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2 aprile 1937

l'Albania riconosce i diritti degli ebrei

In controtendenza con il resto dell'Europa, Tirana alla fine degli anni '30 riconosceva i pari diritti alla comunità ebraica albanese. Già nel 1928 la Costituzione era stata emendata per affermare l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, ma questa volta l'Albania si preparava a un grande compito: offrire ospitalità agli israeliti perseguitati dal nazismo. 
Il Paese adriatico, a maggioranza islamica, ha una lunga tradizione di tolleranza. Anche se alcuni aspetti delle sue tradizioni suscitano riprovazione, come ad esempio le faide e i delitti d'onore, altri fattori come gli obblighi comunitari di ospitalità nei confronti dello straniero anche di religione diversa (contenuti nel codice di tradizioni denominato kanun) hanno giocato nella storia un ruolo positivo. 

L'Albania una nazione giusta? 

Nel 1934 l'Ambasciatore americano in Albania Herman Bernstein, lui stesso un ebreo, scrisse: "Questa è l'unica nazione europea dove al giorno d'oggi il pregiudizio e l'odio religioso non esistono". A Berlino l'Ambasciata albanese emise visti per gli ebrei fino al 1938 e il Paese del kanun divenne il rifugio per molti ebrei tedeschi e austriaci.

Nel 1945 la popolazione ebraica dell'Albania era addirittura aumentata rispetto all'inizio della guerra, nonostante l'occupazione nazista. Le autorità albanesi in maggioranza rifiutarono di consegnare agli invasori le liste con le generalità degli ebrei. Molti cittadini soprattutto delle aree rurali ospitarono gli ebrei e 69 albanesi sono oggi riconosciuti come Giusti fra le nazioni da Yad Vashem.  


La tragica sorte degli ebrei kosovari

La nazione non è "giusta" nel suo complesso perché nell'area allora annessa del Kosovo i 400 ebrei di cui alcuni provenienti da Serbia e Croazia furono invece rastrellati e deportati a Bergen-Belsen. Solo cento sopravvissero. In tutto gli internati albanesi nei lager furono 600. Con la fine del comunismo nel 1991 le frontiere dell'Albania si sono aperte e molti ebrei hanno raggiunto Israele. Oggi nella capitale Tirana vivono alcune centinaia di israeliti. 

3 aprile 2013

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Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente. Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

La storia

Giuseppe Sala

con l'Opera San Vincenzo organizzava il soccorso agli ebrei