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A Porte Schiuse

un blog che racconta vite

Abbiamo fatto una chiacchierata con due autrici del blog “A Porte Schiuse” che, partendo da un’esperienza di insegnamento a studenti di recente immigrazione, parla di educazione, accoglienza e storie di vita.

“A Porte Schiuse” nasce da un’attività educativa, ce la vuoi raccontare?

D.V Ho insegnato per tre anni al Cpia di Milano (Centro provinciale per l’istruzione degli adulti), gran parte dei miei studenti erano immigrati di origine straniera, in Italia da pochissimo o da un po’ più di tempo. Delle nove sedi che la scuola ha a Milano, io ne ho cambiate tre, conoscendo insegnanti preparatissimi e persone stupende. Durante una di queste esperienze però, precisamente la seconda, ho visto accadere cose che mi hanno molto preoccupata. Da una collega arrivavano battute come “ma cosa stai a preoccuparti dell’organizzazione delle lezione, tanto questi sono negri, che vuoi che capiscano”. E queste frasi pesanti non venivano dette solo a me in privato, ma anche in presenza degli studenti. E poi ci fu l’episodio, durante la prova di un ragazzo somalo, in cui la collega si mise a canticchiare una canzone fascista “Allungheremo lo stivale fino all’Africa orientale”, sostenendo poi che non fosse un problema, “tanto il ragazzo non avrebbe capito”. Un altro episodio grave, fu quando una collega mi riferì di aver ricevuto dalla responsabile di una comunità di Milano una telefonata riguardo tre ragazzi albanesi minorenni del nostro Centro che vennero spinti dalla prof già citata ad abbandonare la scuola per “liberare posti”, perché comunque sarebbero stati bocciati; cosa peraltro non vera. In quel caso il rischio era non solo che i ragazzi smettessero effettivamente di frequentare, ma anche che noi insegnanti dovessimo denunciare la loro rinuncia agli studi alla Prefettura.

Ecco forse da quelle ingiustizie è nata la mia volontà di portare alla luce la situazione, che non aveva provocato reazione da parte del preside della scuola. Così abbiamo aperto a maggio del 2019 insieme all'amico F.P che lavora in un centro professionale per adolescenti, un blog anonimo per poter denunciare ciò che stava accadendo e raccogliere storie di altre situazioni simili. Un risultato in parte è raggiunto, visto che la collega responsabile di quegli atti è stata allontanata dalla didattica. Dopo questa parentesi, il blog è diventato anche uno spazio per raccontare degli studenti che incontravamo, di accoglienza, di un’integrazione positiva e formativa.

Il blog ha quindi una doppia anima, una di denuncia e una di esperienze che arricchiscono.

D.V Esatto. Il nostro scopo era proprio quello. Volevamo far capire che accanto alle brutte storie - che sono gravi e devono essere raccontate -, ce n’erano anche di belle, anzi erano la maggioranza. Avevo di fronte settanta ragazzi ogni anno che ce la mettevano tutta per integrarsi in Italia, con tutte le difficoltà del caso.

Perché porte schiuse e non aperte?

D.V Volevamo dare l’idea che il valore dell’accoglienza, nel quale noi crediamo tantissimo, non è così semplice da far proprio. C’è chi vede la migrazione come un problema e per certi versi lo può essere, questo va riconosciuto. Ci tenevamo a dare il messaggio che la migrazione può essere un’opportunità enorme, ma che va gestita, e che in ogni caso il migrante è una persona. A prescindere da cosa si pensi del fenomeno in sé.

Ti è mai capitato di dover stare in una stanza completamente buia, mentre fuori c’è il sole? A volte come insegnanti ci sentiamo così, perché le difficoltà di incontro con ragazzi che vengono da mondi diversi e da situazioni dure sono tante. Ma basta uno spiraglio, una porta socchiusa, per lasciare entrare quel piccolo raggio di sole che permette, se non di vedere, almeno di intuire ciò che ci circonda. Schiudere la porta è il primo passo. Non vuol dire ancora averla aperta, né tanto meno averla varcata. Quelli sono altri passi, che restano da fare.

Da dove vengono i vostri studenti?

D.V C'è una grandissima varietà, molti dal Magreb, qualcuno dall'Africa subsahariana, dalla Cina, dal Sudamerica, dall'Est Europa e dai Paesi musulmani. 

Che significato hanno il linguaggio, la scelta di una parola piuttosto che un'altra, nella vostra attività?

