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Case di vita che salvarono i perseguitati

iniziativa della Fondazione Wallenberg

Monastero dei Frati Cappuccini, Roma

Monastero dei Frati Cappuccini, Roma Raoul Wallemberg Foundation

Nel XX secolo migliaia di persone sono state salvate dalle “Case di vita”. Per ricordare queste Case e i “salvatori”, che rischiarono la vita ospitando chi era in pericolo, la Fondazione Internazionale Raoul Wallenberg è alla ricerca dei rifugi usati durante la II Guerra Mondiale, conflitti armati o genocidi.

Secondo Baruj Tenembaum, fondatore dell'organizzazione “questa iniziativa non risponde ad alcuna agenda politica né distingue le motivazioni del salvatore; crediamo semplicemente che sia importante riconoscere quegli esseri umani che sono empatici con le disgrazie altrui e forniscono aiuto a coloro la cui libertà o la cui stessa vita è in pericolo”.

La prima “Casa di vita” riconosciuta in una cerimonia solenne il 19 novembre a Firenze, è la Casa Santo Nome di Gesù delle Suore Francescane Missionarie di Maria, che nel 1943, durante l'Olocausto, diede rifugio a 40 donne e bambini ebrei, per la maggior parte non italiani. Un'altra "Casa di vita", il Convento dell'Ordine dei Cappuccini a Roma, sarà riconosciuta il 23 novembre.

Informazioni affidabili e dettagliate sugli atti di salvezza avvenuti in passato o nell'epoca contemporanea, con i nomi dei protagonisti (salvatori e salvati) e i dettagli fisici del luogo di riscatto nel caso in cui i salvati siano stati nascosti in qualche luogo specifico, possono essere inviate all'indirizzo e-mail della Fondazione Raoul Wallenberg: irwf@irwf.org

Per ulteriori informazioni,
http://www.raoulwallenberg.net

21 novembre 2014

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Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente. Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

Il libro

Giorgio Perlasca. Un italiano scomodo

Dalbert Hallenstein, Carlotta Zavattiero

La storia

Mario Martella

l'uomo che ha salvato un'intera famiglia ebrea