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"La 'buona luce' di mio padre Armin T. Wegner"

relazione di Mischa Wegner al ​Convegno “la Storia & le Storie”

La copertina del libro di Gabriele Nissim in uscita il 21 aprile

La copertina del libro di Gabriele Nissim in uscita il 21 aprile

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una breve introduzione alla relazione di Michele Wegner, figlio del Giusto per gli armeni e per gli ebrei Armin T. Wegner, per il convegno La Storia & le Storie: narrazioni e testimonianze del genocidio armeno tenutosi il 26 marzo a Roma in via Caetani, 23 per commemorare il centenario del Genocidio Armeno

Già all’inizio del 1965, nel cinquantesimo anniversario del genocidio degli Armeni, Armin T. Wegner fu sollecitato da amici armeni a scrivere e far sentire la sua voce in memoria di quella importante ricorrenza.

Con il ritorno alla memoria della tragedia vissuta nel 1915, di cui fu testimone, Armin T. Wegner scrisse un articolo dal titolo La buona luce, che inizia così:

“Pary Loues! Buona luce” suonano le parole con le quali gli Armeni, popolo tra i più antichi del mondo, si salutano …….”La luce non è portata solo dal sole, che ravviva il paesaggio dopo il buio della notte, ma in essa sono anche saggezza e fede. La luce è sacra. Lasciatemi perciò elogiare il suo splendore prima di commemorare la catastrofe e le vostre sofferenze, che cinquant’anni addietro vi hanno afflitto nel vostro peregrinare verso il deserto, e di cui fui impotente testimone".

In quel cinquantesimo, la memoria della tragedia degli armeni non era all’ordine del giorno. L’articolo citato fu proposto da Armin T. Wegner a giornali e riviste, alla redazione dello Spiegel a Roma, al Capo redattore del settimanale degli ebrei in Germania, al Capo redattore della rivista Aufbau a New York, il giornale degli esiliati ebrei tedeschi. L’articolo apparve solo in Armenia, in Libano e in Inghilterra nell’Aprile 1965 nella rivista Aregak. Infine, sebbene già un anno dopo, il 7 Aprile 1966, un importante giornale europeo, Die Weltwoche di Zurigo, pubblicò l’articolo.

Ma a seguito della sua personale tragedia nel 1933, quando fu rinchiuso in sette prigioni e tre lager per aver osato protestare contro le persecuzioni antisemite di Hitler scrivendo proprio al grande dittatore, Armin T. Wegner dovette scoprire, in quello stesso, 1965, che era necessario anche per lui dissotterrare i suoi ricordi, l’impegno che aveva portato avanti negli anni 1919-’22, le sue personali memorie. Nella “buona luce” leggiamo:

“All’inizio, amici miei, quando mi avete esortato a ricordarmi questa primavera dell’Armenia, mi parve che la sofferenza per la mia propria terra e il mio popolo, la prigionia, la perdita della patria, quindi delle origini e della famiglia, ed infine gli anni dell’esilio, avessero affossato dentro di me tutto il resto. Appena ho iniziato a ripensarci, tutte le immagini spaventose, di cui io allora avevo preso visione, riapparvero dentro di me. Esse si erano soltanto ritirate in una maggiore profondità, dove le custodisco quale cupo tesoro.”

A Marzo del 1965, Wegner scrive al capo redattore dell’Allgemeine Wochenzeitung degli ebrei in Germania, e in particolare sostiene:

“L’espulsione armena è stato il “caso di scuola” per la successiva persecuzione degli ebrei, ed il primo esempio di un orribile totale massacro di un popolo nel nostro secolo.”

E ancora scrive:

“Lo sradicamento degli armeni non differisce in nulla dall’eliminazione degli ebrei negli anni dal 1940 al 1945, solo che al posto delle camere a gas, troviamo la morte lenta per fame e stenti sotto il sole nel deserto, un susseguirsi di allora che oggi ci appare quasi più umano”.

Accennando ai suoi interventi tra il 1919 e 1923 Wegner scrive:

“I miei avvertimenti in quegli anni sono risultati vani, così anche la mia prefazione nel 1921 agli Atti del processo per l’omicidio di Talaat Pascha, che riletta oggi suona altamente profetica. Va detto di questo processo, che sia l’opinione pubblica tedesca, sia il tribunale in Germania furono capaci allora evidentemente di un maggiore senso di giustizia, di quanto ne siano capaci oggi in Germania.”

