stefano e Soro avrebbero potuto aiutare i perseguitati solamente in presenza di un evidente interesse nazionale. In questo modo, Attolico non solo ignorava le richieste di aiuto fatte pervenire dalla missione di Varsavia, ma ne esortava anche la rapida chiusura.

Tuttavia, Di Stefano non si diede per vinto e continuò “con i suoi miracoli”, come Alessandro Hoffmann ha descritto l’attività del diplomatico nel suo libro “L’albero di carrubo. Essere ebrei di Sicilia” (Kalòs, 2025). I “miracoli” di Di Stefano consistevano soprattutto nel concedere visti di transito per l’Italia, un sotterfugio destinato a deteriorarsi con il passare delle settimane. Il governo fascista, infatti, aveva da oltre un anno decretato l’espulsione degli ebrei stranieri dal paese: un dettaglio che non era certo passato inosservato ai nazisti e che sbarrava la via allo stratagemma ideato dal diplomatico palermitano.

Di Stefano e Soro iniziarono quindi ad apporre ai visti il timbro della Repubblica Dominicana, sfruttando la collaborazione dell'ex console generale di Santo Domingo. Questo artifizio non destò, quantomeno inizialmente, l’attenzione dei nazisti. La Repubblica Dominicana, infatti, si era dichiarata pubblicamente disponibile ad accogliere fino a centomila profughi; il crescente numero di visti di espatrio emessi dall’ambasciata italiana non colpiva quindi l’attenzione degli ufficiali del Terzo Reich, che ritenevano plausibile la grande presenza di lasciapassare per il paese caraibico.

Qualche problema si pose quando i tedeschi iniziarono a chiedere – come riportato in un articolo di Repubblica Palermo – in che modo i profughi ebrei avrebbero potuto raggiungere la Repubblica Dominicana. Anche in questo caso, Di Stefano e Soro si fecero trovare pronti, convincendo la Compagnia di navigazione Italia a inviare loro un pacchetto di biglietti in bianco, da compilare di volta in volta in base alle necessità. Stesso discorso valeva anche per gli ebrei sprovvisti di passaporto, visto che i due diplomatici erano soliti adoperarsi per fornire loro documenti falsi necessari a lasciare la Polonia.

Le attività di Di Stefano e Soro erano così frenetiche che i due erano soliti inviare a Roma gli elenchi dei nominativi per gli espatri solamente dopo aver già concesso i visti, senza richiedere dunque alcuna autorizzazione preventiva alla Farnesina. Inoltre, quando i passaporti finirono, i due iniziarono ad emettere - sempre senza aver ricevuto l’autorizzazione di Roma - dei passaporti collettivi.

Purtroppo, però, i coraggiosi sforzi dei due diplomatici non potevano rimanere nell’ombra in eterno. Dopo diversi mesi di attività, infatti, la condotta di Di Stefano e Soro aveva creato un vero e proprio caso politico sull’Asse Roma-Berlino. Il 18 marzo 1940, durante un incontro avvenuto sul Brennero, Hitler chiese direttamente a Mussolini la rimozione di Mario Di Stefano. Nello stesso giorno, Soro fu costretto a lasciare Varsavia. Negli ultimi giorni di accreditamento in Polonia, i due erano comunque riusciti a concedere mille visti necessari salvare altrettante vite dalla Shoah.

Mario Di Stefano è scomparso a Roma nel 1963. È stato un diplomatico che, con grande senso di giustizia e umanità, ha sfruttato la propria posizione di potere per salvare, insieme al collega e amico Vincenzo Giovanni Soro, migliaia di perseguitati, sia ebrei che non ebrei. Nel corso delle sue azioni, Di Stefano ha anteposto con coraggio il salvataggio di vite umane agli ordini del governo fascista e degli alleati del Terzo Reich, rischiando tantissimo e mettendo a repentaglio non solo la sua carriera, ma anche la sua stessa vita.

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In foto di copertina Palazzo Szlenkier, sede dell'ambasciata d'Italia in Polonia. Credits: WikiMediaCommons/Andrew J.Kurbiko

Giardini che onorano Mario Di Stefano

Mario Di Stefano è onorato nel Giardino di Palermo.

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