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Lugano Città aperta

di Cornelio Sommaruga

Carlo Sommaruga e Anna Maria Valagussa

Carlo Sommaruga e Anna Maria Valagussa

Proponiamo di seguito il racconto del diplomatico e avvocato svizzero impegnato in ambito umanitario e noto per essere stato Presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa Cornelio Sommaruga, sull'azione di soccorso del padre Carlo Sommaruga, diplomatico svizzero a Roma che, insieme a sua moglie Anna Maria Valagussa, diede protezione a famiglie ebree perseguitate. I coniugi sono stati onorati come Giusti al nuovo Giardino di Lugano - nato il 26 aprile 2018. 

Università della Svizzera italiana, 7 marzo 2018

Quando nel maggio del 1987 assunsi la Presidenza del Comitato internazionale della Croce Rossa, figurava fra i documenti sul tavolo dell’Assemblea il manoscritto di Jean-Claude Favez “Une mission impossible? Le CICR, les déportations et les camps de concentration nazis”. Bisognava leggere rapidamente la bozza del libro, in quanto, in contropartita dell’eccezionale apertura degli Archivi del CICR, l’Istituzione aveva la possibilità di far pubblicare sul libro una presa di posizione.

La cosa fu fatta e il Comitato redigette, per mia penna, il commento che effettivamente apparve sulla prima edizione del volume. Compito del Presidente era di far fronte alla serie di domande e commenti di giornalisti del mondo intero, che erano critici sul CICR. Non fu facile spiegare il perché non ci fu una dichiarazione pubblica sui campi di concentramento.

Perché vi racconto tutto questo?

In quel periodo si riaprirono in me tutti i tristi ricordi e le conversazioni con i miei genitori a Roma alla fine degli anni trenta. Mio padre Carlo Sommaruga, ticinese, tornava spesso a casa dal suo ufficio della Legazione svizzera con osservazioni negative sui tedeschi e preoccupazioni sull’Asse Berlino-Roma. Un giorno mi disse chiaramente: adesso che devi andare a scuola non voglio che tu vada a quella pubblica perché ti farebbero fare il Balilla. A quell’epoca, essendo nato in Italia, ero cittadino italiano, salvo che vi rinunciassi poi alla maggiore età, cosa che feci. Mia mamma romana, di origine lombarda, Anna Maria Valagussa, profondamente religiosa e di rara spiritualità, amica della famiglia reale, in particolare delle principesse Mafalda (che aveva sposato un Principe d’Assia, tedesco) e Giovanna (che fu Regina di Bulgaria), si domandava perché il Re non riuscisse a fermare Mussolini.

È in quel tempo che si parlò dell’invasione dell’Austria da parte delle truppe naziste. Era effettivamente il 1938 quando ci fu il voto sull’Anschluss. Non sapevo allora tanto di che cosa si trattasse, ma con il tempo capii che Mussolini aveva promulgato le leggi razziali. Mio padre possedeva sul Monte Ceneri una casa di famiglia. Ci andavamo generalmente per i mesi estivi. Lì le conversazioni con parenti e amici erano sempre concentrate su fatti di guerra. Udii per la prima volta la parola “campi di concentramento”, ma anche la preoccupazione per la sorte della Svizzera. Assistetti lì anche alla Mobilitazione generale del 1939

Mio padre stava poco con noi, giacché era stato chiamato alla Legazione svizzera, in qualità di Capo aggiunto per gli interessi stranieri, quindi spesso attivo per proteggere cittadini di Paesi in guerra con l’Italia. Nel 1943 le cose precipitarono a Roma con la caduta del fascismo, l’armistizio firmato da Badoglio ed il ripiegamento del Re a Brindisi. Mio padre chiese allora a mia madre di restare in Svizzera, affittare un appartamento a Lugano e mandare i figli a scuola sul posto.

Per due anni, mio padre rimase a Roma come diplomatico svizzero, mentre mia madre e noi bambini eravamo in Ticino. Mio padre, nelle lettere dall’Italia che nostra madre ci leggeva, parlava spesso di amici ebrei minacciati a Roma. I numerosi contatti di mio padre nella Città eterna, anche attraverso mio nonno materno, il pediatra Prof. Francesco Valagussa, Senatore del Regno, facevano trapelare molte preoccupazioni per la sorte di famiglie più o meno conosciute. Per il periodo 1943 – 1944 furono soprattutto la stigmatizzazione e persecuzione degli Ebrei – come anche di altre famiglie generalmente nobili – a preoccupare i miei genitori. Mio padre aveva preso nel suo appartamento spazioso, che gioiva dell’immunità diplomatica, alcune famiglie ebree. Inoltre, grazie a uno stratagemma – sistemandovi degli archivi della Legazione e facendovi risiedere con lo Zio Giacomo alcuni funzionari, anche la villa di sua zia Carolina Maraini Sommaruga, pure lei in Svizzera, ebbe l’immunità diplomatica e permise di far alloggiare persone e conoscenti in pericolo. Ma il 1943 fu anche per mia madre la sofferenza per la scomparsa della sua amica la Principessa Mafalda, deportata da Roma a Buchenwald, dove lei perì di stenti. 

