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Viaggio fra i disobbedienti azeri

di Pietro Kuciukian

L'antefatto

Nel 2003 abbiamo dedicato un cippo e un albero nel Giardino dei Giusti del Monte Stella a Milano per onorare il fisico Andrej Sacharov (1921-1989), premio Nobel per la Pace nel 1975. Alla cerimonia ha partecipato Elena Bonner, la moglie di Sacharov, arrivata appositamente dal Canada assieme alla figlia. La signora Bonner mi ha raccontato le vicende e gli esiti che hanno accompagnato la progettazione di una potentissima super-bomba all’idrogeno. Quando Andrej Sacharov venne a sapere che i responsabili del governo dell’URSS erano orientati alla sperimentazione della bomba nell’atmosfera, interruppe la progettazione convinto che la deflagrazione di un simile ordigno avrebbe spostato l’asse terrestre, causando una catastrofe tale da determinare la fine del mondo che conosciamo. L’impegno di Sacharov contro la repressione in URSS e a difesa dei diritti umani si era manifestato fin dagli anni Settanta, e nel 1975 gli fu quindi impedito di ritirare il Nobel per la pace. Nel 1980 venne arrestato e inviato al confino a Gorkj. Riabilitato nel 1986 da Gorbačëv fu eletto deputato alla Duma nel 1989, l’anno della sua morte.

Durante il colloquio con Elena Bonner avevo in mano una copia del libro La tragedia di Sumgait di Samuel Shahmuradian[1], pubblicato in Armenia in lingua russa subito dopo il terribile pogrom contro gli Armeni che risiedevano in Azerbaigian. Avevo progettato di tradurlo in italiano. Elena Bonner aveva scritto la prefazione e alla mia domanda in merito, ne ripeté sostanzialmente un passaggio: “Non toccava a me, metà ebrea e metà armena scrivere quella prefazione, ma a quella donna azera che ha salvato una famiglia armena dicendo: “mio figlio vede tutto ciò, domani farà le stesse cose”. Se non facciamo sì che ogni Stato sia al servizio degli uomini e non gli uomini al servizio dello Stato, i nostri figli si trasformeranno in belve feroci, come a Sumgait nel 1988”.

Cosa era successo a Sumgait?

Alla fine dell’Unione Sovietica è seguito un lungo periodo di caos, anche se in pochi casi cruento. L’homo sovieticus, malgrado fosse stato forgiato in settant’anni di menzogne e repressioni ne è uscito quasi indenne. I tovarish, i compagni delle diverse etnie, si sono guardati negli occhi, hanno evitato di scannarsi in lunghe guerre civili che non avrebbero visto né vincitori, né vinti. Nemmeno i nuovi poteri sono riusciti a distruggere l’uomo sovietico, anche se in alcuni frangenti hanno tentato di farlo. È il caso della richiesta di autonomia del Nagorno Karabagh, enclave all’interno dell’Azerbaigian popolata in maggioranza da armeni. Alla richiesta referendaria della regione autonoma del Karabagh di congiungersi all’Armenia, la gente comune azera ha manifestato indifferenza. Non così i nuovi governanti, che servendosi di pochi volonterosi carnefici hanno scatenato degli efferati pogrom contro gli armeni che si trovavano a Sumgait, a centinaia di chilometri di distanza dal Karabagh. Una serie incredibile di delitti e violenze hanno lacerato due popoli che da settant’anni avevano trovato un modus vivendi accettabile, spesso una vera amicizia. Dopo la proclamazione dell’indipendenza del Nagorno Karabagh del 1991, è stata scatenata nel 1992 la guerra di aggressione degli azeri contro gli armeni del Karabagh. A distanza di quasi trent’anni, il fragile “cessate il fuoco” del 1994 ne impedisce sino ad oggi la conclusione.

Riusciremo mai a cogliere i segni del male al loro sorgere? Sarà sempre repentino e improvviso il passaggio dalla pace alla guerra, come scrive Lorenzo Cremonesi? E sempre così irrimediabilmente lento il processo di pace?

Il passaggio dalla pace alla guerra è repentino e improvviso… Sino a poco prima tutto procede come è sempre stato, poi rapidamente, in pochi secondi, qualcosa di irreparabile avviene… Il dramma sta nella velocità subitanea, irreversibile del cambiamento e nella portata gigantesca delle sue conseguenze. Ciò che era scontato prima, garantito, diventa un privilegio raro frutto di una difficile lotta per l’esistenza… Nell’arco di pochi giorni, talvolta poche ore o anche meno, una strada che fino a poco prima si percorreva tranquillamente diventa un labirinto di morte, con i tiri dei cecchini, le cannonate, le macerie sul selciato… L’energia elettrica cessa di funzionare, la notte diventa il regno delle ombre e del buio… Non arriva più acqua ai rubinetti… ci si lava con i secchi riempiti per strada… Non si riesce più a comunicare, non funzionano i telefoni, l’informazione diventa propaganda… I nemici assumono le sembianze di diavoli terrificanti, la loro disumanizzazione parte da lontano, l’irrazionale si alimenta della paura collettiva, fioriscono leggende incontrollate.[2]

È quello che dopo i pogrom a Sumgait, Baku, Kirovabad e in altre città azere, è accaduto nel Nagorno Karabagh.
Tuttavia, tra i molti episodi cruenti, si possono ritrovare e togliere dall’oblio - come ricordava Elena Bonner - quei pochi atti di salvataggio, di difesa, di soccorso, compiuti dai disobbedienti, uomini e donne che hanno tentato di fermare il male e che possiamo chiamare “Giusti”. Il fronte dei carnefici non è mai compatto. Il racconto di questi episodi potrà forse tenere in vita la speranza di una riconciliazione tra il popolo armeno e il popolo azero che conduca alla pace.

[1] Il testo originale in lingua russa era stato pubblicato da Samuel Shahmuradian a Yerevan nel 1989 con il titolo Sumgatskaya tragediya v svidetelestvakh ochevidsev. L’edizione francese è del 1991 per l’Editions du Seuil, La tragedie de Soumgait. Un pogrom d’Arméniens en Union Soviétique . Da questa edizione è stato ricavato il testo Italiano, S. Shahamuradian, La tragedia di Sumgait. 1988. Un pogrom di armeni nell’Unione Sovietica, a cura di Pietro Kuciukian, Guerini e Associati, Milano 2012
[2] L. Cremonesi, Da Caporetto a Baghdad, Rizzoli, Milano 2017, pp.22,23

Pietro Kuciukian, Console onorario d'Armenia in Italia e Cofondatore di Gariwo

Pietro Kuciukian, Console onorario d'Armenia in Italia e Cofondatore di Gariwo

1 ottobre 2018

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Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente. Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

La storia

Emanuele Stagnaro

il comandante della nave Esperia che finse di non sapere e salvò così 1500 ebrei