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Compagni di scuola

di Pietro Kuciukian

Assistiamo nell’ambiente sociale a esplosioni di aggressività nelle parole e nei comportamenti, tanto che aleggia il pericolo che la conflittualità fatta propria dalla comunicazione politica diventi cifra delle relazioni tra vicini, tra amici, tra compagni di lavoro.

Proseguendo il mio viaggio tra i disobbedienti azeri, voglio aprire la pagina di come l’altro possa continuare ad essere un volto, e i “coscienziosi” avere la meglio al tempo del male. Si tratta di una testimonianza che riguarda compagni di scuola, giovani che condividono studio e divertimento, che guardano al futuro e non accettano che improvvisamente tutto un mondo possa crollare.

Victoria Akopian, una studentessa di un liceo di Sumgait, il 28 febbraio del 1988 viaggiava in autobus in gita scolastica assieme ai compagni di classe azeri. In città tante cose erano cambiate rapidamente nelle relazioni tra armeni e azeri. Ne avevano discusso in autobus e un’amica azera aveva interrogato Victoria sul suo stato d’animo, sulla paura, sull’incertezza che dominava la società. Le aveva poi chiesto esplicitamente se come unica armena, provasse inquietudine a stare con loro, tutti azeri. Victoria non aveva avuto nessuna esitazione: “Siamo tutti amici, non posso temervi”. Aveva tuttavia espresso preoccupazione per i racconti spaventosi messi in circolazione che riguardavano le crudeltà che gli armeni avrebbero compiuto contro gli azeri del Karabagh allo scopo di ricongiungere questa terra all’Armenia. Per Victoria si trattava di menzogne diffuse scientemente a livello politico per alimentare l’odio antiarmeno in Azerbaigian. A tarda sera, al rientro dalla gita scolastica, l’autobus improvvisamente si blocca. Una folla selvaggia circonda il mezzo e, all’urlo “Ermeni, ermeni”, cerca di salire sul mezzo. Tutti sono impauriti, anche i colleghi azeri di Victoria. Elchad Akhmedov, un giovane azero buono e onesto tenta di resistere, ma alla fine è costretto ad aprire la portiera del pullman. Salgono dei tipi loschi, visibilmente alterati, alla ricerca spasmodica di armeni. Un compagno azero di Victoria, Dima Vladimirov, estrae un coltello cercando di opporsi alla pressione della folla inferocita. Gli altri studenti, più lucidi, lo fermano. I compagni nascondono il sacco e il passaporto di Victoria e un membro del Komsomol, Gul-aga, consiglia Victoria di dire che è sua moglie Sveda. Irada, Aida e Leila investono gli assalitori con frasi oscene, inconcepibili per essere pronunciate da ragazze armene. È la salvezza. Victoria nella testimonianza resa alla fine dei massacri dichiarerà che il loro autobus è stato l’unico a passare indenne attraverso la folla inferocita e a raggiungere la sede del Komsomol. Gli amici azeri hanno reagito con prontezza, coraggio e determinazione e Victoria ha avuto la conferma che la sua fiducia nel valore dell’amicizia era fondata. Leila, Irada e Aida, le amiche azere di Victoria, hanno fatto di più: nella sede del Komsomol l’hanno nascosta nella stanza blindata che conteneva la cassaforte; da lì lei ha potuto telefonare ai parenti che l’hanno messa in guardia su quanto stava succedendo in città. Victoria è riuscita a rientrare a casa evitando gli assembramenti. “La mamma”, conclude Victoria, “mi ha mostrato una macchina nel cortile dove gli azeri avevano bruciato vivi degli armeni. Io sono stata difesa e salvata dai miei compagni azeri”.

Testimonianze che suscitano stupore carico di sofferenza, aprono domande che non sembrano avere risposta, ma che costituiscono un monito affinché non si sottovalutino i segnali inquietanti del venir meno o dell’indebolirsi dei valori di solidarietà, di amicizia, di buon vicinato.

Pietro Kuciukian, Console onorario d'Armenia in Italia e Cofondatore di Gariwo

Pietro Kuciukian, Console onorario d'Armenia in Italia e Cofondatore di Gariwo

4 febbraio 2019

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Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente. Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

Multimedia

intervista a Faiza Abdul Wahab

figlia del tunisino che salvato a Mahdia un gruppo di ebrei durante la Shoah

La storia

Giusti tra le Nazioni italiani

aiutarono i perseguitati disobbedendo alle "leggi razziali"