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La Cina e il Covid-19 visti da Pechino

Intervista al giornalista Gabriele Battaglia


Gabriele Battaglia, milanese, vive da molti anni a Pechino da dove è corrispondente per la Radiotelevisione svizzera e per Radio Popolare e scrive di questioni cinesi su Internazionale. Lo abbiamo intervistato nell’ambito della serie #viaggiadacasa di Frontiere News.

In alcune città della Cina alcune attività stanno riaprendo, ma nel tuo ultimo articolo per Internazionale hai scritto che il distanziamento sociale “è entrato dentro delle persone”. Qual è la situazione attuale?

Il cosiddetto distanziamento sociale, così come la famosa fase 2, in Cina è ha una dimensione variabile e flessibile. Quello che viene deciso oggi può essere ritrattato domani a seconda dell’evolversi dell’epidemia. In Cina non serve un decreto del governo, bastano circolari amministrative che entrano in azione immediatamente, permettendo così al governo centrale di aprire e chiudere il rubinetto e cambiare le carte in tavola come crede. Il problema è che i cittadini non sanno mai cosa può succedere e ci si sente sempre esposti a decisioni improvvise. Questo per lo meno a Pechino, dove vivo.

Il governo come ha gestito la comunicazione con la popolazione?

Qualche giorno fa, dopo tre mesi, hanno riaperto le scuole di Pechino solo per i ragazzi che frequentano l’ultimo anno delle superiori. Quelli cioè che devono fare il gaokao, un esame da non sbagliare altrimenti non si può accedere alla università più valide. La Cina è bloccata tra il tornare alla normalità e la paura che ci sia una ricaduta. Per questo c’è questa marcata ostentazione dell’efficienza nel mettere in pratica queste misure. È importante rimarcare che la popolazione cinese è molto legata al concetto di sicurezza, molto più che in Italia. Questo è fondamentale per capire le vicende cinesi. Anche prima dell’epidemia, la vita sociale era improntata sulla sicurezza più che sulla libertà individuale. Per questo il governo ha la necessità di ostentare questo valore e rassicurare.

Intanto i dati sulla crescita del primo trimestre registrano la prima contrazione dal 1976, ultimo anno della rivoluzione culturale: -6,8 per cento. Premesso che non sei un futurologo, in che modo questi dati avranno un impatto sulla popolazione cinese e, in in generale, sulle strategie geopolitiche del governo?

Il tema dell’economia ha una valenza politica molto importante. Il patto sociale della Cina si fonda sulla possibilità di diventare “moderatamente benestanti”, come dice uno slogan ufficiale. Questo benessere moderato è stato perseguito sin dalla fine del periodo maoista, con i famosi “800 milioni fuori dalla soglia di povertà”. Oggi si calcola che solo il 2% della popolazione sia effettivamente povera. Il problema è che il patto tra il partito comunista e il popolo si basa proprio su questo scambio: “Voi ci lasciate governare, noi vi diamo il benessere”. Questa crisi, che si inserisce in una fase economica non eccezionale che va avanti da qualche anno, oltre che nel bel mezzo di una guerra commerciale con gli Stati Uniti, ha prodotto nel primo trimestre del 2020 un -6,8% che è al di là di quanto gli economisti avessero preventivato. Adesso la Cina si deve inventare un modo nuovo di uscire da questo blocco. Dai segnali che vedo sembra che da un lato cerchino di garantire occupazione alle fasce più penalizzate dalla popolazione. La leadership ha dato comando di creare posti di lavoro nelle provincie più povere. Al contempo si cerca di ovviare alle necessità prettamente alimentari. E qui si torna all’antica tradizione cinese dei granai imperiali aperti in epoche di carestia per dare da mangiare alla gente. Vedo alcuni segnali – ma è presto per dirlo con certezza – che portano a pensare che si voglia attuare quella transizione mai del tutto riuscita che veicoli grandi risorse invece che verso imprese di stato (che creano occupazione ma anche debito pubblico e poco profitto), verso servizi con alto valore aggiunto. Ad esempio a Pechino stanno investendo su start-up tecnologiche. Ma dobbiamo capire una cosa: esistono tante Cine. Lo dicevano già le precedenti leadership e resta ancora vero oggi: dentro la Cina esistono contemporaneamente un primo, un secondo e un terzo mondo.

Il governo come si sta comportando, a livello di sussidi, verso i cittadini?

La Cina è molto brava a creare piattaforme sperimentali in certe località e se funzionano l fanno diventare dei modelli. È stato così con le zone economiche speciali o con la riforma agraria ai tempi dei maoisti. Per le famiglie vedremo quale sarà questo modello, perché come dicevo prima il governo deve mantenere la speranza di benessere, deve dimostrare ai cittadini che alla fine del tunnel c’è una luce.

E verso le imprese?

