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Carola Rackete

di Marisa Bellini

Carola Rackete, capitano della nave Sea Watch 3

Carola Rackete, capitano della nave Sea Watch 3

Ho un figlio che vive fuori dall’Europa. Alcuni giorni fa, dopo aver visto i video che mostravano come Carola Rackete veniva accolta al porto di Lampedusa, mi ha detto: mamma mi sento imbarazzato di essere italiano. Questa parole mi hanno colpito duramente: un cazzotto nello stomaco.

Non voglio partecipare alle diverse tifoserie del Capitano o della Capitana, ma non posso esimermi dall’avanzare alcune considerazioni. In primo luogo, Carola Rackete è una giovane donna, Capitana di una nave. Se il comandante della nave fosse stato un uomo, forse il suo nome non sarebbe neppure stato reso noto. Mentre in questo caso, si è andati dagli epiteti “sbruffoncella”, “ricca comunista” e “criminale”, ad attacchi sessisti e di una volgarità inaudita. Il maschio, e forse direi il maschio frustrato, ama pavoneggiarsi con desideri di sopraffazione, in cui la donna viene sottomessa e violata. Quel povero maschio magari debole e insicuro, che mi fa pena e tanta rabbia.

Inoltre, quei corpi sballottati come fossero merci indesiderate, pezzi reietti, sono persone che con coraggio cercano un destino migliore, consapevoli dei grandi rischi che stanno affrontando. Non si tratta di essere buonisti, né di sostenere che si devono accogliere tutti. Ci dovrebbe essere una politica intelligente e lungimirante di accoglienza e di respingimento, ma al contempo la consapevolezza che queste sono persone cui va il nostro rispetto, se non ammirazione.

In terzo luogo, sentire quelle voci urlanti contro la giovane donna e, più in generale, le piazze urlanti e rabbiose, non può non ricordarmi le parole di Nietzsche sullo spirito di “risentimento”Sto male e cerco un colpevole; Io sto male, ma c’è chi sta peggio di meQuelle voci e quegli sguardi di chi guardava la ghigliottina in funzione e le teste dei nobili rotolare... ma poi ne rotolarono altre. Così come le masse parigine avevano a buon diritto motivo di lamentarsi contro un regime dispotico e ingiusto, anche ora, con le debite differenze, ci sono tante motivazioni da parte di molti strati sociali per essere scontenti e arrabbiati. Sono molte le responsabilità della politica in questo, a partire proprio da quelle di chi era più deputato, per tradizioni e scelte valoriali, a recepire e questa rabbia. Non è però qui il luogo per fare un’analisi politica degli errori ma anche dei meriti della Sinistra italiana. Stiamo all’oggi: questa rabbia è fomentata e alimentata sapientemente e, a parer mio, sconsideratamente.

Ma ritorniamo alla vicenda dello sbarco della Sea Watch 3 e della decisione di forzare il blocco da parte della Capitana Rackete. Due sono le leggi da considerare: una dello Stato italiano (Decreto sicurezza bis) e uno riferibile al diritto internazionale. Quest’ultimo è superiore a quello italiano, e dice che i naufraghi vanno portati nel più vicino porto sicuro, dunque, in questo caso, a Lampedusa. La questione è semplice, non c’è proprio discussione.

Per assurdo però, voglio ipotizzare che non sia così, che la Comandante abbia infranto consapevolmente una legge e per questo sia punibile. C'era una legge da un lato, e 40 vite sull’altro piatto della bilancia, di cui lei si sentiva responsabile. Carola Rackete ha fatto una scelta etica, che possiamo o no condividere, ma che non possiamo banalizzare o ridicolizzare. Molti sono i casi della Storia che ci vedono oggi onorare proprio coloro che non obbedirono alla legge. Uno per tutti, quello di coloro che diedero rifugio agli ebrei perseguitati nel secolo scorso.

Vorrei ricordare ad esempio una grande persona del passato: Tommaso Moro. Siamo nell’Inghilterra del XVI secolo, questi, rifiutandosi di firmare l’Atto di Successione, non riconobbe il divorzio di Enrico VIII e soprattutto - come esplicitato nell’Atto di Supremazia - che il re d’Inghilterra fosse identificato come “l’unico capo supremo sulla terra della Chiesa in Inghilterra”. Tommaso Moro fu disposto a morire per qualcosa che molti altri non capivano – e avevano il diritto di non capire. L’Atto di Supremazia non metteva in gioco solo questioni amministrative, organizzative o disciplinari, ma qualcosa di moto più importante. Di fatto, stabiliva una subordinazione al potere civile della stessa verità: non solo della verità religiosa, ma della verità in generale, della possibilità stessa che esistesse la verità. Tommaso Moro fu non solo martire della competenza ecclesiastica a custodire la verità di fede, ma anche esempio per tutti noi di difesa estrema delle capacità del nous nel cercare la verità, alla luce della ragione.

Analisi di Marisa Bellini

8 luglio 2019

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Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente. Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

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