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L'insegnante olandese che salvò 600 bambini durante la Shoah

storia di Johan van Hulst

Johan Van Hulst nel 1969

Johan Van Hulst nel 1969 oost Evers/Dutch National Archive

Il professor Johan van Hulst, spentosi il 22 marzo all'età di 107 anni, durante la seconda guerra mondiale si trovò al centro di una grande operazione di salvataggio di bambini ebrei. 

Il docente era preside di un college di Amsterdam, che confinava con un centro dove alcune inservienti portavano i bambini delle famiglie catturate durante i rastrellamenti e pronte per la deportazione. Lui si organizzò per fare scappare i bambini dell'asilo oltre la recinzione e farli entrare nel suo college, da dove poi iniziava a smistarli presso famiglie di resistenti grazie alla cooperazione con una rete di partigiani. Il suo lavoro aveva purtroppo anche una scadenza molto precisa: il giorno di prevista chiusura del centro per avvenuta deportazione di tutti gli ebrei che vi erano rinchiusi.

Van Hulst non agì da solo, ma in cooperazione con il rifugiato tedesco Walter Süskind, capo del centro di deportazione, ed Henriette Pimentel, la direttrice della "nursery" per bambini ebrei che era di fianco al suo college. Inizialmente era stata la Pimentel a chiedergli di poter fare giocare i bambini nel giardino della scuola superiore, o di permettergli di fare il riposino pomeridiano nelle classi. Poi Van Hulst aveva iniziato a cercare il modo di sottrarli completamente alla loro sorte. Per compiere i salvataggi dovette a volte affrontare colloqui tragici con genitori che avevano paura di essere separati dai figli e con gli stessi tedeschi che venivano a perquisire la scuola.

A Van Hulst, riconosciuto Giusto fra le Nazioni nel 1972 da Yad Vashem, vengono attribuiti i salvataggi di 600 bambini. Tuttavia egli era perseguitato dal ricordo di ciò che non gli era riuscito di compiere. "Immaginate di trovarvi di fronte 80, 90 o 100 bambini... un giorno ne potete salvare 12 e vi viene da dire, 'ma perché non 13?'... dovete avere le idee chiare su come salvarli e farlo subito, sapendo che quelli che rimangono indietro sono destinati a morte certa": così van Hulst spiegava ai giornalisti la sua azione e i suoi tormenti per non avere salvato più bambini.

5 aprile 2018

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Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente. Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

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