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Il monito morale di Simone Weil

così il New York Times ricorda la filosofa francese

Il quotidiano americano ha ricordato la grande testimone della Shoah francese in un articolo del 20 febbraio 2018 intitolato Che cosa dobbiamo agli altri: il monito radicale di Simone Weil, a firma Robert Zaretsky. Proponiamo la traduzione di questo articolo sulla filosofa e mistica ebrea che si unì alla Francia libera e morì nel sanatorio di Ashford, fuori Londranel 1943.

75 anni fa, la filosofa e mistica francese Simone Weil [da non confondere con l'omonima sopravvissuta ad Auschwitz, poi ministro della Sanità in Francia, deceduta nel 2013, che il 1° luglio 2018 entrerà ufficialmente al Pantheon francese, NdT ] si unì al movimento della Francia libera fondato da Charles de Gaulle a Londra. Non sappiamo se il generale cattolico e conservatore, che non la incontrò mai, sapesse che aveva lasciato il suo posto di docente di Filosofia per lavorare in catena di montaggio, la sua famiglia per lottare con gli anarchici in Spagna e il suo Paese per sfuggire al regime antisemita di Vichy. Sappiamo solo che de Gaulle lesse il piano della Weil di paracadutare infermiere in uniforme bianca sui campi di battaglia, armate solo del dovere di soccorrere i feriti e sacrificare la propria vita. Mettendo giù il foglio con la proposta, de Gaulle esclamò: “Ma è pazza!”.

De Gaulle aveva ragione sul piano, ma non sulla persona. Infatti, le riflessioni di Weil sulla natura del dovere offrono una rincuorante dose di sanità mentale nei nostri tempi che ci vedono così spesso perplessi e polarizzati. Durante i mesi finali della sua vita – morì nell’estate del 1943 – Weil scrisse alcuni dei suoi testi più sovversivi e fondanti. (Il fatto che fossero essenzialmente mozioni per il movimento Francia Libera li rende ancora più straordinari). Questo vale particolarmente per “La persona e il sacro” e “Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano”, entrambi dedicati a distinzioni sulle quali Weil insisteva molto tra diritti personali e doveri impersonali.

Quando parliamo della giustizia oggi, quasi sempre ci troviamo a parlare di diritti che crediamo garantiti per natura e poi recepiti dai nostri documenti fondamentali. Questo linguaggio riflette una concezione liberale dell’azione e dell’interazione umana, presentandoci come agenti razionali che stipulano accordi reciproci attraverso calcoli e negoziati. Inoltre, come ha sostenuto il filosofo Charles Taylor, mentre ognuno di noi “ha una concezione del bene o della vita degna”, alcuni di noi accettano una “concezione del bene socialmente accettata”. Essenzialmente, l’ideale di giustizia ha ceduto il passo all’ideale dei diritti.

Il problema, per Weil, con la concezione liberale dei diritti – e delle leggi che li codificano – è che essa è radicata nella sfera personale, non impersonale. La nostra società, ella insiste, è una società dove i diritti personali sono legati a doppio filo con la proprietà privata. A partire da questa intuizione di Weil, il teorico della politica Edward Andrew suggerisce che una società basata sui diritti “sia la società consensuale dove tutto si può vendere nelle commissioni per l’emendamento della Costituzione o sul mercato”. Questo rivela ciò che Weil, come Thomas Hobbes, crede che sia l’unica verità universale a proposito delle vicende umane: alcuni gruppi avranno sempre più potere di altri. “Il discorso sui diritti ha a che fare con il relativo e l’alienabile, non con l’assoluto e inalienabile. Per Weil, la vecchia barzelletta sul nostro sistema legale – “Quanta giustizia puoi permetterti?” – ha una tragica valenza immediata.

Per di più, l’accento posto sui “diritti umani inalienabili” – una frase, dichiara Weil, che la storia ha provato essere priva di significato – ci rende ciechi all’unico vero bene, quello radicato in quello che lei chiama “l’impersonale”. Questo termine, paradossalmente, è quello più essenziale per le nostre vite terrene di persone in carne e ossa: i bisogni condivisi da tutti gli esseri umani e le obbligazioni (e non i diritti) reciproci che essi implicano. Questi bisogni, che lei traccia nel suo “Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano”, comprendono il cibo e il vestiario, le cure mediche e l’alloggio, come pure la protezione contro la violenza (sebbene fosse contraria alla pena di morte, Weil faceva un’eccezione per lo stupro).

Con il suo gusto per le esemplificazioni di grande effetto, Weil ci costringe a confrontarci con i limiti delle rivendicazioni dei diritti. “Se qualcuno cerca di intimidire un contadino per fargli vendere le sue uova a un prezzo più basso, il contadino può dire: ‘Ho il diritto di tenermi le uova se non ricevo in cambio un prezzo adeguato’. Ma se una giovane donna è costretta in un bordello, non parlerà dei suoi diritti, in tale situazione, la parola sembrerebbe ridicolmente inadeguata”.

Ecco perché, quando chiediamo perché abbiamo meno di un’altra persona, stiamo pensando in modo personale, ma quando chiediamo perché siamo feriti diventiamo impersonali. E per Weil, l’impersonale è buono in ogni senso del termine. Nel caso del suo esempio, Weil trova la nozione di diritti ridicola perché la ragazza non sta venendo privata di un vantaggio economico, ma della sua stessa umanità. Non c’è un vero risarcimento per questi atti. E tuttavia, confondendo i diritti personali con i bisogni impersonali (o condivisi universalmente), ci carichiamo di un linguaggio che ci distrae da ciò che è davvero in gioco. Per dirla con Weil: “C’è qualcosa di sacro in ogni essere umano, ma non è la sua personalità. È il suo essere umano, niente di più e niente di meno”.