D.V In classe la maggior parte degli studenti ha grossissime difficoltà con la lingua italiana, il primo passo è insegnare entro l'anno a comunicare in modo comprensibile. Quello che cerchiamo di trasmettere è anche che non si prescinde dalla lingua. Io conosco il persiano e ho avuto studenti persiani, ma solo alla fine dell'anno ho detto loro che conoscevo la loro lingua. Non volevo che si sedessero sul fatto che li capissi comunque. Perché ritengo che imparare l'italiano sia per loro fondamentale e imprescindibile, il loro percorso d'integrazione comincia anche da questo. Abbiamo raccontato sul blog, a questo proposito, la storia di un ragazzo del Benin che dopo qualche mese che frequentava le nostre lezioni mi ha detto "prof mi ha insegnato a dare del lei e ora il mio capo mi prende più sul serio". Era una piccola cosa che lo ha fatto sentire più sicuro, con una dignità maggiore. È un aspetto su cui si dovrebbe riflettere. 

Parlaci della tua rubrica, all'interno del blog, "I viaggi di Gulliver".

E.C Non ho mai detto a nessuno che, quando mi è stato proposto di collaborare per questo blog e ideare una mia rubrica, per me è stato come se un cerchio si chiudesse e si aprisse allo stesso tempo. Premetto che non è semplice essere un giovane giornalista nel Terzo Millennio. Mentre si fatica per trovare la propria strada, ci si sente addosso tutto il peso della Storia e si vive in un tempo in cui sembra che i “secoli d’oro” dell’umanità siano stati sorpassati. Io credo di aver iniziato a perseguire la mia meta nel 2011: avevo 17 anni, in occasione di un viaggio in Grecia vidi per la prima volta quell’entità indefinita che indichiamo con il nome di “migranti”; in realtà ragazzi come me. Stavano lì, al di là di una rete, in quello che presumo fosse un centro di prima accoglienza. Improvvisamente, incrociai lo sguardo con uno di loro e fu lì che qualcosa in me si smosse. Sentii il bisogno di sapere e raccontare cosa ci fosse al di là di quella rete, dar voce allo sguardo cupo di quel ragazzo, informare le menti per sensibilizzare i cuori. Questo sarebbe stato il mio compito nell’epoca in cui mi sono ritrovata a vivere. Quando, per la prima volta, mi sono recata in una delle scuole raccontate dal nostro blog ho risentito fortemente quella sensazione, amplificata dalle interviste che ho avuto modo di fare. Oggi gli sbarchi e le morti nel Mediterraneo sono aumentati, da quel lontano 2011. Questo ci ha portati all’assuefazione e all’abitudine davanti al dramma, agli abusi, all’esclusione di questi ragazzi che scappano dalla periferia dell’esistenza. Quello che la mia rubrica si propone di fare è raccontare vite umane itineranti, un po' per scelta, un po' per necessità. È un appuntamento mensile, che aggiunge, al racconto dei fatti successi in aula, una contestualizzazione storico-sociale. Un modo per poter viaggiare volta per volta in Paesi diversi, scoprendo tante realtà differenti. Ho scelto questo nome perché, come Gulliver appare diverso a seconda del posto in cui approda, così ogni persona che si sposta dal proprio luogo d'origine, arrivando in terra straniera, può apparire diversa o sentirsi diversa. Con questo titolo, inoltre, ho voluto omaggiare un classico della letteratura europea. Nel suo romanzo, Jonathan Swift voleva sottolineare, con pessimismo, le contraddizioni dei costumi e della società dell'Europa del tempo, da cui, secondo il grande scrittore irlandese, non ci saremmo salvati. Noi lo rileggiamo in una chiave diversa: è proprio attraverso le avversità che sboccia la speranza. Abbiamo il piacere e la fortuna di raccontare il mondo che ci circonda partendo dalla scuola, sottolineando come l'istruzione sia il primo strumento di emancipazione e riscatto sociale. La cosa che più mi emoziona, in ogni intervista che faccio, è riscoprire l'amore per le nostre radici e la nostra cultura tramite gli occhi di chi ne è lontano per nascita, ma per scelta l'abbraccia e con coscienza la ama. E allo stesso tempo, conoscere tante storie nella Storia, viaggiare tramite occhi che narrano singole vite in tante realtà, con la responsabilità e l’onore di raccontarle al pubblico per farle comprendere. Questo è il più grande privilegio per me.

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Helena Savoldelli, Redazione Gariwo

6 aprile 2020

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