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Olena Viter (1904 - 1988)

La badessa che ha rischiato la propria vita per aiutare i bambini ebrei a nascondersi dai nazisti

“Avevo contatti con l’esercito insurrezionale ucraino (UPA), li aiutavo nella lotta contro il governo sovietico, condividevo completamente il loro pensiero e lavoravo per la creazione dell’Ucraina indipendente. Lo facevo coscientemente, essendo motivata contro il governo sovietico”, così raccontava la madre badessa Olena ViterGiusta tra le Nazioni. Per questo, fu condannata a 20 anni di campi di concentramento in Siberia.

Olena nacque l'11 gennaio 1904 vicino Lviv. I suoi genitori erano insegnanti. Nonostante la madre fosse polacca e fossero andati ad abitare in Austria, la bambina venne educata in un ambiente ucraino patriottico. La famiglia tornò poi a Lviv nel 1918, probabilmente per l’attività politica del padre. Proprio lì, si formò la visione del mondo della giovane Olena. 
Dopo il liceo, finito nel 1921, divenne una studentessa di medicina. Quell’anno cambiò la sua vita. Sua madre morì e lei decise di servire Dio in un monastero. Perché fece questa scelta, non si sa con certezza; i ricercatori sono inclini però a pensare che non sia stata la morte della madre a spingere la giovane alla vita monastica, in quanto la donna visse per lungo periodo lontano dalla famiglia e Olena si sentiva più vicina al padre. 
Nel monastero, Olena faceva parte attivamente dei movimenti civili, aiutava chi aveva bisogno e forniva assistenza medica. Dopo qualche anno, nel monastero aprì una filiale della società “Ridna shkola” (Рідна школа – Scuola nativa). Qui i bambini potevano avere un’istruzione in lingua ucraina. Negli anni ’20, Olena divenne mentore per le nuove arrivate grazie a un talento pedagogico innato, che i dirigenti non potevano non notare. 

Nel 1930, vicino al monastero si accamparono i membri della “Plast”, la più grande organizzazione di Scout in Ucraina. Le suore li aiutavano nelle faccende domestiche. Un giorno, Yulian Holovinskiy, attivista nazionalista ed ex ufficiale dell’UGA, propose a Olena di entrare a far parte dell’OUN (organizzazione dei nazionalisti ucraini), e lei accettò. Non prendeva parte alle ribellioni, ma divenne un’educatrice attiva. Oltre a “Ridna shkola” presso il monastero si tenevano: il corso serale per gli adulti, circoli informativi e d’intrattenimento e l'asilo per i bimbi (più tardi, i cekisti - uomini della polizia speciale sovietica incaricati di combattere il dissenso - avrebbero definito il tutto “educazione nazionalistica dei giovani”). Olena, inoltre, raccoglieva i fondi per i prigionieri politici.

Chiamata anche “sorella di Yosyf” a causa del taglio di capelli, a 28 anni Viter divenne badessa del monastero femminile di Yaktoriv e fu sostenuta dal Metropolita Andrei Sheptytskiy.

La vita pacifica si interruppe però bruscamente nel 1939, quando il governo sovietico irruppe nell’ovest dell’Ucraina. Colpirono la popolazione locale, tra cui i polacchi. Il monastero nel quale Olena aveva trascorso 17 anni della propria vita fu abbattuto dall’armata rossa che distruggeva le icone e i luoghi sacri senza pietà. Nella disperazione, la giovane volle lasciare la patria, ma Sheptytskiy la convinse a rimanere. Tornò a Lviv e, con le sue ex allieve, formò il cosiddetto condominio delle infermiere. Le suore cambiarono i propri vestiti abituali e lavorarono come infermiere. Nel frattempo, Olena divenne anche, con la raccomandazione di Sheptytskiy, segretaria di un famoso dottore e attivista, Marian Panchyshyn. Quest'ultimo, iniziò a lavorare per il nuovo governo, divenne deputato del parlamento URSS e capo del dipartimento sanitario della regione di Lviv. Con lui, Olena si sentiva abbastanza al sicuro e poteva così svolgere la sua attività. Teneva ancora i contatti con l'OUN e, quando iniziarono le repressioni contro di essa, aiutò alcuni ucraini a scappare dall’Unione Sovietica. Tra di loro, nell’estate del 1940 cercò di far fuggire un prete, Yaroslav Chemerynskiy. 

