Giovanni Ferro nacque il 13 novembre 1901 nella frazione Sant’Anna di Costigliole d’Asti, in Piemonte, in una famiglia profondamente religiosa. Sin da bambino mostrò una naturale inclinazione per la vita spirituale e un forte senso di giustizia, qualità che lo portarono a intraprendere presto la strada della vocazione religiosa. Entrò giovanissimo nel seminario dei Padri Somaschi, dove ricevette una formazione severa ma al tempo stesso impregnata di spirito di servizio. All’interno della congregazione maturò il desiderio di coniugare l’insegnamento con l’impegno pastorale, ponendo sempre al centro la dignità della persona.
Dopo anni di studio e di preparazione, l’11 aprile 1925 ricevette l’ordinazione sacerdotale e conseguì la laurea in filosofia all’Università Gregoriana di Roma. Nei primi anni del suo ministero svolse l’attività di educatore nei collegi somaschi di Corbetta, in provincia di Milano, Casale Monferrato e Treviso. Padre Ferro, che aveva un carattere rigoroso ma empatico, interpretò il suo ruolo di educatore con dedizione totale, creando un ambiente scolastico fondato sul rispetto reciproco tra studenti e insegnanti.
Nel 1938 fu trasferito a Como per assumere la direzione del Pontificio Collegio Gallio, storica istituzione educativa della città, fondata nel XVI secolo e gestita dai Padri Somaschi. In quel luogo Padre Ferro divenne una figura di riferimento per centinaia di studenti, molti dei quali provenivano non solo da famiglie borghesi e intellettuali, ma anche da contesti di povertà. L’atmosfera all’interno del collegio si basava su disciplina, formazione culturale e attenzione alla crescita personale.
Tuttavia, in quegli anni la situazione in Italia andava rapidamente deteriorandosi. Il regime fascista aveva ormai imposto il suo controllo capillare sulla società e la promulgazione delle leggi razziali del 1938 inaugurò un periodo di discriminazioni e persecuzioni nei confronti degli ebrei italiani. Le prime epurazioni scolastiche colpirono anche molti ragazzi ebrei, espulsi dalle scuole pubbliche e costretti a cercare rifugio in istituti privati o in famiglie amiche. Con l’entrata dell’Italia fascista in guerra, nel 1940, e soprattutto dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Como divenne un territorio strategico: la frontiera con la Svizzera era vicina e in quelle zone si moltiplicarono i tentativi di fuga da parte di ebrei, disertori e oppositori politici. Allo stesso tempo, l’occupazione tedesca e la collaborazione dei repubblichini (i militanti della Repubblica Sociale Italiana, regime fascista filonazista instaurato da Mussolini dopo l’8 settembre 1943, ndr) trasformarono la provincia in un luogo di controlli feroci, rastrellamenti e arresti.
Fu in quel contesto drammatico che Padre Ferro scelse di prendere una decisione che avrebbe segnato per sempre la sua vita e quella di altre persone. Quando Roberto Furcht, un giovane ragazzo ebreo, divenne un ricercato della Gestapo, Padre Ferro decise di offrirgli rifugio all’interno del Collegio Gallio. Roberto aveva perso la possibilità di vivere apertamente la propria identità ebraica a causa delle persecuzioni e si trovava in fuga, insieme a migliaia di altre persone, in cerca di un luogo sicuro dove nascondersi. Padre Ferro lo accolse sotto falso nome, lo registrò come studente, gli procurò documenti e abiti per non destare sospetti. Per mesi il ragazzo visse tra i corridoi e le aule del collegio, protetto da una rete silenziosa di discrezione e solidarietà. Nessuno, tra gli altri studenti, era a conoscenza della sua vera identità. Padre Ferro sapeva che un solo errore avrebbe potuto significare l’arresto immediato e la deportazione non solo per Roberto, ma potenzialmente anche per lui stesso e per chiunque avesse tentato di aiutarlo. La presenza costante delle pattuglie tedesche e delle milizie fasciste, i controlli improvvisi e le delazioni rendevano ogni gesto di aiuto estremamente rischioso.
La scelta di Padre Ferro non fu episodica né improvvisata. Come rettore, si trovava in una posizione delicata: era responsabile di un istituto noto e frequentato, posto sotto osservazione dalle autorità. Nonostante ciò, decise di agire in silenzio, senza informare nessuno se non pochissimi collaboratori fidati. Il collegio divenne per Roberto Furcht una sorta di rifugio invisibile nel cuore di una città occupata. Padre Ferro curò ogni dettaglio: la copertura burocratica, le abitudini quotidiane, i movimenti interni per evitare attenzioni indesiderate. Sapeva che per proteggere quel ragazzo era necessario non solo il coraggio, ma anche grande lucidità e capacità di pianificazione. Non si trattava semplicemente di aprire una porta, ma di garantire a un essere umano la possibilità di sopravvivere in un contesto in cui la persecuzione era sistematica e implacabile.
Dopo la Liberazione, Padre Ferro non parlò pubblicamente della vicenda. Considerava quella scelta un dovere morale, non un atto da rivendicare. Continuò la sua vita religiosa con la stessa discrezione che aveva caratterizzato la sua azione durante la guerra. Nel 1950 venne nominato arcivescovo metropolita di Reggio Calabria e vescovo di Bova. Lì affrontò un contesto molto diverso ma altrettanto difficile: la povertà diffusa, l’emigrazione di massa, la presenza della criminalità organizzata e la mancanza di strutture sociali adeguate. Padre Ferro percorse instancabilmente le zone più isolate della diocesi, visitando parrocchie sperdute, aprendo scuole, centri educativi, mense e opere caritative. Promosse con forza l’istruzione come strumento di riscatto sociale, si impegnò contro le ingiustizie e divenne un punto di riferimento per la popolazione più fragile. La sua azione pastorale si basava sulla vicinanza concreta alle persone e sulla convinzione che la Chiesa dovesse essere una presenza viva tra la gente.
Fu anche una voce coraggiosa contro la ’ndrangheta, che in quegli anni consolidava il proprio potere sul territorio. Padre Ferro denunciò apertamente la violenza mafiosa, difendendo la libertà e la dignità dei cittadini. Anche in questa fase della sua vita, il tratto distintivo fu la fermezza unita alla discrezione. Non cercò mai onori o riconoscimenti: il ricordo della guerra e dell’aiuto prestato a Roberto Furcht rimase confinato alla memoria privata, quasi come un segreto custodito gelosamente, finché negli anni successivi non venne portato alla luce attraverso le testimonianze e le ricostruzioni storiche dello stesso Furcht.
Padre Ferro morì il 18 aprile 1992, lasciando un’eredità morale e spirituale profonda. La sua vita fu segnata da scelte silenziose ma decisive, maturate sempre nel solco di un’etica della responsabilità personale. In un tempo in cui l’indifferenza avrebbe potuto sembrare la via più sicura, Padre Ferro, consapevole dei rischi che avrebbe potuto compiere, preferì agire. Nella memoria della città di Como e della comunità ebraica, la figura di Padre Ferro rimane quella di un rifugio sicuro, un uomo che, in tempi oscuri, seppe offrire luce e protezione.
