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​Angelo Rotta, soccorritore a Budapest

di Dalbert Hallenstein

Il ghetto di Budapest

Il ghetto di Budapest Bundesarchiv

Dalbert Hallenstein è un giornalista che ha scritto per numerose testate internazionali tra cui il Sunday Times di Londra e l'International Herald Tribune. Ora sta lavorando al tema dei Giusti, ha scritto un libro su Giorgio Perlasca edito in Italia da Chiare Lettere. Ci ha voluto anticipare i contenuti del suo prossimo saggio, dedicato al nunzio apostolico Angelo Rotta che, durante la seconda guerra mondiale a Budapest, salvò numerosi ebrei dalla deportazione. Il suo contributo si inscrive nel dibattito sempre più acceso e spesso spinoso sul ruolo delle istituzioni cattoliche e del Papato nel contrasto alle politiche hitleriane: Pio XII fu un Papa del silenzio o invece, scelse un basso profilo pubblico per poter aiutare quanti più ebrei perseguitati possibile "sotto banco"? 

Angelo Rotta, nunzio apostolico a Budapest durante la seconda guerra mondiale, fu uno degli eroi più importanti della Shoah. Non esitò a condannare apertamente e frontalmente i leader nazisti ungheresi e nemmeno a censurare lo stesso Papa per il suo rifiuto di alzare la voce pubblicamente contro le atrocità hitleriane.

Alla fine di novembre 1944, con l’esercito russo che si avvicinava ormai alla periferia di Budapest, inviò un dispaccio al Vaticano in cui scriveva: “Credo sarebbe utile che Sua Santità intervenisse apertamente e con forza per lasciare bene impresso al governo e all’opinione pubblica che il Vaticano non approva né i principi, né i metodi dell’attuale regime ungherese”. Egli si riferiva alla giunta delle Croci frecciate ungheresi guidata dal leader violentemente antisemita, Ferenc Szàlasi.

Angelo Rotta fu unico tra i diplomatici vaticani durante la guerra, perché ebbe il coraggio di esternare avvertimenti così critici al notoriamente autocratico Pio XII. E questa fu soltamento una della lunga serie degli ammonimenti che fece nei suoi dispacci da Budapest. Il suo coraggio e la sua indipendenza erano tali, che egli approvò perfino l’emissione di certificati di battesimo falsi per salvare vite umane, rischiando la scomunica per aver ammesso un simile atto eretico.

Senza il suo coraggio e il suo incessante sostegno, persone come Raoul Wallenberg, Carl Lutz e Giorgio Perlasca non sarebbero stati in grado di salvare così tanti perseguitati e forse non sarebbero neanche sopravvissuti. In qualità di Decano dei diplomatici rimasti a Budapest nel 1944-’45, Rotta redasse e coordinò le loro proteste scritte contro le atrocità antisemite del regime ungherese. Inoltre non esitò a sfruttare il prestigio del Vaticano per convincere i leader cattolici del regime a riconoscere ufficialmente le decine di migliaia di lettere di protezione e di passaporti improvvisati che lui e gli altri diplomatici delle potenze neutrali, come la Svezia, la Svizzera, la Spagna, il Portogallo e lo stesso Vaticano stavano emettendo per gli ebrei perseguitati.

Il suo sostegno fu anche cruciale per poter conservare il riconoscimento governativo alle decine di edifici extraterritoriali nei quali i diplomatici dei Paesi neutrali davano allogio alle migliaia di ebrei che stavano cercando di salvare. La legalità sia delle lettere di protezione emanate dalle ambasciate che dell’extraterritorialità degli edifici nei quali davano riparo agli ebrei era molto dubbia, in termini di diritto internazionale. Senza il supporto assiduo di Angelo Rotta, I leader nazisti dell’Ungheria avrebbero certamente revocato il loro riconoscimento della validità delle lettere di protezione e dell’extraterritorialità dei rifugi, con esiti catastrofici.

Mentre conducevo le mie ricerche per un libro su Angelo Rotta, ho scoperto che le sue attività di salvataggio erano iniziate immediatamente dopo l’invasione nazista della Polonia nel settembre 1939. I rifugiati, che erano soprattutto soldati polacchi in fuga e civili ebrei, iniziarono subito a riversarsi in Ungheria dove furono arrestati e imprigionati in campi di concentramento in attesa di essere deportati di nuovo nella Polonia occupata dai nazisti. Attraverso la rete diplomatica del Vaticano, Rotta fu informato quasi immediatamente delle disgustose atrocità perpetrate contro la popolazione polacca. I polacchi presto condannarono il rifiuto del Papa di esprimersi pubblicamente contro i massacri, rifiuto descritto da molti come un “crimine del silenzio”.