Per fare ciò, Olena contattò un’infermiera di una clinica di Lviv, la quale promise di trovare dei documenti falsi per l’uomo, che, purtroppo, venne catturato. L’infermiera era un’agente sovietica. Dopo poco, i cekisti vennero a cercare Olena e trovarono nel suo appartamento una valigetta con dei documenti, una tonaca e un revolver che appartenevano a Chemerynskiy. Viter fu catturata e le indagini duravano 6 mesi. “Mi tiravano per i capelli, mi sbattevano la testa contro il muro, mi presero a pugni in faccia. Una volta, uno mi prese per i capelli, l’altro per le mani e il terzo per il naso e mi buttarono urina in bocca”: sono le torture che raccontava Olena. La interrogarono 47 volte.

“Un giorno quando mi portarono dal carcere per l’interrogatorio, mi chiesero se volevo l’Ucraina indipendente, risposi di sì, poi mi buttarono in una cantina buia e stretta con dei ratti. Dopo poco, mi riportarono in ufficio per interrogarmi ancora, mi tolsero la camicia e con dei cavi elettrici fecero passare la corrente elettrica attraverso il mio corpo”.
Durante un interrogatorio Olena confessò che faceva parte dell’OUN e raccontò che conduceva delle attività informative. Ai cekisti però questo non bastava, pensavano che dovesse essere dichiarata una terrorista. Alla fine, con le torture, estorsero la “confessione”: lei, presumibilmente, aveva organizzato un gruppo terroristico il cui scopo era l’assassinio degli ufficiali sovietici. Agli uomini del NKVD, per aver scoperto dei terroristi, spettavano dei premi, mentre ai terroristi una pallottola in testa. 
La condanna di morte fu firmata, ma i tedeschi si stavano avvicinando. Il governo sovietico in tutta fretta scappava dall’ovest del paese lasciando dietro di sé bagni di sangue. Era sempre più difficile rimanere per il governo sovietico, i tedeschi ormai iniziavano a bombardare. Il capo della prigione aveva dichiarato che Viter era stata fucilata, ma durante i bombardamenti i membri dell'OUN liberarono una parte dei prigionieri, tra cui anche Olena Viter. 

Durante gli anni dell’occupazione hitleriana, la badessa Viter gestì un orfanotrofio a Lviv. Rischiando la propria vita aiutò i bambini ebrei a nascondersi dai nazisti, tra cui Lili Pohlmann, Nathan Lewin, Adam Rotfeld e altri. Per nascondere la verità agli occupanti, i bambini venivano educati come cristiani, insegnando loro preghiere e usanze. I piccoli, che avevano assistito alle atrocità nei ghetti e avevano perso le loro famiglie, ricevevano in convento un trattamento caloroso e devoto. Se qualcuno di loro attirava l'attenzione delle autorità locali o dei contadini che visitavano il complesso, la badessa trasferiva il bambino in un altro convento studita. Nel luglio 1944, dopo la liberazione dell'area, tutti i bambini sopravvissuti furono affidati a istituzioni ebraiche o a parenti superstiti.

Dopo il ritorno del regime sovietico, iniziarono le repressioni contro le figure della chiesa. Il 12 ottobre 1945 la "sorella di Yosyf" fu arrestata. Confessò che aveva contatti con l’esercito insurrezionale ucraino. La condanna fu di 20 anni nei campi di prigionia in Siberia. Ma con il “disgelo” di Krushchev e la destalinizzazione, fu liberata prima – il 29 marzo 1956. Dopo i campi, si sistemò a nella regione di Ternopil, in un piccolo paesino di nome Skalat, dove morì nel 1988 il 15 novembre. Dodici anni prima il governo israeliano le aveva conferito il titolo della Giusta tra le nazioni per aver salvato i bambini ebrei durante gli anni dell’Olocausto. È stata la prima donna ucraina a ricevere questo titolo onorifico. 

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