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Robert Petersen (1911 - 2001)

Insieme alla moglie Gertrud salvò una famiglia ebrea rischiando la vita

Il 29 settembre 1943 la famiglia ebrea Paikin, che viveva a Copenaghen, venne a sapere del piano dei tedeschi di deportare tutti gli ebrei della Danimarca verso i campi di concentramento.

Il capo famiglia Abbe Isak Paikin non sapeva cosa fare, così telefonò al suo amico non ebreo, Robert Petersen, il quale accettò di ospitare lui e la sua famiglia nonostante fosse conscio che avrebbe potuto mettere in pericolo i suoi due bambini e sua moglie, Gertrud, incinta del terzo. Nei due giorni che seguirono a casa di Robert arrivò Abbe Isak Paikin con 15 persone: sua moglie, suo figlio, i suoi genitori, le sue due sorelle non sposate, la sua sorella sposata con suo marito e il figlio, i due fratelli della moglie, quello non sposato e quello sposato con moglie e figlia. La piccola casa dei Petersen era formata solo da tre stanze, ma nonostante questo nessun membro della sua famiglia fece obiezione nell’ospitare tutte quelle persone, perché non volevano che fossero catturate dai tedeschi. 

Robert, che non aveva contatti con la resistenza, cominciò a cercare dei pescatori per far trasportare la famiglia Paikin in Svezia, e riuscì a trovarne due presso la città di Koege (a sud di Copenaghen). Questi erano sprovvisti di una barca, ma erano pronti a prenderne una in affitto per il viaggio. A quel punto restava da trovare un posto a Koege dove nascondere il gruppo di ebrei prima della partenza. Il signor Petersen si mise così d’accordo con il capo cameriere della locanda in cui era entrato, questi gli avrebbe preparato una piccola stanza nel caffè, che sarebbe rimasta chiusa fino a quando il gruppo di ebrei non sarebbe partito per la Svezia. 

Il giorno seguente la famiglia Paikin andò a Koege, dove rimase nascosta nella stanza del caffè mentre aspettava l’arrivo dei pescatori. Quando questi arrivarono, spiegarono al signor Petersen che il proprietario della barca con cui si erano accordati per affittarla aveva cambiato idea. A causa della situazione, Robert consegnò ai pescatori 500 corone per ogni membro della famiglia Paikin, e li convinse a tornare indietro dal proprietario della barca, che in quel momento era nella sua solita taverna, per farlo ubriacare e poi “prendere in prestito” le chiavi della barca. L’obbiettivo era quello di incontrarsi alla fine del molo alle 7.30 di sera. Tutto andò bene e la famiglia Paikin venne trasportata al sicuro in Svezia

Robert passò la notte al caffè, perché ormai si erano fatte le otto ed era scattata l’ora del coprifuoco, lasciando la moglie Gertrud in pensiero perché non era riuscito a contattarla. Prima di partire per la Svezia alcuni membri della famiglia Paikin diedero al signor Petersen alcuni indirizzi di parenti e amici (quindici persone in tutto) e gli chiesero di cercarli e di assicurarsi che stessero bene. Robert li trovò tutti ed aiutò ad organizzare la fuga di coloro che non erano riusciti a scappare. Questi, a loro volta, gli dettero altri indirizzi e Robert aiutò anche loro. I coniugi Petersen non accettarono mai del denaro né nessun’altra forma di compensazione. Nell’ottobre del 1993 la famiglia Paikin invitò la famiglia Petersen a cenare allo stesso caffè (diventato ristorante) di Koege. Quel giorno le due famiglie poterono riabbracciarsi e rivivere quei ricordi. Il 1°maggio 2001 Yad Vashem ha conferito a Robert Petersen e a Gertrud Petersen il titolo di “Giusti tra le Nazioni”.

La storia del salvataggio degli ebrei danesi sarà raccontata nel libro di Andrea Vitello “Il nazista che salvò gli ebrei. La storia del salvataggio degli ebrei danesi” (Le lettere, Firenze, ottobre 2021). Il libro avrà la prefazione di Moni Ovadia e la postfazione di Gabriele Nissim.

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