English version | Cerca nel sito:

​L’incitamento all’odio

di Pietro Kuciukian

casa appartenente ad una famiglia armena saccheggiata a Sumgait nel 1988

casa appartenente ad una famiglia armena saccheggiata a Sumgait nel 1988

Leggendo e rileggendo il libro di testimonianze sui fatti di Sumgait, mi sono reso conto che le memorie che emergono con grande difficoltà dal buio del male sono una sorta di dialogo che i sopravvissuti intrattengono con se stessi e che non vorrebbero condividere, quasi a voler seppellire o addirittura cancellare violenze e crudeltà subite, ma anche perché consapevoli della devastazione morale causata a un’intera comunità dai pogrom contro gli armeni. Era scomparsa improvvisamente la capacità di distinguere il bene dal male e nulla più valevano le relazioni di amicizia o di buon vicinato, se non in qualche raro caso, là dove il coraggio civile ha interrotto, sia pure tardivamente, “il determinismo del male”.

Ludmilla è un’insegnante. Sta lavorando nella sua classe. È il 27 febbraio del 1988, ma è costretta da un ordine superiore a dimettere gli studenti e a partecipare a un raduno politico in piazza Lenin. Assiste sconvolta alle manifestazioni di odio e alle sollecitazioni al massacro degli armeni. Vicino a lei, il direttore azero della scuola sottolinea con ironia il fatto che lei è la sola armena presente. Ludmilla arretra e quasi non si regge in piedi. Un collega azero giunge in suo aiuto. La prende sottobraccio e l’accompagna a casa, riuscendo a superare la folla inferocita che, eccitata dai discorsi della piazza, si preparava a colpire gli armeni. “Saldamente attaccata al braccio del collega”- racconta Ludmilla - riprendevo fiducia, sapendo che non mi avrebbe mai tradita”. La famiglia di Ludmilla è composta dal padre Grisha, dalla madre Rosa, dalle figlie Ludmilla, Karina, Marina. Non sanno che il peggio deve ancora accadere. Ludmilla cerca di raccontare.

Alla domenica, quando tutta famiglia è riunita, una folla inferocita si avventa sulla porta d’entrata e la sfonda. Sono decisi a requisire l’appartamento e iniziano a saccheggiarlo. Picchiano la madre e il padre, poi si avventano su Ludmilla e Marina con una violenza inaudita. La madre Rosa ha la forza di prendere la borsetta e consegna il denaro e i gioielli a un giovane russo di quattordici anni, Vadim Vorobiev che intascato il denaro, non infierisce più sulle ragazze. Qualcuno vuole aprire la porta del balcone per buttare Ludmilla in strada, ma interviene un anziano azero che con grande autorevolezza ordina: “Non uccidetela, la conosco, è un’insegnante!”. Gli assalitori se ne vanno e Kuliev, un azero originario dell’Armenia, la aiuta a rivestirsi e la consegna ad una vicina azera che alla sua vista si mette a piangere. Poi, la vicina le dice che non può rischiare la vita di suo figlio per nasconderla. Ludmilla ritorna nel suo appartamento e si nasconde sotto il letto. Dopo qualche ora, Ludmilla scende al piano terreno nell’appartamento del capitano Sabir Kassumov, dove trova il resto della famiglia con la sorella più giovane, di 24 anni, Karina, sfigurata, in fin di vita. Ludmilla telefona a un suo direttore amico, Mamedov, che arriva subito con la sua jeep e li porta in infermeria. L’infermiere azero, alla vista di Marina, si sente male e si mette a piangere. Viene chiamata una dottoressa azera per visitare le ragazze stuprate, ordina che vengano portate in un ospedale a Baku, mentre Mamedov accompagna i genitori a casa. Ludmilla viene sottoposta ai raggi X e, poiché non riscontrano fratture, viene messa su un veicolo blindato, dato che finalmente è stata decretata la legge marziale, e condotta in un centro di raccolta sorvegliato dai militari. All’indomani, Ludmilla viene accompagnata alla sede del Partito dove collabora con un insegnante, Alexandr Ghugassian, a compilare la lista delle vittime del pogrom, lista che viene inviata al segretario del partito azero Baghirov. Di quella lista si perderanno le tracce. Assieme a Ghugassian Ludmilla andrà a visitare i luoghi di detenzione di Sumgait e di Baku, dove riuscirà a identificare 36 assalitori, “banditi”, operai azeri senza istruzione di età fra i 20 e i 30 anni. “Nel nome di Allah tutto si poteva compiere” – afferma Ludmilla - “e tutto diventava un atto sacro”. Perché erano così solerti e pronti a obbedire all’ordine di aggredire e uccidere gli armeni? Tutte le case e i beni degli armeni sarebbero stati assegnati agli assalitori come ricompensa. Ludmilla termina la sua intervista dicendo che nel gruppo dei violenti solo un orfano azero sposato con un'orfana, padre di due bambini, era sinceramente pentito e piangeva: “Non avevo bisogno di niente, non mi so spiegare come mi sono trovato lì, è come se mi avessero preso per mano e condotto là, ho perso tutta la volontà, tutta la dignità di uomo. Tutto!” Questo pentimento ha ridato un po’ di speranza a Ludmilla che ha vissuto con tutta la sua famiglia le ore più buie del male. Devono la sopravvivenza a pochi gesti di coraggio e di aiuto compiuti da persone che non hanno voluto stare dalla parte dei carnefici e che non hanno voluto perdere la loro dignità. 

Pietro Kuciukian, Console onorario d'Armenia in Italia e Cofondatore di Gariwo

Pietro Kuciukian, Console onorario d'Armenia in Italia e Cofondatore di Gariwo

25 marzo 2019

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente. Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

Il libro

La lista del console

Pierantonio Costa, Luciano Scalettari

Multimedia

Don Giovanni Barbareschi al Giardino di Milano

"Giovani, innamoratevi della libertà"

La storia

Osman Carugno e Ezio Giorgetti

nell'albergo Savoia, salvarono la vita ad un gruppo di ebrei