In Cina ci sono tante piccole aziende a conduzione famigliare. E in questo momento hanno tanto bisogno di liquidità. Dalla Banca di Stato cinese è arrivato l’ordine di fare più prestiti a questi tipi di clienti. Ma si rischia di creare più di un problema, perché molte di queste imprese non sono più sostenibili, probabilmente diverse non riapriranno e quindi c’è il rischio che questi soldi finiscano in un buco nero. Per questo molti sostengono che i soldi andrebbero investiti in un vero welfare, su sistemi pensionistici efficaci, e sussidi di modo che se le attività non sono sul mercato si può tornare a vivere. E questo in Cina manca.

Hai fatto riferimento alla guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti. Come cambieranno i rapporti sino-cinesi alla fine dell’emergenza?

Il Covid-19 è entrato a pieno titolo nel conflitto USA-Cina, una guerra di propaganda che non ha eguali. Dopo una prima fase in cui tutti si sono schierati contro Pechino, quando in Cina le cose sono andate meglio il governo ha ribaltato la situazione cercando di dimostrare, con gli aiuti, di essere stati bravi a gestire la situazione. E così in Occidente si è criticato il numero dei contagiati comunicato dalla Cina. Una guerra di propaganda a cui partecipano tutti, ognuno con i propri interessi. Prendiamo Macron che critica la Cina dicendo che avrebbe dovuto dire la verità. Certo, ma che dire del fatto che il caso cinese era lampante e tutti hanno aspettato due mesi prima di prendere delle misure? Quella del coronavirus è una guerra che si innesta sulla precedente guerra e non so dove ci porterà.


Come sono i rapporti attuali tra Cina e Russia?

Di facciata i rapporti sono molto amichevoli, anche se qualsiasi analista vi può dire che si tratta di due imperi che occupano grossomodo la stessa area geografica. Quindi non sono amici naturali ma avversari naturali. I tentativi di soft power portati avanti dalla Cina lungo la Via della seta e l’Asia Centrale non piacciono a Putin. Nonostante questo i rapporti commerciali sono forti (la Russia è un grande partner commerciale nelle materie prime); sono alleate contro gli Stati Uniti, non vogliono interferenze americane nella loro area di influenza e su questo sono allineate. In passato ci sono stati momenti di non allineamento, come durante il conflitto l’Ucraina. Pechino non si espresse mai sull’annessione della Crimea e sulla guerra nell’Est dell’Ucraina. Avendo in casa i dossier di Xingjiang e Tibet, la Cina non può mettere il suo timbro sull’operazione di indipendenza di un pezzo di una nazione sovrana. Inoltre, recentemente Pechino non ha gradito la chiusura dei confini russi oltre al fatto che Mosca stia spedendo indietro i “cinesi” di ritorno. Il che, tradotto, vuol dire riportare la “pestilenza” in casa. Ma qual è il paese che può dire ai propri connazionali: “statevene via”?

Il governo come vive la situazione caotica che si sta verificando in Corea del Nord?

Tutto quello che succede in Corea del Nord preoccupa la Cina, perché può essere fonte di instabilità: con lo sfaldarsi della Corea del Nord si prevede un gran numero di rifugiati. Dall’altro lato, un’eventuale riunificazione delle due Coree (che neanche quella del Sud vuole veramente) porterebbe gli Americani al confine con la Cina (come ben sapete ci sono 30mila soldati americani in Corea del Sud). Non è più come durante la guerra del 1950, in cui c’erano grandi dichiarazioni di fratellanza. Il cinese medio dice che i nordcoreani sono pazzi. 

Come vivono questo momento gli stranieri residenti in Cina?

Ci sono ricadute spiacevoli. Passa il messaggio che il rischio è lo straniero e questo porta a situazioni poco belle. Non proprio razzismo attivo, ma ad esempio capita che quando prendi l’ascensore gli altri escono.

E poi c’è il caso della quarantena forzata di cittadini africani a Guangzhou che secondo le ong che si occupano di diritti umani sfocerebbe in vera e propria detenzione arbitraria. Più in generale pare che gli africani stiano subendo molte discriminazioni, di vario genere.

Guangzhou probabilmente ospita la comunità africana più grande dell’Asia. Non sono persone che si trovano lì per caso. Non si immigra in Cina clandestinamente. Sono lì da lavoratori, da studenti o grazie ai patti bilaterali tra la Cina e i governi africani. Però è innegabile che ci sia un razzismo “strisciante” nei confronti delle persone di pelle nera. È quasi inconsapevole, più frutto di ignoranza che di cattiveria. Mi ricordo l’episodio del parrucchiere di Guangzhou che diceva: “Non si servono persone con la febbre e i neri”. Ricorda il Mississippi degli anni ‘30 o il “non si affitta ai meridionali” nel nord Italia negli anni ’50.

In Occidente c’è molto vociare sul fatto che il virus sarebbe stato creato in laboratorio. Cosa si dice di questo in Cina?

