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Addio a Elie Wiesel

se ne va uno degli ultimi sopravvissuti alla Shoah

Sabato 2 luglio, nella sua casa di Manhattan, si è spento lo scrittore e filosofo Elie Wiesel, uno dei testimoni più importanti della Shoah. Aveva 87 anni. Una vita dedicata a raccontare le atrocità dell'Olocausto che egli stesso subì, in quanto deportato ad Auschwitz nel maggio del 1944 - prigioniero numero A-7713. Raccontare la vita di Elie Wiesel, tentare di disegnarne un ritratto quanto esaustivo possibile, non è impresa semplice, essendo egli stato una personalità complessa, attivissima e di una poliedricità straordinaria. Dopo le vicende orribili legate alla Seconda guerra mondiale, Elie Wiesel è stato prima giornalista, quindi direttore d'orchestra, poi scrittore di fama mondiale e filosofo affermato, saggista e professore universitario. Ma su tutte, l'attività e l'impegno che noi tutti ricorderemo è stata e sarà quella di testimone prezioso e instancabile della Shoah che lui iniziò a raccontare nel suo celebre libro La notte. Una missione, più che un impegno, che gli varrà il premio Nobel per la pace nel 1986.

Ma andiamo con ordine.

Eliezer Wiesel, detto Elie, nasce in un povero villaggio transilvano il 30 settembre 1928, figlio di Sarah Feig e Shlomo Wiesel. Da subito dedito allo studio e portato per le lingue - oltre all'yiddish Elie parla sin da piccolo anche ungherese e romeno - avrà nel padre un importante riferimento per le letture classiche, e nella madre una guida nello studio della Torah. Un'infanzia relativamente tranquilla spezzata dall'avvento della guerra e delle sempre più intollerabili leggi antisemite. La famiglia Wiesel, di cui facevano parte anche le sorelle Hilda, Beatrice e Zipporà, verrà prima confinata nel ghetto di Sighetu, loro cittadina natale, quindi il 16 maggio del '44 deportata nel campo di sterminio di Auschwitz. Qui Elie dovrà immediatamente separarsi dalla madre e dalle sorelle. Riuscirà a rimanere con il padre per otto terribili mesi, a Buna, un sottocampo di Auschwitz, dove entrambi vennero stremati dai lavori forzati. Il padre Shlomo, poche settimane prima della liberazione, venne barbaramente picchiato da guardie e prigionieri, e non riuscì a sopravvivere alle percosse subite. Dopo la liberazione del campo da parte dei russi, Elie poté riabbracciare, in un orfanotrofio francese, le sorelle Hilda e Beatrice, mentre la madre e Zipporà non ce la fecero. 

Nel dopoguerra, la vita di Elie Wiesel fu un susseguirsi incredibile di impieghi e attività anche delle più disparate: iniziò subito ad insegnare ebraico e a studiare il francese, farà il direttore d'orchestra e quindi il giornalista. Sarà corrispondente prima per il giornale francese L'arche, quindi per il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, sino a quando si trasferirà a New York nel 1955.

Passeranno dieci anni prima che Wiesel si convinca a scrivere una propria testimonianza su quello che aveva vissuto. Sarà l'amico e Nobel per la letteratura Francois Mauriac a convincerlo. Novecento pagine scritte in yiddish, la sua lingua, racchiuse in un monumentale volume intitolato E il mondo rimase in silenzio, opera che poi riscriverà in francese riducendo il tutto a 127 pagine, con il titolo La notte. Racconto crudo e terribilmente efficace su quanto accaduto nel campo, un’opera fondamentale che da subito si affiancò a Se questo è un uomo di Primo Levi come caposaldo imprescindibile contro qualsiasi forma di negazionismo.

Nonostante le iniziali difficoltà a pubblicare il libro, soprattutto negli Stati Uniti, e il dubbio se continuare o meno questa dolorosa opera di testimonianza, Elie Wiesel scriverà altri quaranta libri e dedicherà tutto il resto della sua vita nel raccontare alle nuove generazioni l'orrore della Shoah e a trasmettere l'importanza di non dimenticare. Un uomo che dall'esperienza del campo si portò sempre dietro il fardello di un rapporto compromesso con la propria fede, con un Dio che ad Auschwitz tradì ogni ideale e convinzione giovanile. Lo stesso Wiesel, in una recente intervista dice: “Io ero l’accusatore, Dio l’accusato. I miei occhi erano aperti. Io ero da solo, terribilmente da solo, in un mondo senza Dio e senza uomo”. Sebbene deluso e smarrito, Elie afferma di non aver mai perso del tutto la fede: “Io non mi sentivo tanto deluso dall’umanità, quanto dall’inumanità, dalla disumanità degli esseri umani. Ero forse un po’ deluso quando pensavo al Dio che avevo conosciuto da bambino. Cosa mi rimaneva? Rinunciare alla mia fede in Dio, nell’umanità, nell’uomo? Se l’avessi fatto, cosa mi restava? Io direi che non ho perso la fede; direi che la mia è una fede ferita. Posso vivere con Dio, posso vivere contro Dio, ma non posso senza Dio”.

