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La storia dell'elefantino Quilombo

di Daphne Vloumidi

Quilombo: the scruffy little elephant

Quilombo: the scruffy little elephant

Tratto dal libro per bambini "Quilombo: the scruffy little elephant" (Metaichmio) di Daphne Vloumidi - proprietaria insieme al marito dell’hotel Votsala a Lesbo, dove ha soccorso moltissimi migranti - scritto per raccontare la sua esperienza e spiegare ai più piccoli di tutto il mondo l'importanza di accogliere e aiutare chi più ha bisogno. 

Nell’estate 2015, migliaia di persone provenienti da Paesi diversi, esausti e terrorizzati dal difficile viaggio, arrivano all’isola di Lesbo in cerca di una vita più sicura per loro e per i loro figli. Immagini traumatiche ed emozioni indescrivibili per tutti noi sull’isola. Proviamo ad aiutare. Si costruiscono campi profughi temporanei, per prendersi cura di più rifugiati possibili. Anche io contribuisco.

Un giorno, torno da un campo stringendo un elefantino di peluche. L’ho trovato lì, abbandonato e sporco, e l’ho portato via con l’intenzione di lavarlo e di mandarlo alla mia nipotina in Inghilterra. Insieme all’elefante, volevo esprimerle anche tutti i miei pensieri su una serie di cose che provo quando vedo tutti quei piccoli bambini arrivare all’improvviso sulla nostra isola, tutti quei bambini che hanno affrontato un viaggio tanto difficile.

È così che è nata questa storia, che dedico a tutti i bambini che vivono nei campi profughi, ma anche a coloro che dormono serenamente nei loro letti, con un animale di peluche tra le braccia.

Daphne Vloumidi, proprietaria insieme al marito dell’hotel Votsala sull'isola di Lesbo

5 marzo 2018

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Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente. Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

Multimedia

Intervista a Pierantonio Costa

dal blog di Beppe Grillo, in collegamento via Skype da Kigali

La storia

Adolfo Kaminsky

Il diciannovenne ebreo che salvò migliaia di persone