A Lugano c’erano molti Italiani, la maggior parte Ebrei internati che vivevano in alberghi requisiti dalla Confederazione. Mia madre ne conosceva un certo numero, specialmente dell’Italia del Nord e, come una valanga, se ne aggiunsero di nuovi. I numerosi incontri avvenivano in città, ma anche nel nostro appartamento e una priorità di mia madre, che lavorava come volontaria alla Croce Rossa, era di regolare le pratiche amministrative con le autorità cantonali (in particolare libertà di movimento), aiutata in questo da un nostro congiunto luganese.

Gli Ebrei a Lugano erano veramente numerosi, uscendo dal loro albergo si riunivano per l’aperitivo sulla Piazza “Granda”. Tornando dal ginnasio cantonale, vedevo la Piazza affollata. Con tutto rispetto, cito un aneddoto che circolava: Dopo le dodici – ora della colazione negli alberghi - la Piazza era la Gerusalemme liberata!” Noi abitavamo vicino alla stazione, da dove partivano le lettere di mia madre a mio padre, indirizzate a Berna per il corriere diplomatico; mi ricordo di essermi spesso recato alla stazione per imbucare urgentemente questa corrispondenza. Rileggendola negli anni cinquanta constatai il numero ingente di informazioni su tante famiglie più o meno conosciute, a cui mio padre avrebbe dovuto passare messaggi non solo a Roma. Purtroppo non ho tenuto le lettere di mia madre, che erano difficilmente leggibili.

Mi resi conto solo alla fine della guerra del grande lavoro di testimonianze e protezione dei miei genitori in favore di Ebrei italiani, fatti spesso con notevoli pericoli per mio padre, che era a Roma su una lista di eliminazione delle SS.

Come mi disse un amico ebreo “il corpo può soccombere, l’anima mai!” - RICORDIAMOCENE. La sfida odierna è conoscere e comprendere la posta in gioco, ma soprattutto la parola d’ordine deve essere prevenzione. Questo può e deve essere ottenuto attraverso una mondializzazione della responsabilità per assicurare con tutti mezzi un’educazione alla tolleranza ed al rispetto della dignità umana. Nel XXI secolo non si può legittimamente considerare che una riflessione sull’Olocausto sia superflua, siccome questa tragedia è delle peggiori atrocità dell’essere umano.

È qui che vorrei ricordare quanto nell’ottocento diceva Massimo d’Azeglio: "Ognuno di noi tenda la mano ai nostri fratelli israeliti, li ristori de’ dolori, de’ danni, degli ingiusti scherni che fecero loro soffrire coloro che avevano – e non meritavano – il titolo di cristiani."

Quando nel 1956 conobbi mia moglie Ornella Marzorati, appresi quanto i suoi genitori Marino Marzorati e Anna Musa di Como con i loro figli maggiori avevano fatto nel 1943 in Valsolda in favore di Ebrei. Si trattava di diverse famiglie di conoscenti, in particolare di Torino, che venivano nella casa Marzorati ad Albogasio in riva al Ceresio e che nottetempo con la barca a remi familiare venivano portati dall’altra parte del lago oltre la funicolare di Santa Margherita per approdare alle Cantine di Gandria, passando dal centro del lago per evitare gli scrutamenti delle forze dell’ordine fasciste. Per l’accoglienza degli ebrei in Svizzera, i Marzorati avevano creato un sistema di avviso a un cugino di Anna, Capitano dell’esercito svizzero, Raul Casella, il quale si occupava anche della notifica all’Autorità. Al nostro matrimonio nel 1957, io fui testimone della gratitudine e dell'amicizia di queste famiglie.

Possiamo essere grati a Fritzi Spitzer di averci descritto nel suo libro “Anni Perduti”, con ottima Prefazione di Moreno Bernasconi, il suo percorso penoso ma coraggioso, con la costante preoccupazione di salvare i suoi genitori. La costituzione della Fondazione Federica Spitzer permette di garantire la testimonianza autobiografica della protagonista insistendo sul valore della libertà ma anche sui disastri della persecuzione razzista, istituendo il Premio Spitzer per le scuole. Per me la lettura di questo volumetto ha anche permesso di rivedere l’apertura degli Svizzeri e particolarmente dei Ticinesi, all’accoglienza di ebrei. Il famigerato ”J” nei passaporti e una politica dura alle frontiere, alla fine del 1944 gli Ebrei che avevano trovato rifugio in Svizzera – come rileva Moreno Bernasconi - erano circa 28.000. Desidero ricordare anche l’opera del Delegato del CICR Friedrich Born, che di sua iniziativa, distribuì delle lettere di protezione che salvarono centinaia di ebrei ungheresi. Un albero è stato piantato per lui nel Giardino dei Giusti al Yad Vashem di Gerusalemme.

Concludo qui questa mia storia che deve essere un omaggio ad Anna Maria e Carlo Sommaruga-Valagussa, i miei genitori, così come ad Anna e Marino Marzorati-Musa, i miei suoceri, per la loro opera, ricordata nell’ottantesimo anniversario della proclamazione delle leggi razziali in Italia.

Nel box approfondimenti trovate la versione integrale del racconto.

Cornelio Sommaruga, diplomatico e avvocato svizzero impegnato in ambito umanitario

7 marzo 2018

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Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente. Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

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