Gariwo: la foresta dei Giusti

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L'imam francese (non ancora?) Giusto

storia di Abdelkader Mesli

La Grande Moschea di Parigi

La Grande Moschea di Parigi Guilhem Vellut

Il Manifesto di domenica 22 gennaio 2017 ha riportato fuori dall'oblio la storia dell'imam Abdelkader Mesli, che dopo molti decenni di silenzio sta di nuovo venendo alla conoscenza di studiosi e grande pubblico grazie al figlio Mohammed e ad alcuni libri e film. 

Abdelkader Mesli aveva 17 anni, quando emigrò dall'Algeria alla Francia metropolitana, in pieno secondo conflitto mondiale. Era un periodo di terrore, in cui tutto si svolgeva sotto il giogo opprimente dell'occupazione nazista. 

Mesli prima lavorò per un periodo in Belgio, poi trovò occupazione a Parigi, dove si avvicinò anche alla Grande Moschea cittadina. Qui c'era l'imam Bengabrit, che aiutava gli ebrei. Mesli insieme a lui procurò documenti falsi agli ebrei facendoli passare per musulmani, li aiutò a scappare e in molti casi li alloggiò anche nei sotterranei della moschea, che erano collegati con la rete dei sottopassaggi e delle condotte fognarie che passano sotto la capitale francese e che fornivano cunicoli per nascondersi e scappare. 

Si calcola che dalla Grande Moschea di Parigi passarono 1.700 israeliti alla ricerca disperata di un'ancora di salvezza. Tra loro anche Albert Assouline, che nel documentario La Grande Mosquée: une Résistance oubliée di Dni Berkani racconta: "arrivai alla Grande Moschea assieme a un arabo algerino. Eravamo appena evasi da un campo di prigionia. La nostra idea era quella di fuggire in un paese del Maghreb. Pensammo di rifugiarci in un edificio religioso ma come potete immaginare non era il caso di scegliere una sinagoga. Scegliemmo la Moschea".

I tedeschi si accorsero presto dell'attività sospetta di Mesli, che fu costretto a trasferirsi a Bordeaux. Da qui egli entrò in contatto con la Resistenza. Fu quindi imprigionato, torturato e inviato a Dachau e Mauthausen. Nonostante le torture non rivelò mai i nomi degli altri partigiani. Sopravvisse al lager e dopo la guerra ebbe un momento di notorietà perché, in quanto capo religioso musulmano, celebrò le nozze tra l'attrice americana Rita Hayworth e un principe arabo, in Costa Azzurra. Tuttavia per la maggior parte del tempo visse umilmente e al riparo da ogni notorietà nel sobborgo parigino di Bobigny.

Il figlio Mohamed, che oggi ha ricostruito la storia rimasta nascosta da decenni, racconta al Manifesto: «Mio padre era un musulmano di osservanza sufi, una corrente dell’Islam basata su un precetto importante secondo il quale il peggior nemico dell’uomo è l’ignoranza». Mesli, l’«imam che salvava gli ebrei», non è stato ancora riconosciuto Giusto fra le nazioni, come racconta un altro testimone della vicenda, lo scrittore e giornalista Mohammed Aissaoui, autore del libro L’Etoile jaune et le croissant (la stella gialla e la mezzaluna) sull'aiuto che i musulmani prestarono ai perseguitati ebrei durante la Shoah. Il reporter ricorda che oggi parlare di questo tema è ancora un tabù

"Eppure la frase Chi salva una vita salva l’umanità intera è contenuta sia nel Talmud che nel Corano" afferma il giornalista. Si spera che l'imam Abdelkader Mesli sia giudicato degno di essere onorato fra i Giusti di tutti i tempi che hanno salvato le vite e la dignità dell'uomo nei momenti più bui della storia.

26 gennaio 2017

Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente.Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

Multimedia

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La storia

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