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Storia di Silvio Trita

il soccorso sui Monti Sibillini

un'immagine del Parco Nazionale dei Monti Sibillini

un'immagine del Parco Nazionale dei Monti Sibillini

Proponiamo di seguito la storia di Silvio Trita - raccontata dal nipote Claudio Maria Vitiello - che nel periodo tra l’8 settembre 1943 e il 21 giugno 1944, durante il quale era Presidente del C.L.N. di Castelsantangelo sul Nera, nascose, rifocillò, aiutò, più di 160 reduci e fuggitivi, italiani, slavi e israeliti, come la famiglia ebrea Orefice proveniente da Livorno. L'azione fu svolta con l'aiuto di amici e della popolazione di Castelsantangelo e delle frazioni, ed è scritta nella "Relazione del Comitato di Liberazione Nazionale di Castelsantangelo".

Scampò grazie a una soffiata della Resistenza alla cattura da parte dei nazisti e fuggì nottetempo dal suo appartamento di Roma. Lo seguirono la governante Gentilina e mia madre Claudia, appena diciottenne (orfana della mamma dall'età di due anni). Raggiunse Castelsantagelo sul Nera, suo luogo natale, e si organizzò con alcuni amici del CLN locale, mantenendo costanti rapporti con il socialista Pietro Capuzi che sarebbe poi stato ucciso dai tedeschi. A Capuzi sarebbe stata poi dedicata la piazza di Visso, paese che, insieme a Castensantangelo, risulta oggi inaccessibile per i danni causati dal sisma del 2016.

Mio nonno dette rifugio a più di 160 persone di diversa estrazione sociale, fede religiosa, appartenenza politica, provenienza geografica. Lo fece insieme agli amici rischiando ogni giorno la vita, con la convinzione che nessuno tra i valligiani, che lo rispettavano e amavano, avrebbe mai tradito l'impegno umanitario e politico che si era assunto. Mia madre si occupò dell'Ufficio della Croce Rossa e fece da staffetta per i partigiani: nonno le ha dedicato, schivo e discreto come sempre, due righe in fondo alla Relazione del Comitato di Liberazione Nazionale di Castelsantangelo. Per lui, mazziniano, più rigoroso con se stesso che con gli altri, il dovere veniva prima della rivendicazione dei diritti ed era normale agire come fece senza ambiguità né incertezze: esigeva altrettanto rigore e dedizione dai suoi cari. 

Nel maggio del 2012, nel corso di una bella cerimonia commemorativa, tenutasi in presenza dei rappresentanti delle ambasciate statunitense, russa e slovacca, fu intitolata al Professor Trita un'area di Castelsantangelo, il Parco della Salute, a lui caro. La lapide ha retto alle scosse del terremoto e impressiona la sua presenza isolata tra le macerie, i massi rovinati a valle dal Monte, la strada dissestata, il fiume quasi fuori dagli argini per l'incremento anomalo della sua portata dovuto al sisma. Nel breve rendiconto della Relazione del Comitato di Liberazione Nazionale di Castelsantangelo, che feci ristampare per l'occasione, fedele all'originale anche nel colore della copertina, si trovano i nominativi di Giorgio Orefice e dei suoi familiari. Il capofamiglia il 21 giugno 1945, a liberazione avvenuta, pronunciò il discorso ufficiale di ringraziamento per chi li aveva protetti e nascosti nella frazione di Gualdo.  

Mio nonno dedicò la vita ai principi di libertà e giustizia, che onorò con i fatti, ma non ci parlò mai in termini celebrativi della breve ma intensa epopea del paesino ora devastato dal sisma. Seppi solo da mia madre che aveva ricevuto attestati di stima da figure di spicco delle truppe angloamericane, della Resistenza e della futura Costituente. 

Quando ero ragazzino appresi da lui il detto del Talmud: "chi salva una vita salva il mondo intero". Crescendo la mia consapevolezza di quanto accadde nelle valli adesso isolate dal sisma e nei paesini distrutti dalle scosse si è consolidata ed è entrata a far parte dell'eredità spirituale della mia famiglia. Ho maturato la convinzione che le parole del Talmud diano senso alla vita e chiunque si attenga a questa legge, profondamente umana e compassionevole, sia degno della qualifica di Giusto.

In allegato anche la lettera di ringraziamento del Signor Orefice, a pagina 21 della "Relazione del Comitato di Liberazione Nazionale di Castelsantangelo".

Claudio Maria Vitiello, figlio di Silvio Trita

7 giugno 2018

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Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente. Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

Il libro

Adele Zara, Giusta fra le nazioni

Pompeo Volpe, Michele Carpinetti

Multimedia

Una Pasqua di soccorsi

le parole di Regina Catrambone

La storia

Beatrice Rohner

protesse i bambini armeni dal genocidio