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MOAS, una nuova missione

due navi e due droni perlustreranno la "dead zone"

Regina e Christopher Catrambone

Regina e Christopher Catrambone

MOAS (Migrant Offshore Aid Station) – l’organizzazione umanitaria specializzata nella ricerca e soccorso in mare – accresce quest’anno la missione di salvataggio di vite nel Mediterraneo centrale, schierando due navi e due droni che amplieranno il raggio di perlustrazione della cosidetta ‘zona morta’, le acque piu’ pericolose vicino alle coste libiche. 

MOAS lancerà la terza stagione di salvataggio nel Mediterraneo centrale il 6 giugno con la Phoenix, la nave di 40 metri appena rientrata dalla missione nel Sud-Est asiatico, e la Responder di 52 metri, la nuova imbarcazione offshore di pronto intervento e recupero, che è appena arrivata dall’Egeo dopo il salvataggio di circa 2000 rifugiati.

Le due navi lavoreranno insieme ai due droni della Schiebel Camcopter S-100 per coprire le ampie coste del Mar Mediterraneo. I velivoli pilotati a distanza hanno un’autonomia di circa 6 ore, coprono 97 miglia marine ad una velocità che va dai 100 ai 241 km/h, inviando immagini in alta risoluzione utilizzando sensori ottici diurni e notturni.

“L’estate 2016 sarà un periodo decisivo per l’Europa, la Libia e centinaia di migliaia di persone disperate, costrette ad andare per mare in cerca di salvezza” afferma il fondatore Christopher Catrambone. “I droni a bordo della Phoenix permetteranno a MOAS di poter agire nella parte più letale del viaggio: il tratto di mare a poche miglia nautiche dalla Libia in cui muoiono migliaia di persone e di cui spesso non si sa nulla”.

MOAS prevede che la situazione nel Mediterraneo centrale sarà molto diversa quest’anno. Durante la conferenza MOASxChange del 27 maggio, MOAS ha analizzato gli sviluppi del flusso migratorio in Europa con il contributo di esperti del settore di ricerca, medico, umanitario e media. Le differenze chiave di quest’anno saranno: la linea dura dell’Europa nei confronti del flusso migratorio, l’inasprita violenza in Libia ed in Siria e una generale mancanza di alternative alle popolazioni disperate nel trovare sicurezza e speranza. Tutti motivi che causeranno ulteriori difficoltà a milioni di persone che proveranno a raggiungere l’Europa.

“Malgrado la presenza di numerose navi, incluse quelle di varie organizzazioni umanitarie, che stanno facendo del loro meglio per salvare vite umane, c’è ancora un bisogno impellente di operazioni di ricerca e soccorso professionali, come dimostrano gli orribili incidenti della scorsa settimana”, aggiunge Christopher Catrambone.

MOAS ha iniziato nel 2014 come ONG specializzata nella ricerca e nel soccorso con professionisti e personale medico a bordo. MOAS lavora con tutti gli stakeholder ed è l’unica organizzazione benefica accreditata dall’IMRF a condurre ricerca e salvataggio professionali nel Mediterraneo. Dal 2014 ad oggi, Migrant Offshore Aid Station ha salvato la vita di oltre 13.000 esseri umani. 

“Mi rattrista profondamente che le persone continuino a morire in condizioni così disumane. La settimana scorsa sono arrivati 45 corpi nella mia città natale, Reggio Calabria. La maggior parte erano donne e bambini. Non possiamo e non dobbiamo rimanere impassibili davanti a questa catastrofe umanitaria” sostiene la co-fondatrice di MOAS, Regina Catrambone. “MOAS ha bisogno del supporto generoso di donatori privati per continuare a salvare bambini, donne e uomini. Noi tutti abbiamo la responsabilità morale di porre fine a questo orrore. E solo insieme possiamo fare la differenza.”

Di seguito il videomessaggio di Regina Catrambone, trasmesso in occasione dell'incontro "I Giusti del nostro tempo contro i fanatismi, per il dialogo e l'accoglienza", che Gariwo ha organizzato il 25 maggio al Parlamento Europeo di Bruxelles in collaborazione con il gruppo S&D:

1 giugno 2016

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Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente. Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

Il libro

Giorgio Perlasca. Un italiano scomodo

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Odoardo Focherini

con Don Dante Sala assiste gli ebrei perseguitati