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Silvio Rivoir (? - 2010)

l'impiegato dell'anagrafe di Torre Pellice che fabbricò documenti falsi per salvare ebrei e partigiani

Testimonianza di Elena Ottolenghi - Torino, 24 novembre 2003

Nel dicembre del 1943, ebrea quattordicenne, ero rifugiata con i miei genitori Bonaparte Ottolenghi e Matilde Terracini, con mia zia Livia Terracini (vedova del prof. Giacomo Tedeschi) e suo figlio Giuseppe di 11 anni, presso la famiglia Baridon in una frazione di Bobbio Pellice. Dopo la prima battaglia partigiana nei dintorni, iniziò il rastrellamento dei tedeschi casa per casa, che ci costrinse a spostarci con documenti falsi per superare i posti di blocco. Per procurarci questi documenti mi rivolsi all'ing. Gherardi, il padre di una mia compagna di scuola, che mi parlò di "un impiegato dell'anagrafe di Torre Pellice che li confeziona gratuitamente per aiutare partigiani ed ebrei". Per noi fu decisivo questo supporto disinteressato: non avevamo abbastanza soldi per pagare i documenti falsi al mercato nero, venduti a prezzi elevatissimi, e senza quei documenti non avremmo potuto sfuggire ai tedeschi. Invece, grazie a questo impiegato, diventammo la famiglia Ottone e mia zia si trasformò in Tosco Livia. Quelle carte d'identità ci accompagnarono fino alla fine della guerra e ci permisero di salvarci. Solo a distanza di molti anni ho scoperto per caso il nome dell'impiegato, poi deportato in un campo di concentramento in Germania a causa della sua attività clandestina: si tratta di Silvio Rivoir, nato a Torre Pellice l'8 aprile 1906 e lì tuttora residente.

Rivoir ha raccontato di aver ricevuto la proposta di preparare i documenti falsi da una guardia comunale, Secondo Sereno, che gli forniva le segnalazioni e le fotografie, verso settembre-ottobre del 1943: "Sulla fotografia non c'era il nome vero, era meglio non sapere chi fossero queste persone. Io mettevo i dati che mi davano, preparavo il documento con tutti i bolli e i timbri dell'ufficio. Venivano da Torino, Roma, Firenze, Frosinone, forse una sessantina di persone. A fine marzo 1944 è arrivato un partigiano proprio mentre stavo per chiudere l'ufficio. Gli ho falsificato il documento, ma la sera stessa è stato catturato e ha confessato il mio nome. I tedeschi sono venuti ad arrestarmi subito e mi hanno portato nel carcere di Torino". Per salvarsi, Rivoir chiese di andare "volontario" a lavorare in Germania, dove venne spedito in un campo di concentramento. Fuggito dal campo attraverso il filo spinato ormai senza elettricità negli ultimi giorni di guerra, il 19 aprile 1945, è riuscito a tornare a casa, ma non ha potuto ottenere la qualifica di "deportato politico" avendo richiesto l'invio in Germania come lavoratore "volontario".

Uomo semplice e modesto, Rivoir è stato affiancato da una moglie coraggiosa che ne ha condiviso le scelte e i rischi. Oggi merita di essere ricordato per la sua azione di solidarietà umana in soccorso a dei perseguitati.

Segnalato da Elena Ottolenghi, salvata

Giardini che onorano Silvio Rivoir

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