Gariwo: la foresta dei Giusti GariwoNetwork

English version | Cerca nel sito:

Il prezzo del coraggio

le due coppie che aiutarono la famiglia Berliner a fuggire dai nazisti

Uri Berliner è figlio di Gert Berliner, un sopravvissuto alla Shoah che, donando a un museo una scimmietta di peluche che aveva portato con sé nel viaggio sui Kindertransport nel 1939, ha permesso di scoprire la straordinaria generosità di due coppie a cui deve la sua salvezza. Il 14 novembre di quest’anno, ha raccontato la loro storia al giornale online NPR.

“È una storia al tempo stesso meravigliosa e tragica”, scrive Uri. “Una famiglia, i Furstenberg, ha potuto andare avanti, mentre un’altra, quella dei Mynarek, apparentemente è scomparsa senza lasciare traccia”.

Gert Berliner aveva 14 anni nel 1939, quando fuggì da morte certa dalla Germania nazista. Salì su un Kindertransport, un treno organizzato per portare i bambini ebrei lontano da quel male e dare loro accoglienza presso famiglie di altri Paesi.

I suoi genitori, Paul e Sophie Berliner, rimasero intrappolati a Berlino. Sui Kindertransport non potevano viaggiare adulti, così la coppia era destinata a finire sulle liste di deportazione. Paul e Sophie pertanto entrarono in clandestinità, rifugiandosi presso i loro amici e vicini, Charlotte e Fritz Mynarek, che li accolsero sapendo benissimo che, se fossero stata scoperti, sarebbero stati condannati a morte dalla macchina nazista. I Mynarek pagarono un prezzo altissimo: il 22 aprile 1943, la Gestapo arrivò nel loro appartamento e arrestò le due coppie portandole all’infame stazione di polizia di Alexanderplatz. Meno di un mese dopo, Paul e Sophie furono inviati ad Auschwitz, dove trovarono la morte.

Fritz Mynarek fu deportato nel campo di sterminio di Buchenwald dove fu ucciso nell’inverno 1945. Charlotte fu internata a Ravensbruck, un lager per donne, per il “crimine” di aver cercato di salvare i suoi amici. Lei e Sophie si videro l’ultima volta in un corridoio della stazione di polizia, e Charlotte chiese unicamente notizie del giovanissimo Gert, sapendo che non lo avrebbe mai più rivisto.

Gert intanto era stato portato in Svezia, a Kalmar, presso la famiglia Furstenberg.  Ora, all'età di 94 anni, Gert Berliner è rientrato in contatto con i Furstenberg grazie al nipote dell'uomo che lo ha salvato, Claes, un importante giornalista svedese, con cui si è scambiato oltre 60 mail. Claes Furstenberg infatti ha rintracciato negli archivi familiari la corrispondenza di suo nonno Sigge e ha poi organizzato diverse visite ai Berliner negli Stati Uniti.

Il padre di Claes è del 1924, proprio come Gert. I due ragazzi sono cresciuti come fratelli a Kalmar durante la guerra. Il nonno Sigge era un uomo d’affari che, mentre la Svezia adottava la neutralità verso le azioni di Hitler, fu tutt’altro che neutrale. Aiutava anzi gli ebrei danesi a fuggire dall’occupazione nazista a bordo di barche di pescatori e per questo ricevette una “medaglia della libertà” dal Re di Danimarca, ma fu anche inserito al primo posto in una lista, redatta dai filonazisti, delle persone da deportare se la Germania avesse invaso anche la Svezia.

“Sigge Furstenberg non è famoso come il suo concittadino Raoul Wallenberg, che salvò decine di migliaia di ebrei ungheresi dai campi di sterminio”, spiega Uri Berliner su NPR, “eppure è fondamentale almeno per la nostra famiglia. Io non sarei nato se non ci fosse stata la sua opera di salvataggio nei confronti di mio padre. Essa è il motivo per cui respiro, sono qui e scrivo queste parole adesso. Per cui mio figlio Ben è vivo. Questi fatti, che ho appreso concretamente visitando Kalmar, sono al tempo stesso inquietanti e chiarificatori”.

Le due famiglie sono da tempo riunite, mentre non è stato possibile fare lo stesso con i Mynarek. Charlotte nel 1946 scrisse a Gert Berliner in Svezia, raccontando di tutte le vittime del loro vecchio mondo. Scrisse perfino: “Io ora provo invidia per i morti… Perché per me è tutto finito". Ma aggiunse per Gert, che allora aveva 21 anni: “tu sei giovane, hai tutta la vita davanti. Continua, vai avanti a vivere”. E così lui fece, partendo nel 1947 per l’America, dove sarebbe diventato un noto fotografo e documentarista, lavorando anche con Jack Kerouac e Allen Ginsberg.

Charlotte Mynarek è morta nel 1975. Lei e il marito Fritz non avevano avuto figli. Il loro atto di generosità pagato a così caro prezzo non è ancora registrato in alcun archivio storico. Alla biblioteca di NPR e a Berlino alcune persone stanno lavorando per ricostruire la loro genealogia e ritrovare dei parenti. Il desiderio di Uri Berliner è di fare sapere a questi Giusti inascoltati che non saranno mai dimenticati.

26 novembre 2018

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente. Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

La storia

Gli "uomini buoni" di Bosnia

protagonisti del libro di Svetlana Broz