Mentre Weil stava reagendo alla crisi delle democrazie occidentali che si confrontavano con la sfida del fascismo, i suoi saggi possono aiutarci anche oggi a pensare alla nostra propria crisi della governance e della legittimità politica. Si prenda in considerazione l’attuale dibattito sulla proposta dell’amministrazione Trump di tagliare i fondi al Supplemental Nutrition Assistance Program, noto come SNAP, o buoni alimentari. Invece di ricevere somme periodiche in denaro sulle loro “social card”, gli iscritti a questo programma riceveranno confezioni di cibo in scatola.

Per fortuna, la proposta sembra fatta apposta per essere bocciata, ma serve da utile esempio. Coloro che utilizzano il linguaggio dei diritti risponderebbero che il governo non ha il diritto di tagliare loro i soldi perché essi hanno il diritto di fare la spesa da sé. Ma possiamo anche esprimere la critica nel linguaggio degli obblighi: “È ingiusto sostituire l’assistenza finanziaria con il cibo in scatola, che punirebbe sia il nostro benessere fisico che quello emotivo”. Mentre la prima risposta accenderebbe ciò che Weil chiama “lo spirito della contesa”, la seconda potrebbe “risvegliare alla radice lo spirito dell’attenzione”.

In altre parole, questa risposta ci chiede di dimenticarci di noi stessi e invece preoccuparci delle vite altrui. Le situazioni morali richiedono, come argomentato da uno dei grandi fan di Weil, Iris Murdoch, “una prospettiva spassionata, distaccata, disinteressata e obiettiva”. Questa attenzione permette una chiarezza morale e politica che il “linguaggio dei diritti” semplicemente non ha. Prestare attenzione, per Weil, è la più essenziale delle nostre obbligazioni. Ci costringe a riconoscere che ciò che lei chiama “le malheur”, o sofferenza, tocca a tutti noi. “Posso perdere in ogni momento”, ha scritto, “per il gioco delle circostanze sulle quali non ho alcun controllo, qualsiasi cosa possieda, comprese cose che sono così intimamente mie che io le considero come parti integranti di me”.

Queste cose comprendono il mio senso di autonomia, riflesso nell’atto così banale di comprare frutta e verdura, ma anche azioni molto più notevoli. La filosofa contemporanea Andrea Nye suggerisce che Weil porti anche una luce consolante sul dibattito sull’aborto. In effetti, le nozioni correlate di obbligazione e attenzione offrono una terza via tra coloro che affermano il diritto del feto alla vita e coloro che insistono sul diritto di una donna a scegliere. Rifiutando queste rivendicazioni basate sui diritti, Nye scrive, “una femminista Weiliana potrebbe ascoltare le stesse donne nel loro tentativo di dare un senso alla loro vita per arrivare a un senso conclusivo di ciò che si dovrebbe fare per ristabilire l’equilibrio sociale e creare una società in cui questi obblighi non confliggano”. Questo approccio potrebbe invitare una donna che cerca di abortire a partecipare appieno a una situazione che non prevede che lei sia sola.

Non intendo presentare tutto questo come una panacea per le nostre attuali difficoltà politiche, ipotesi questa che sicuramente Weil non accetterebbe,  proprio come respinse le presunte panacee che venivano proposte rispetto alle difficoltà della Francia alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, come un “incredibile mare di menzogne, di demagogia, di vanterie mescolate a panico”, e di “perdita di controllo, in definitiva un’atmosfera totalmente intollerabile”. Tuttavia, anche se la sua comprensione di quello che ella chiamava il “dramma sociale” non porta sempre a una grande chiarezza, tuttavia ci spinge con forza a considerare come la politica potrebbe cambiare, se lasciassimo spazio al concetto di obblighi.

Robert Zaretsky, professore di Filosofia e autore del libro “Boswell’s Enlightenment"

22 febbraio 2018

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Testimoni di verità

per fermare i carnefici e difendere il futuro

Il ruolo del testimone nel corso di un genocidio è molto importante perchè permette di denunciare  il crimine in corso e di chiedere al mondo di arrestarlo.Lo fece già Armin Wegner all'inizio del secolo scorso, durante il genocidio degli armeni in Anatolia. Rimase inascoltato, come rimase inascoltato Jan Karski, messaggero della resistenza polacca a Londra e a Washington, che non riuscì a perdonarsi per il resto della vita di non aver potuto convincere "i potenti" della necessità di intervenire per fermare la Shoah.

Entrambi, tuttavia, non si limitarono a chiedere l'intervento internazionale, ma sentirono il dovere di documentare la persecuzione. Divenne testimoni oltre il presente, per il futuro.Wegner scattò, con grave pericolo personale, centinaia di fotografie, unico documento esaustivo giunto fino a noi che permette di smentire ogni tentativo di negare il genocidio armeno e rende giustizia alle vittime. Karski volle verificare di persona, a rischio della vita, cosa succedeva nel Ghetto di Varsavia e nei lager nazisti in cui venivano deportati gli ebrei, per poterne testimoniare in modo irrefutabile, contro il disegno di occultare le prove dello sterminio.

Gli scrittori, i poeti, gli intellettuali che osarono denunciare in Unione Sovietica il regime dispotico che toglieva la libertà e la dignità furono rinchiusi nei gulag, dove molti di loro morirono di fame e di stenti.

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