Generalmente viene vista come propaganda occidentale. Ufficialmente è stato stabilito che si tratta di un virus zoonotico. A livello popolare non risulta che ci siano grandi discussioni, nemmeno sui social, sulla creazione del virus nel fantomatico laboratorio di Wuhan. Dove, a proposito, lavora quella che hanno ribattezzato la “bat-woman” Shi Zhengli, che è la massima esperta di pipistrelli e che insiste sul fatto che il virus non sia sfuggito dal laboratorio.

Un personaggio che emerge in tutta questa vicenda è sicuramente Li Wenliang, un oftalmologo che lavorava come medico presso l'ospedale centrale di Wuhan. Li ha avvertito i suoi colleghi il 30 dicembre 2019 di una possibile diffusione di una malattia che assomigliava a una grave sindrome respiratoria acuta, prima di morire di Coronavirus dopo essere stato richiamato dalla polizia. Ora viene lodato dal governo. Molti hanno visto in lui similitudini con il chimico Valery Legasov durante la crisi di Chernobyl.

Il nesso con Chernobyl è un wishful thinking di molti occidentali ma a dire la verità non è in corso alcun “momento Chernobyl” della Cina. Li Wenliang è una figura che ha toccato le corde profonde dell’immaginario cinese. È il buon funzionario che si sacrifica fino alla morte per il bene comune. È il funzionario che dice la verità scomoda andando contro anche alla verità di stato, alla verità dell’imperatore e che per questo motivo muore e diventa una figura quasi mitica. Quello che ha cercato di fare il partito comunista nella sua azione di “rivolgimento” del Covid-19 (e gli è riuscito anche molto bene) è rendere Li un eroe comunista. Hanno puntato sul fatto che Li era iscritto al partito, che si è sacrificato, che c’è stata questa inchiesta governativa che ha dimostrato che è stato richiamato ingiustamente dalla polizia di Wuhan, un’azione frettolosa e con procedure scorrette. In qualche modo hanno cooptato la figura di Li nella grande narrazione governativa, nella quale la popolazione cinese ha sofferto tanto e gli eroi comunisti sono stati in prima linea in questa battaglia contro il nemico invisibile. L’hanno chiamata “guerra di popolo”: attenzione, sono parole molto importanti diffuse con una campagna che non si vedeva da tempo e che ha portato a una mobilizzazione di massa: 50mila volontari a Wuhan, ma non solo. Li Wenliang è stato inserito in questa narrazione e la colpa è ricaduta tutta sui funzionari locali. Così è diventato l’eroe nazionale che ha lanciato l’allarme e poi è morto.

Un’altra figura interessante è quella della scrittrice Fang Fang e del suo diario.

È una scrittrice di Wuhan ben conosciuta. Nel suo diario, scritto senza grandi ambizioni e con note molto sintetiche, non c’è letteratura ricercata. Si è posta sin dall’inizio quasi come uno strumento di servizio sul covid. E poi c’è stato un post, diventato molto famoso, che l’ha messa in conflitto con il potere. 

Perché ha dato fastidio?

Quando la situazione stava migliorando, alcuni funzionari hanno fatto passare il messaggio che si doveva essere grati al governo e al partito. Addirittura si chiese una sorta di educazione alla gratitudine verso il governo. Fang Fang ha detto no. Secondo lei gli eroi sono i medici. Prima di lodare il governo si deve aspettare e fare chiarezza, intanto gli eroi sono altri. Anzi, è il governo che deve essere grato alla popolazione di Wuhan. Il suo post è stato cancellato e poi riproposto. Bisogna capire bene cosa sia successo… pare che ci siano intimidazioni ma non si sa quanto sia veramente una campagna organizzata e quanto estemporanea. È presto per giungere a conclusioni certe.

È difficile fare informazione dalla Cina da giornalista straniero?

Essendo giornalista straniero non vengo censurato, al massimo possono farmi problemi con i visti. Piuttosto negli ultimi anni è diventato sempre più difficile lavorare perché sono aumentati i controlli. Non solo da parte dei funzionari che vengono a disturbarti mentre intervisti. C’è un’autocensura da parte della popolazione, anche verso fatti non sensibili. Per fare un esempio: fino a qualche anno fa su temi economici era molto facile trovare qualcuno che parlasse. Era un modo, per gli imprenditori, per mettersi in luce. Adesso pensano che sia meglio non esporsi.

Da cosa dipende?

Dipende da una serie di segnali che vengono dall’alto. Un anno fa ho fatto due storie per la tv svizzera sull’intelligenza artificiale ed è stato molto complicato realizzarle. Le imprese erano restie a rilasciare interviste. Il motivo è evidente: i media occidentali, quando hanno tratto l’intelligenza artificiale, l’hanno declinata verso il controllo sociale e il grande fratello cinese. Così gli imprenditori hanno trovato i loro nomi collegati a questi temi. E questo spaventa.

Joshua Evangelista e Luca La Gamma

4 maggio 2020

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