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Primo Levi (1919 - 1987)

lo scrittore testimone della Shoah

Primo Levi

Primo Levi

Nato il 31 luglio del 1919 a Torino, da genitori di religione ebraica, Primo Levi si diploma nel 1937 al Liceo classico Massimo D’Azeglio e si iscrive al corso di laurea in chimica. Riesce a laurearsi nel 1941, a pieni voti e con lode, ma sul diploma di laurea figura la precisazione: "di razza ebraica". Comincia così la sua carriera di chimico, che lo porta a vivere a Milano, fino all’occupazione tedesca. Il 13 dicembre del 1943 viene catturato e successivamente trasferito al campo di raccolta di Fossoli (Modena) dove comincia la sua odissea. Nel giro di poco tempo, infatti, il campo viene preso in gestione dai tedeschi, che deportano tutti i prigionieri in Polonia, nel lager di Auschwitz/Birkenau.

Il 22 febbraio del 1944 è la data che segnerà il confine tra "prima" e "dopo" nella vita di Primo Levi: "Avevamo appreso con sollievo la nostra destinazione. Auschwitz: un nome privo di significato, allora e per noi".  Ad Auschwitz, di fretta e sommariamente, viene effettuata la selezione: "In meno di dieci minuti tutti noi uomini validi fummo radunati in gruppo. Quello che accadde degli altri, delle donne, dei bambini, dei vecchi, noi non potemmo stabilire allora né dopo: la notte li inghiottì, puramente e semplicemente" . Primo Levi, per il fatto di essere un chimico e di conoscere il tedesco, viene destinato a Monowitz, uno dei campi del grande comprensorio di Auschwitz/Birkenau, dove i prigionieri lavorano in una fabbrica di gomma (Buna).  Si ritrovano in pochissimo tempo rasati, tosati, disinfettati  e costretti a indossare la divisa a righe del campo. Su ogni casacca c’è un numero cucito sul petto e tatuato sul braccio: Levi è l’häftling (prigioniero) 174517.

Primo Levi è tra i pochissimi a sopravvivere e far ritorno a casa sua, a Torino, dopo un lungo e avventuroso viaggio. Essendo stato testimone di tante atrocità, sente il dovere di raccontare: comincia a scrivere, elaborando così il suo dolore. Nel 1947 il manoscritto di Se questo è un uomo, rifiutato dalle più grandi case editrici, è pubblicato dalla De Silva. Soltanto nel 1958 con l'uscita presso Einaudi il libro diventerà una delle più conosciute e apprezzate testimonianze sull'industria della morte nazista.

L'opera di Primo Levi, tredici libri in tutto, deve essere divisa in due periodi e due categorie. La prima è costituita da quelli che lui stesso chiama "libri di testimonianza" ( Se questo è un uomo e La tregua,1963) e da quelli della sua attività di scrittore di racconti e romanzi di fiction. La seconda è composta dal suo ultimo libro (I sommersi e i salvati, 1986) e dalle numerose interviste e recensioni scritte, soprattutto tra il 1979 e il 1986 e che costituiscono quasi un' opera a sé. Un Levi che diventa, suo malgrado, grazie al successo dei suoi libri, un personaggio pubblico costretto a confrontarsi anche con questioni teoriche e storico-politiche.

I suoi primi libri sono stati scritti prima di tutto per un bisogno di liberazione e come testimonianze perchè gli altri credessero a ciò che era accaduto e non dimenticassero: "Se questo è un uomo se non di fatto, come intenzione e come concezione, è nato già fin dai giorni di Lager. Il bisogno di raccontare agli 'altri', di fare gli 'altri' partecipi, aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari. Il libro è stato scritto per soddisfare a questo bisogno; in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore" (Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1992, p. 9).

Levi ci teneva a precisare di non essere uno storico. Nell' autointervista posta in appendice all'edizione scolastica di Se questo è un uomo (Einaudi 1976, p. 244), affermava: "I miei libri non sono libri di storia: nello scriverli mi sono rigorosamente limitato a riportare i fatti di cui avevo esperienza diretta, escludendo quelli che ho appreso più tardi da libri o giornali". Ma la sua personale e dolorosa ricerca di una spiegazione di quanto gli era accaduto lo portò, col passare, degli anni, a trasformarsi da testimone in indagatore.

I sommersi e i salvati  è il suo capolavoro e rappresenta una delle più profonde riflessioni sui meccanismi e sulle manifestazioni del Male nel Novecento. In nove densissimi capitoletti Levi spese tutte le sue energie alla ricerca della verità, oltre la retorica di interpretazioni dettate da necessità politiche: "Ho voluto riprendere quel tema per bisogno di verità, per andare contro la retorica. (...) Sono disposto a tollerare una certa quantità di retorica, è indispensabile per vivere. Abbiamo bisogno di monumenti, di celebrazioni: e un monumento nella sua etimologia, vuol dire ammonimento. Però occorre un controcanto, un commento in prosa ai voli della retorica: io ha cercato di farlo sapendo di ledere alcune sensibilità. Sono temi abbastanza tabù". Questa fu la molla che lo spinse ad addentrarsi, dopo che aveva più volte ripetuto di non volersi più occupare di Auschwitz, nelle paludi dolorose, e tortuose, della "zona grigia", della logica della "macchina dello sterminio", della mostruosità dei carnefici e dell' "apatia degli oppressi": "Su due cose ho insistito in questo libro. Una è sul fatto che anche gli oppressori di allora erano esseri come noi. (...) Proprio per questo credo che il capitolo centrale più importante sia quello intitolato La zona grigia ; in cui si fa vedere come non è che siamo tutti uguali (...) abbiamo livelli di colpa diversi. Però siamo fatti della stessa stoffa. E un oppresso può diventare un oppressore. E spesso lo diventa. E questo è un meccanismo a cui si pone di rado mente. Ma nelle carcer, per esempio, è ben noto. Avviene correntemente. Ora più si fa dura, più si fa rigida, l'oppressione , più viene favorito l'istaurarsi della zona grigia" (P. Levi, Capire e far capire, intervista a cura di M. Spadi, in: P. Levi, Conversazioni e interviste, a cura di M. Belpoliti, Einaudi, Torino 1997, p.247).

I sommersi e i salvati è anche la sintesi di tutte le opere precedenti di Levi: rimette assieme in modo nuovo le storie che ha scritto. Lo stesso titolo era gia quello di un capitolo di Se questo è un uomo. Levi risistematizza diversamente la sua memoria scritta per andare più a fondo nell'indagine sul "come è accaduto e perchè" e, così facendo, va oltre la testimonianza della propria esperienza e giunge a un'analisi assai lucida della natura del totalitarismo e del suo strumento più tremendo: il campo di concentramento e di sterminio.

Dal 17 aprile 2012 a Primo Levi sono dedicati un albero e un cippo al Giardino dei Giusti di tutto il Mondo di Milano.

Bibliografia:

Primo levi, Opere complete (3 voll.), a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino 2016

Album Primo Levi, a cura di Roberta Mori e Domenico Scarpa, Einudi, Torino 2017

Primo Levi, a cura di Mario Barenghi, Marco Belpoliti, Anna Stefi, "Riga n. 38", marcos y marcos, MIlano 2017

Marco Belpoliti, Primo Levi di fronte e di profilo, Guanda, Milano 2015

Giardini che onorano Primo Levi

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