Angelo Rotta cominciò immediatamente una campagna diplomatica, in gran parte riuscita, per evitare che gli ungheresi deportassero i profughi di nuovo verso la Polonia, dove sarebbero andati quasi sicuramente incontro alla morte. Iniziò a fare visita regolarmente ai campi dove erano detenuti per mostrare pubblicamente il proprio sostegno. A mano a mano che la guerra continuava, arrivarono in Ungheria sempre più rifugiati, non solo polacchi ed ebrei, ma anche ucraini, serbi, russi e britannici, e prigionieri di guerra francesi e italiani.

Nel 1942 Rotta sentì che un gruppo di bambini ebrei stavano per essere deportati in Polonia. Corse al campo dove erano detenuti e fondò immediatamente un orfanatrofio per I “Figli degli Ufficiali Polacchi Cattolici” per proteggerli e nasconderli. Dato che erano ufficialmente “cattolici”, nessuno poteva toccarli, anche se di fatto erano ebrei. Egli riuscì anche a convincere le autorità civili ungheresi ad assegnare loro nuovi nomi, non ebraici.

Dopo l’invasione tedesca dell’Ungheria nel marzo 1944, il nunzio iniziò una campagna di proteste personali quasi quotidiane presso le autorità fasciste dell’Ungheria contro la deportazione di centinaia di migliaia di ebrei ungheresi nei campi di sterminio. Fu in questo periodo che lui e altri diplomatici iniziarono a distribuire le lettere di protezione e organizzare rifugi extraterritoriali per gli ebrei perseguitati. A poco a poco la nunziatura vaticana si riempì di ebrei in fuga sistemati ovunque potevano: sulle scale, negli uffici, nei corridoi – in ogni posto disponibile.

Nel frattempo, Angelo Rotta era freneticamente impegnato a organizzare una rete clandestina di sacerdoti e suore disposti a rischiare la vita per nascondere gli ebrei, soprattutto bambini. La rete comprendeva anche pastori protestanti, comunisti e la resistenza clandestina sionista, che nascosero i perseguitati in decine di conventu, monasteri, case private, cantine e fabbriche abbandonate. Un numero significativo di ebrei di “aspetto ariano” riuscirono anche a sopravvivere senza doversi nascondere grazie a falsi certificati di nascita che attestavano l’appartenenza alla “pura razza ariana” di tutti e quattro i bisnonni.

“Ma“, scrisse Per Anger, un esperto diplomatico a Budapest durante la guerra, nelle sue memorie, “le azioni di Rotta furono in forte contrasto con la passività del suo capo, il Papa Pio XII, ed egli dovette operare da solo e senza particolare supporto da parte del Vaticano”.

Entro la fine del dicembre 1944, i russi avevano completamente circondato Budapest e stavano gradualmente facendosi strada verso il centro cittadino. Contemporaneamente, orde di nazisti ungheresi si diedero alla fuga disordinatamente,  massacrando gli ebrei rimasti. A gennaio la nunciatura vaticana fu bombardata durante un raid russo e fu quasi completamente distrutta. Angelo Rotta e il suo staff si nascosero nelle catacombe sotto l’edificio e sopravvissero, rimanendovi per altre settimane fin quando i russi finalmente conquistarono la città nel febbraio 1945.

Rotta ritornò in Italia nel 1945 e visse come pensionato al Vaticano dove era praticamente evitato dal Papa e dalla maggior parte dei suoi colleghi diplomatici. Dopo la morte di Pio XII nel 1958 e l’elezione del vecchio amico e collega di Rotta, Angelo Roncalli, al soglio pontificio con il nome di Giovanni XXIII, la sua vita iniziò a cambiare per il meglio. Papa Giovanni gli offrì immediatamente di nominarlo cardinale, ma lui rifiutò affermando, con la sua tipica umiltà, che era troppo vecchio. Morì nel 1966 senza aver raccontato a nessuno dei suoi amici delle sue attività a Budapest.

Fu solo dopo che fu onorato come Giusto fra le nazioni nel 1997, anni dopo la sua morte, che gli amici più cari scoprirono delle sue imprese a Budapest. “Tutti sapevamo che aveva avuto una carriera molto singolare, ma non ci era mai venuto in mente che era un eroe”, ha detto uno di loro.

25 marzo 2015

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Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente. Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

La storia

Gino Cipolletti

Il brigadiere che avvisò del pericolo di deportazione in Germania