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Il dossier di Gino Bartali a Yad Vashem

con la testimonianza di una donna fiorentina

Gino Bartali potrebbe essere nominato Giusto tra le Nazioni dal Museo israeliano di Yad Vashem, a Gerusalemme.
La prima testimonianza utile all'avvio della pratica arriva da Giulia Donati, una fiorentina che dal 1974 vive in Israele. Il campione ha partecipato a un'azione coordinata dalla Delasem che mise in salvo circa 800 ebrei.
Il corridore con la bicicletta faceva la spola nelle campagne toscane per consegnare al convento di San Quirico documenti da falsificare che aprivano una preziosa via di fuga agli ebrei nascosti dalle suore. Il campione infilava i documenti sotto la sella e nella canna della bicicletta eludendo ogni controllo con la scusa degli allenamenti.

Giulia Donati ripercorre la fuga della sua famiglia da Firenze fino a Secco, una frazione di Lido di Camaiore dove viene loro offerta una casa grazie a due anziane sorelle Isabella Pacini e Settilia Crocini. Improvvisamente arriva alla porta di casa proprio il campione che ha con sé i documenti falsi da consegnare ai Donati. Ma Settilia non riconosce quel ciclista né capisce perché bussa con tanta insistenza e lo allontana. Svelato l'equivoco, le sorelle decidono inizialmente di non raccontare l'accaduto ai Donati per non creare loro ulteriore apprensione: la vicenda viene resa nota solo dopo la fine della guerra.

Il racconto di Giulia Donati nei prossimi giorni sarà tradotto in ebraico e inviato a Yad Vashem.

28 maggio 2010

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Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente. Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

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