Alle redazioni di alcuni giornali scrive:

“Mi domando per quanto ancora si voglia lasciare uno scrittore che sta invecchiando, e che non si batte per una sua propria causa, alle sue speranze e ai suoi tormenti? Sono passati cinquant’anni da quando, in inverno e in primavera, mi avventuravo negli abitati e quartieri abbandonati, circondati dai soldati dell’Asia Minore, da dove la popolazione armena era stata deportata verso una fine senza scampo verso il deserto. Mentre vagavo, salendo e scendendo le scale di quelle case abbandonate, i miei passi rimbombavano nel silenzio, con un risveglio di una spaventosa eco, e dalle pareti mi fissavano le immagini dei fuggiaschi, e sentivo nelle orecchie le disperate loro conversazioni, accuse e maledizioni. Si tratta di immagini e di voci che nell’ora della loro partenza erano rimaste come appese alle pareti o aleggianti tra le mura. Quelle voci le sento ancora oggi e non vogliono tacere”.

Con la mostra voluta da Pietro Kuciukian nel 1995, ha inizio una nuova era. Personalmente ho vissuto direttamente lo sviluppo dell’interesse del mondo ebraico, inizialmente assente, per un confronto con il genocidio armeno, e poi accresciutosi prima in Canada e negli USA e poi in Europa, fino a portare alla piena collaborazione tra le comunità armena ed ebrea lì presenti per le reciproche commemorazioni.

Se oggi, in Europa, la ricorrenza del centesimo anniversario trova la risonanza e la rilevanza che noi tutti le dobbiamo, ciò è dovuto non per ultimo anche al riconoscimento che con Gabriele Nissim e la sede di Gariwo a Milano è stato dato alla figura dei Giusti, per l’impegno di Armin T. Wegner, un Giusto tra le nazioni, che non è stato per l’uno o per l’altro, ma come persistente testimone la voce delle tragedie da lui vissute per gli armeni e per gli ebrei.

Per quanto riguarda le opere di Armin T. Wegner, iniziate e mai finite in memoria delle tragedie vissute con gli armeni e per gli armeni, con gli ebrei e per gli ebrei, ho trovato una sintesi inequivocabile, scritta da Yves Ternon, nell’introduzione della sua opera Lo Stato criminale, dove leggiamo:

“Chi ritorna dall’inferno è sopravvissuto per testimoniare, ma una parte di lui è rimasta laggiù. Egli urta contro il muro dell’incomunicabilità ed è dilaniato tra una memoria che lo impegna e un avvenire al quale non può realmente avere accesso”.

Michele Wegner,  Marzo 2015

30 marzo 2015

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Testimoni di verità

per fermare i carnefici e difendere il futuro

Il ruolo del testimone nel corso di un genocidio è molto importante perchè permette di denunciare  il crimine in corso e di chiedere al mondo di arrestarlo.Lo fece già Armin Wegner all'inizio del secolo scorso, durante il genocidio degli armeni in Anatolia. Rimase inascoltato, come rimase inascoltato Jan Karski, messaggero della resistenza polacca a Londra e a Washington, che non riuscì a perdonarsi per il resto della vita di non aver potuto convincere "i potenti" della necessità di intervenire per fermare la Shoah.

Entrambi, tuttavia, non si limitarono a chiedere l'intervento internazionale, ma sentirono il dovere di documentare la persecuzione. Divenne testimoni oltre il presente, per il futuro.Wegner scattò, con grave pericolo personale, centinaia di fotografie, unico documento esaustivo giunto fino a noi che permette di smentire ogni tentativo di negare il genocidio armeno e rende giustizia alle vittime. Karski volle verificare di persona, a rischio della vita, cosa succedeva nel Ghetto di Varsavia e nei lager nazisti in cui venivano deportati gli ebrei, per poterne testimoniare in modo irrefutabile, contro il disegno di occultare le prove dello sterminio.

Gli scrittori, i poeti, gli intellettuali che osarono denunciare in Unione Sovietica il regime dispotico che toglieva la libertà e la dignità furono rinchiusi nei gulag, dove molti di loro morirono di fame e di stenti.

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Il libro

Alcune mie vite

Varlam Shalamov

Multimedia

Volontario all’inferno. La storia di Witold Pilecki e di Dimitar Peshev

Claudio Visentin intervista Gabriele Nissim su RSI - Geronimo storia

La storia

Jan Karski

Cercò invano di avvertire le Grandi Potenze della Shoah