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Il MOAS mantiene accesa una speranza per i Rohingya

la Phoenix salpa per una missione di osservazione SAR nel mare delle Andamane

la nave Phoenix di MOAS

la nave Phoenix di MOAS Mathieu Willcocks/MOAS.eu 2016

Nel 2013 la tragica evidenza delle morti in mare lungo la rotta del Mediterraneo centrale era di fronte ai miei occhi: mentre ero in vacanza con la mia famiglia, una giacca beige probabilmente appartenuta a qualcuno che non era riuscito ad arrivare in un porto sicuro galleggiava sulla superficie del mare. Subito dopo le parole di Papa Francesco contro la globalizzazione dell’indifferenza pronunciate da Lampedusa e il naufragio del 3 ottobre 2013 in cui persero la vita 368 persone ci spinsero ad agire. Le persone morivano in mare nel silenzio di un cimitero liquido, mentre tutti gli occhi erano puntati sulle banchine dei porti dove sbarcavano i sopravvissuti.

Così è nata MOAS (Migrant Offshore Aid Station): una organizzazione internazionale volta a mitigare la sofferenza delle comunità di migranti e rifugiati più vulnerabili al mondo che opera in ottemperanza a un principio semplice ma essenziale secondo cui “Nessuno Merita di Morire in Mare”. Durante i tre anni di missioni SAR, dal 2014 al 2017, abbiamo assistito oltre 40 mila bambini, donne e uomini che avrebbero potuto diventare numeri per le statistiche sulle morti in mare. Ma soprattutto abbiamo fatto luce su una questione altamente sottovalutata all’epoca: seguendo una idea pionieristica e facendo un uso positivo della tecnologia, siamo stati la prima organizzazione umanitaria a usare droni concepiti ad uso militare per salvare vite umane sulla rotta migratoria più letale al mondo.

MOAS è stata sempre attenta agli sviluppi dello scenario geopolitico internazionale e alleloro dirette conseguenze sulle rotte migratorie: non ci siamo limitati a portare aiuto nel Mediterraneo centrale, ma abbiamo operato anche nel mar Egeo dal dicembre 2015 al marzo 2016 quando, dopo l’entrata in vigore del Trattato UE-Turchia, il numero di attraversamenti dalle coste turche alle isole greche è drasticamente diminuito. Da ottobre 2015 a maggio 2016 abbiamo condotto la prima missione esplorativa nel sud-est asiatico per conoscere meglio le condizioni disastrose dei Rohingya nel Rakhine settentrionale in Myanmar (o Birmania). Da quella missione, grazie alla organizzazione sorella di MOAS, Xchange,è stato pubblicato il primo report che documenta la vita quotidiana dei Rohingya nel Rakhine fra persecuzioni, violenze, repressioni, discriminazioni e uccisioni di massa.

Partendo da un campione rappresentativo di 1000 Rohingya abbiamo analizzato le limitazioni in termini di accesso al sistema sanitarioe di istruzione, oltre al divieto di ricoprire incarichi pubblici e ottenere condizioni di lavoro decenti.

Da allora, non abbiamo mai smesso di monitorare gli sviluppi in quest’area, così come adesso continuiamo a osservare con preoccupazione il mutato scenario operativo nel Mediterraneo centrale. Per questo, lo scorso agosto abbiamo deciso di sospendere la missione SAR per concentrare tutte le nostre risorse e capacità in difesa della popolazione Rohingya, riposizionando la Phoenix con la quale fra ottobre e novembre abbiamo consegnato 40 tonnellate di aiuti umanitari al governo bengalese. Circa 700mila persone sono arrivate in Bangladesh dal 25 agosto dopo terribili viaggi che mettono ulteriormente a repentaglio questa minoranza considerata dalle Nazioni Unite la più perseguitata al mondo.

Come sottolineato dall’OIM (Organizzazione Mondiale per le Migrazioni) al capitolo 3 del report “Fatal Journeys, Volume 3”, “i decessi dei migranti nella regione dell’Asia-Pacifico sono il risultato di conflitti interni e pulizie etniche che hanno ricevuto meno attenzione del conflitto in Siria e delle morti nel Mediterraneo. La realtà è che la maggior parte dei decessi nella regione dell’Asia-Pacifico si verificano in aree scoperte, spesso -ma non solo- in mare e per lo più non vengono nemmeno documentati”. Basta osservare i dati del progetto MissingMigrant aggiornati all’11 aprile 2018 per comprendere come ciò sia vero: nonostante le agenzie stampa riportino notizie di naufragi nell’area, le uniche vittime documentate ufficialmente sono 31 e non tutte ricollegabili a naufragi ma anche a esplosioni di mine o incidenti d’auto.

Tuttavia, il fatto che non vengano documentati a dovere non solo spersonalizza ulteriormente il fenomeno migratorio, ma ci impedisce soprattutto di capire la reale portata di quanto accade e le sue potenziali conseguenze. Per questo con MOAS abbiamo deciso di espandere il raggio d’azione della nostra missione in sud-est asiatico. Mentre il nostro staff medico si adopera nell’assistenza giornaliera dicentinaia di pazienti nelle due Aid Station di Shamlapur e Unchiprang, riposizioneremo la Phoenix nel mare delle Andamane per condurre un monitoraggio indipendente della durata di un mese prima dell’arrivo della stagione monsonica. In questo frangente, non solo acquisiremo maggiore conoscenza dello scenario operativo nella regione, ma ci terremo anche pronti a rispondere ad eventuali emergenze SAR con un team di professionisti del settore a bordo. In linea col nostro motto, ci impegneremo affinché nessun bambino, nessuna donna e nessun uomo si senta abbandonato o perda la vita in mare su mezzi insicuri.

MOAS esorta la comunità internazionale a mobilitarsi per far luce sulle atrocità commesse ai danni dei Rohingya nella speranza di poter dar a questo popolo un futuro di pace. Speriamo, inoltre, di accrescere la consapevolezza su ciò che avviene nel mare delle Andamane per sensibilizzare sul fenomeno degli attraversamenti, come già abbiamo fatto alle porte d’Europa, e nel frattempo sul campo “aiuteremo a casa loro” i bengalesi che continuano a condividere terra, risorse e cuore con chi fugge da ingiuste persecuzioni e interminabili violenze. 

Regina Catrambone, Co-Fondatrice e Direttrice MOAS

24 aprile 2018

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Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente. Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

Il libro

La lista del console

Pierantonio Costa, Luciano Scalettari

La storia

Oddo Stocco, parroco di San Zenone degli Ezzelini (TV)

il parroco del trevigiano che salvò 50 ebrei con l'aiuto di tutto il paese