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Elena Cukovskaja (San Pietroburgo, URSS, 1931 - Mosca, Federazione Russa, 2015)

custode della cultura e della verità sotto il totalitarismo sovietico

Elena Čukovskaja nasce il 6 agosto 1931 a Leningrado dall’unione di Lidija Korneevna Čukovskaja con il critico letterario Cezar Vol’pe. Lidija, figlia di Kornej Čukovskij, storico della letteratura, traduttore e teorico della traduzione, ma soprattutto grandissimo poeta per l’infanzia, si sarebbe poi separata dal marito risposandosi con il fisico-teorico Matvej Bronštejn. Nel 1937 questi verrà arrestato e fucilato. Elena e la figlia, durante il Grande Terrore, quando erano considerati perseguibili per “omessa delazione” dell’“attività criminale” del congiunto anche i suoi famigliari, devono “defilarsi” il più possibile e Elena va a vivere dal nonno Kornej Čukovskij.

Dopo la guerra e anni di sfollamento a Taškent con la madre, nel 1954 Elena si laurea a Mosca all’Istituto statale di ricerca e tecnologia dei composti organici elementari. Il dottorato è del 1962. Contemporaneamente, inizia a collaborare con il nonno, non proprio in salute, per l’editing – che l’interessato valuta di rara competenza letteraria e accuratezza – del libro Čukokalla. Si tratta del singolare “Almanacco manoscritto” – con un grande apparato iconografico – di Kornej scaturito dal “Cenacolo artistico-letterario” del quale lo scrittore, con il celebre pittore Il’ja Repin, era stato iniziatore diventandone poi l’anima stessa, nella località finlandese (e poi russa) Čuokalla. Gli appunti, testi, poesie, epigrammi e improvvisazioni letterarie, ritratti e dediche dell’Almanacco sono espressione di una “comunità” all’inizio unita di protagonisti della cultura del paese, e la loro levatura e importanza rende quel “diario” di incontri qualcosa di unico nella storia culturale non solo russa.

Al periodo 1914-1934 poi Čukovskij aveva continuato ad aggiungere note diaristiche arrivando fino agli anni Sessanta. Nella Russia diventata bolscevica, quel “monumento letterario” però così connotato da ironia e spontaneo contendere di caratteri e idee non poteva avere diritto di cittadinanza: troppa libertà di pensiero, troppa “sedizione” anche da parte di personalità che sarebbero poi entrate da protagonisti nella storia letteraria della nuova formazione statuale, per non parlare di coloro che sarebbero poi stati emarginati, molti censurati in toto o in parte, qualcuno suicida, qualcuno fisicamente “liquidato”.

Una delle imprese, avvicendatesi nell’operosa esistenza di Lidija Korneevna, è stata quella di aver brigato per decenni affinché la memoria di Čukokalla non andasse perduta. In capo ai suoi sforzi l’Almanacco sarebbe stato finalmente pubblicato in facsimile nel 1979, ma con rilevanti tagli dei passaggi e documenti sgraditi al regime. Per l’edizione integrale si sarebbero dovuti aspettare gli anni post-sovietici: nel 1999 e con ancor maggiore aderenza all’originale Čukokalla era apparso per la cura di Lidija, la quale avrebbe inoltre pubblicato un saggio a parte sulla vicenda.

In uno degli ultimi commenti di Kornej (morto nel 1969) sulle pagine dell’Almanacco risparmiati dai tagli nell’edizione del 1979 c’è già una frase programmatica breve ma significativa: “Čukokalla ha naturalmente sempre riservato una cordiale ospitalità nei confronti di esclusi ed espulsi”.

E l’accoglienza agli esclusi – banditi dal consorzio civile nelle varie forme dell’espulsione dalla comunità di letterati e artisti, delle campagne diffamatorie, dell’esilio interno coatto, o addirittura dei lavori forzati, nonché dell’estromissione dal Paese – si rivelerà nel tempo il verosimile motto di quello che potrebbe essere un ideale blasone di famiglia dei Čukovskie.

Per tre generazioni – padre, figlia, nipote – vi si sarebbero attenuti non solo con le opere, ma anche con scelte ideali ed azioni. Del ruolo in questo senso di Lidija Čukovskaja con l’attiva difesa di scrittori contro censure e persecuzioni abbiamo detto alla scheda che la riguarda dove si è anche accennato al sostegno al dissenso culturale e a suoi esponenti da parte di Kornej.

Ma, tra settembre 1965 e inverno 1973-’74, tutte e tre le generazioni di quella famiglia si erano ritrovate nel fattivo sostegno ad Aleksandr Solženicyn. Quando lo scrittore aveva iniziato a essere in difficoltà con i documenti di residenza, perseguitato dapprima con espedienti e poi apertamente osteggiato dalla autorità, i Čukovskie lo avevano accolto stabilmente come ospite nella dacia di Peredel’kino e nell’appartamento a Mosca: Kornej e Lidija frequentandolo, ma soprattutto Elena maturando una vicinanza che era diventata partecipazione al suo lavoro:

Per quasi cinque anni, a partire dalla fine del 1965, Ljuša Čukovskaja è stata all’epicentro, nel cuore della mia tumultuosa attività; durante quegli anni era verso di lei che convergevano tutte le linee d’azione, tutte le comunicazioni: domande, risposte, messaggi o documenti da trasmettere. Poi nei tre anni successivi e fino alla mia espulsione [dall’urss] è rimasta l’intermediaria più importante. Ogni volta che nel presente libro scrivo: “abbiamo deciso” ... “fatto” ... “ignorato” è da intendere nel senso “Ljuša e io” [si veda riferimento nella Bibliografia].

