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Addio a Miep Gies

salvò il diario di Anna Frank

Si è spenta a cento anni Miep Gies, la donna che scoprì il diario di Anna Frank. 

Ad Amsterdam nel 1922 Miep incontrò il padre di Anna, Otto Frank, che le diede un lavoro nella sua azienda di preparati per marmellate, la Opekta.
La donna divenne amica della famiglia, con il marito e alcuni colleghi aiutò a nascondere i Frank e altri ebrei in un piccolo appartamento sopra la Opekta, che diventerà un museo.

Il 4 agosto 1944 gli occupanti della casa vennero arrestati e Miep Gies trovò nell'appartamento vuoto il prezioso diario che conservò in uno scrittoio pensando di riconsegnarlo ad Anna al suo ritorno.

Quando seppe che la giovane era morta nel campo di Bergen-Belsen diede i manoscritti al padre di Anna, che li pubblicò nel 1947. Miep Gies spese la vita a raccontare la storia di Anna e del diario, diventando una delle più importanti testimoni della Shoah.

12 gennaio 2010

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Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente. Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

Multimedia

Soccorso 17 febbraio 2015 Lampedusa

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La storia

Eric Kempson

l'artista inglese soccorrittore delle "anime perse" di Lesbo.