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La prima volta di un arabo come Giusto fra le nazioni

di Ofer Aderet

Il Corrispondente del quotidiano israeliano Haaretz Ofer Aderet  ha raccontato il 23 ottobre la scelta di Yad Vashem - il Memoriale e Museo ebraico della Shoah - di onorare per la prima volta un arabo come Giusto fra le nazioni.

Il dr. Mohamed Helmy, medico nato in Egitto, nascose quattro ebrei a Berlino per tutta la durata della Seconda Guerra Mondiale. Era stato riconosciuto Giusto già nel 2013, ma non era stato possibile rintracciare parenti favorevoli ad accettare la medaglia di Yad Vashem. Ora qualcosa è cambiato.

"Il Centro per la Memoria della Shoah Yad Vashem di Israele riconoscerà per la prima volta come “Giusto fra le nazioni” un arabo che salvò la vita ad alcuni ebrei durante la Shoah. La famiglia del dr. Mohamed Helmy accetterà il riconoscimento dal Museo e Memoriale della Shoah nel corso di una cerimonia a Berlino giovedì.

Helmy, un medico, egiziano di nascita, che viveva a Berlino, rischiò la vita quando nascose quattro ebrei per tutta la durata della Seconda Guerra Mondiale.

Yad Vashem ha riconosciuto Helmy, morto nel 1982, come Giusto fra le nazioni nel 2013, ma la sua famiglia inizialmente ha rifiutato questo onore perché l'istituzione che lo assegna è israeliana.

Se qualsiasi altro Paese si fosse offerto di onorarlo, ne saremmo stati felici,” ha dichiarato all'Associated Press Mervat Hassan, la moglie del pronipote di Helmy durante un'invervista svoltasi al Cairo nell'ottobre 2013. Ora, dopo una ricerca durata quattro anni, è stato rintracciato un parente che è d'accordo ad accettare l'onorificienza.

Nasser Kutbi, un professore 81enne di Medicina del Cairo, il cui padre era il nipote di Helmy e che lo aveva conosciuto personalmente, si recherà a Berlino per accettare gli onori.

L'Ambasciatore di Israele in Germania, Jeremy Issacharoff, consegnerà a Kutbi il diploma e la medaglia. La cerimonia avrà luogo al Ministero degli Esteri tedesco invece che all'Ambasciata israeliana di Berlino, in parte perché la famiglia di Helmy ha ancora riserve sull'accettazione del riconoscimento dato da un'istituzione israeliana.

Helmy era nato a Khartoum nel 1901, in quello che era allora il Sudan angloegiziano. Si recò in Germania per studiare Medicina nel 1922, stabilendosi a Berlino. Dopo avere compiuto gli studi, fu assunto dal Robert Koch Institute nel centro della città tedesca, dove infine divenne capo del dipartimento di Urologia. Helmy assisté ai licenziamenti dei medici ebrei dall'ospedale nel 1933, dopo la presa del potere da parte dei nazisti, e fu lui stesso licenziato nel 1937. Uno studio del 2009 dell'Istituto mostra che l'istituto era pesantemente coinvolto nelle politiche mediche naziste.

Secondo le teorie razziste del nazismo, Helmy era considerato “hamitico” (il che significa, discendente del figlio di Noè, Ham). In quanto “non ariano”, gli fu impedito di lavorare nella Sanità pubblica e inoltre di sposare la sua fidanzata tedesca. Nel 1939 Helmy fu arrestato dai nazisti insieme ad altri egiziani e fu rilasciato dopo un anno a causa delle cattive condizioni di salute.

Quando i nazisti iniziarono a deportare gli ebrei da Berlino, il medico arabo nascose Anna Boros, 21enne amica di famiglia, nel suo studio nel quartiere Buch della capitale tedesca, dove ella rimase per tutta la durata della guerra. Ogni volta che Helmy finiva sotto inchiesta, procedeva a spostare il suo nascondiglio. Anna visse come una musulmana sotto falso nome, indossò il hijab e sposò perfino un musulmano in un matrimonio fittizio.

“Un buon amico della nostra famiglia, il dr. Helmy ... mi nascose nel suo studio a Berlino-Buch dal 10 marzo fino alla fine della guerra. Dal 1942 in poi, non ebbi più contatti con il mondo esterno. La Gestapo sapeva che il dr. Helmy era il nostro medico di famiglia e sapeva anche che aveva uno studio a Berlino-Buch”, ha scritto Boros, che poi si sposò e prese il cognome del marito, Gutman, dopo la guerra.

“Egli è riuscito a superare tutti i loro interrogatori senza mai fare il mio nome. In simili casi mi portava da amici dove sarei rimasta per diversi giorni, presentandomi come sua cugina da Dresda. Quando il pericolo cessava, ritornavo al suo studio... il dr. Helmy fece tutto il possibile per me per pura generosità d'animo e io gli sarò grata per l'eternità”.