Gli anni di questa “tumultuosa attività” che avevano visto la stretta collaborazione di Elena con lo scrittore erano quelli della sensazionale Lettera di lui al IV Congresso dell’Unione degli scrittori sovietici, del maggio 1967, sulla censura, l’autocensura e l’inveterata sudditanza al potere politico, la quale ai tempi di Stalin già aveva comportato l’abbandono alla loro sorte – nelle carceri e nel Gulag - di oltre seicento scrittori. E saranno più di cento gli scrittori russo-sovietici anche famosi che in quell’anno di grazia 1967, di una stagione antistaliniana che si sperava durasse, aderiranno all’appello di Solženicyn. E sono gli anni della pubblicazione nel 1968 e solo all’estero (in urss hanno circolato nel samizdat) di due romanzi, Rakovyj korpus [Divisione cancro] e V kruge pervom [Il primo cerchio] scritti tra 1955 e 1967 nei quali si riflette l’esperienza dell’Autore rispettivamente durante la deportazione nell’Asia centrale sovietica e il precedente periodo di detenzione nel Gulag. Ma soprattutto sono gli anni in cui prende corpo il famoso Archipelag Gulag, “il saggio di inchiesta narrativa” che, viene pubblicato nel 1974 in russo a Parigi e poi tradotto in molti Paesi. Esso consolida la fama internazionale dello scrittore, già insignito nel 1970 del Premio Nobel per la letteratura, e per contro ne intensifica in urss la persecuzione mediante ampie campagne diffamatorie orchestrate addirittura dai vertici del Partito comunista, la caccia alle sue opere dattiloscritte e i documenti in nascondigli e presso simpatizzanti e l’intimidazione di costoro da parte del kgb, e questo fino all’espulsione di Solženicyn in Germania nel febbraio 1974.

Il sodalizio di Elena con lo scrittore, maturato dalla profonda stima nei suoi confronti nonché in generale dalla comune insofferenza per i diktat del potere politico, è l’impresa culturale più avventurosa di Elena Čukovskaja. Ma non certo l’unica. Di Čukokalla già s’è detto. Così, dopo Solženicyn, oltre al gigantesco lavoro nel corso di tutta la vita di riordino degli archivi di Lidija e Kornej, Elena avrebbe curato tra 2007 e 2014 un’edizione prevista in 15 voll. e realizzata in 11, presso l’editrice “Vremja”, delle Opere della madre e quella delle Opere di Kornej Čukovskij presso le. Ed. “Terra”, tra 2001 e 2009 (versione digitale: 2013).

Delle numerose pubblicazioni su riviste letterarie e in volumi riguardanti memorie, appunti, epistolari scritti di critica letteraria, - di famiglia e di altri - curati da Elena si ricorda qui la raccolta di articoli e documenti riguardanti A.I. Solženicyn tra il 1962 e il1974 dal titolo Slovo probivaet sebe doroguLa parola trova sempre il modo di farsi strada”.

Elena ne ha potuto far dono di persona, nel dicembre 2003, agli organizzatori del Convegno Gariwo “I giusti nel Gulag. I valori della resistenza morale al totalitarismo sovietico”. Avrebbe anche svolto il proprio intervento su Solženicyn e la contrastata stesura, della quale lei era stata per anni il più importante testimone, del suo capolavoro Arcipelago Gulag.

Nel suo intervento, a proposito dei già ricordati 100 membri e più, compresi alcuni grandi autori, dell’Unione degli Scrittori sovietici che nel 1967 avevano voluto sostenere le ragioni della dirompente lettera di Solženicyn contro censura e repressione, Elena ricorda quanto aveva scritto Venjamin Kaverin, uno dei più validi scrittori “istituzionali” dell’epoca, circa l’elemento distintivo comune alle opere del suo più giovane collega: “un potente anelito verso la verità, che si fonda sul senso della propria libertà interiore”.

Del fatto che la parola di verità “prima o poi sa come farsi strada” i Čukovskie sono sempre stati convinti; convinti e ben attenti, ognuno nella propria peculiare situazione e secondo ciò che si sentiva ragionevolmente di poter fare, a restare ad essa fedeli.

Sergio Rapetti, traduttore, studioso di letteratura e cultura russa e sovietica

Bibliografia

Alexandre Soljénitsine, Les Invisibles, Fayard 1992, cap. 8: “Eléna Tsézarevna Tchoukovskaïa”, pp. 117-143. [L’edizione russa intitolata Nevidimki è esaurita e/o indisponibile].

AA. VV. Storie di uomini giusti nel Gulag, Introduzione di Gabriele Nissim, Bruno Mondadori, Milano 2004, pp. 157-174.

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