Un messaggero, in grado non solo di raccontare e testimoniare le atrocità di cui era stato vittima e spettatore, ma un uomo capace di trasmettere un chiaro monito di pace e fratellanza tra i popoli, capace di ribadire l'importanza della parola, della memoria, che non doveva essere tradita. Lui stesso dice: “Si può usare il silenzio nella scrittura e si ha il diritto di farlo, ma non si ha il diritto a rimanere in silenzio quando c’è qualcun altro che ha bisogno della nostra parola;se c’è qualcuno che ha bisogno di sentirci parlare, se vedo un bambino soffrire e non urlo questa sua sofferenza, allora sono colpevole di silenzio”.

È il 1986 quando riceverà il premio Nobel per la pace e saranno proprio le autorità norvegesi a definirlo “un messaggero” oltre che un preziosissimo testimone. Un premio che rappresenta un simbolo di una vita spesa verso il nobile scopo di diffondere ideali di pace, la vita di un uomo che non si è limitato a scrivere libri o a parlare nelle scuole, ma che ha creato associazioni, musei e fondazioni dedite alla causa dei diritti umani

Lotterà, in politica, per gli ebrei russi durante la guerra fredda, lotterà per gli ebrei polacchi, per le vittime dell'apartheid in Sud Africa o per i bosniaci perseguitati nella ex-Jugoslavia. Un impegno senza bandiere e confini, senza territorialità se non quella dell'uomo - diverso per etnie o religione, ma uguale nella sofferenza. Carattere forte e deciso, capace di polemizzare con lo Stato d'Israele quando, da presidente della Conferenza internazionale sulla Shoah, lascerà l'incarico per il rifiuto del governo di inserire una sessione sul genocidio armeno. Così come fu recentemente capace di polemizzare anche con il presidente Obama, che aveva invitato Israele a non costruire altri quartieri residenziali nella parte est della città. 

Ci lascia così un uomo di grandissima cultura e conoscenza, intellettuale e pensatore di grandissimo spessore, oltre che straordinario testimone del '900; Elie Wiesel se n'è andato ma l'eredità inestimabile che ci consegna attraverso i suoi scritti e la sua opera è un dono che spetta a noi non disperdere.

Gianluca Chianello

5 luglio 2016

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Testimoni di verità

per fermare i carnefici e difendere il futuro

Il ruolo del testimone nel corso di un genocidio è molto importante perchè permette di denunciare  il crimine in corso e di chiedere al mondo di arrestarlo.Lo fece già Armin Wegner all'inizio del secolo scorso, durante il genocidio degli armeni in Anatolia. Rimase inascoltato, come rimase inascoltato Jan Karski, messaggero della resistenza polacca a Londra e a Washington, che non riuscì a perdonarsi per il resto della vita di non aver potuto convincere "i potenti" della necessità di intervenire per fermare la Shoah.

Entrambi, tuttavia, non si limitarono a chiedere l'intervento internazionale, ma sentirono il dovere di documentare la persecuzione. Divenne testimoni oltre il presente, per il futuro.Wegner scattò, con grave pericolo personale, centinaia di fotografie, unico documento esaustivo giunto fino a noi che permette di smentire ogni tentativo di negare il genocidio armeno e rende giustizia alle vittime. Karski volle verificare di persona, a rischio della vita, cosa succedeva nel Ghetto di Varsavia e nei lager nazisti in cui venivano deportati gli ebrei, per poterne testimoniare in modo irrefutabile, contro il disegno di occultare le prove dello sterminio.

Gli scrittori, i poeti, gli intellettuali che osarono denunciare in Unione Sovietica il regime dispotico che toglieva la libertà e la dignità furono rinchiusi nei gulag, dove molti di loro morirono di fame e di stenti.

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La storia

Romeo Dallaire

generale che cercò invano di avvisare l'ONU dell'imminente genocidio in Rwanda