Helmy aiutò anche la madre di Gutman, Julie, il suo patrigno Georg Wehr e la nonna Cecilie Rudnik, provvedendo a tutte le loro necessità anche mediche, facendo in modo che Rudnik fosse nascosto nella casa di una donna tedesca, Frieda Szturmann, che fu anch'ella riconosciuta Giusta tra le nazioni in un momento successivo. Per oltre un anno, Szturmann nascose Rudnik, condividendo con lui le sue esigue razioni di cibo.

Tuttavia la famiglia fu catturata nel 1944; durante il loro brutale interrogatorio rivelarono che Helmy stava aiutando sia loro che Gutman. Helmy portò immediatamente Gutman nella casa della Szturmann; solo la sua generosa prontezza di spirito lo tenne fuori dai guai.

Dopo la guerra, la famiglia di quattro persone emigrò negli Stati Uniti, ma non dimenticò i suoi salvatori; negli anni 1950 e primi anni ‘60 i quattro scrissero alcune lettere al Senato tedesco in cui li elogiavano. Queste lettere sono state scoperte negli archivi berlinesi e consegnate a Yad Vashem. Essi fecero anche visita a Helmy un certo numero di volte a Berlino negli anni e rimasero in contatto con lui.

Helmy rimase a Berlino dopo la guerra, continuò a lavorare come medico e fu finalmente in grado di sposare la sua fidanzata. I due non ebbero figli e rimasero in Germania.

“Non volevano figli per paura delle guerre”, ha ricordato Mervat Hassan, la moglie del pronipote di Helmy, durante l'intervista all'Associated Press svoltasi al Cairo nel 2013. “Non volevano che potessero vedere gli orrori della guerra”.

Helmy morì nel 1982; Frieda Szturmann morì nel 1962 e Gutman nel 1986. La moglie di Helmy morì nel 1998.

Nel 2013, quando Yad Vashem riconobbe Helmy e Szturmann come Giusti fra le nazioni, cercò di rintracciare i parenti di Helmy, e si rivolse perfino all'Ambasciata egiziana in Israele e alla stampa.

L'Associated Press ha rintracciato un parente in Egitto, che però ha rifiutato di accettare l'onorificienza. Altri parenti hanno spiegato allo storico e giornalista tedesco Ronen Steinke le ragioni del rifiuto: Yad Vashem era per loro un'istituzione politica che rappresentava Israele e non aveva diritto di rappresentare gli ebrei in tutto il mondo, dissero. Inoltre, Israele non era stato ancora fondato prima del 1948 e non esisteva quando Helmy svolse le sue azioni, così oggi Israele non avrebbe alcun diritto di rappresentare le vittime ebree di quel periodo, aggiunsero. Essi criticarono anche la politica israeliana nei confronti dei palestinesi, dichiarando che uno dei loro parenti era morto in una delle guerre tra Israele e l'Egitto.

I parenti di Helmy sentono che lui salvò Anna non perché era ebrea, ma perché era un essere umano, e il tentativo di attribuirgli degli onori per avere salvato ebrei sarebbe inappropriato, ha riferito Steinke a Haaretz.

Non è ancora chiaro perché Kutbi abbia ora accettato il riconoscimento, ma è stata coinvolta anche la regista di documentari israeliana Taliya Finkel, che ha girato una pellicola su Helmy: “Mohamed and Anna – In Plain Sight”.

Steinke ha incontrato Kutbi al Cairo. Quest'ultimo è impegnato nella lotta contro l'antisemitismo in Egitto e si ricorda dei buoni rapporti tra ebrei, musulmani e cristiani nell'ultimo secolo, ha riportato Steinke. Egli ha parlato con nostalgia del glorioso passato degli ebrei in Egitto e ha menzionato il fatto che molti famosi ebrei sono presenti nella politica e nella cultura egiziani. Kutbi ha anche dichiarato che uno dei suoi cugini è sposato con una donna ebrea, che era proprietaria di un bel negozio di abbigliamento al Cairo.

Il giornalista ha pubblicato un libro quest'anno: “The Muslim and the Jew” (in tedesco) sulla storia di Helmy. Alla fine del libro menziona una lettera della figlia di Anna, Carla,che vive a New York, ai parenti di Helmy in Egitto, per ringraziarlo. Steinke ha trasmesso questa lettera alla famiglia residente al Cairo, ma finora, un anno dopo, non hanno risposto.

Yad Vashem ha riconosciuto circa 26.000 Giusti fra le nazioni di 44 Paesi e nazionalità fino a oggi. Poche decine sono musulmani, da Paesi che comprendono l'Albania, il Caucaso e i Balcani, ma Helmy è il primo arabo a ricevere questo riconoscimento.

Fino a quando il suo parente più prossimo è stato rintracciato, il diploma e la medaglia di Helmy sono stati in mostra a Yad Vashem.

Ofer Aderet, Corrispondente di Haaretz

25 ottobre 2017

Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente. Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

Multimedia

Intervista a Pierantonio Costa

dal blog di Beppe Grillo, in collegamento via Skype da Kigali

La storia

Paolo Salvatore

Il direttore del campo di Ferramonti di Tarsia