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Ebrei a Shanghai, tra speranza e paradosso

intervista a Roberto Paci Dalò

Uno dei passaporti cinesi forniti agli ebrei in fuga dall'Europa

Uno dei passaporti cinesi forniti agli ebrei in fuga dall'Europa

“Il Giardino dei Giusti di Milano lancia un messaggio morale all’Europa: la politica dell’accoglienza, insieme a un piano globale per il sostegno economico ai Paesi africani - da cui provengono la maggioranza dei migranti sulle nostre coste -, può segnare il futuro politico della comunità”. Con queste parole il presidente di Gariwo Gabriele Nissim spiegava a luglio le motivazioni della scelta delle figure che saranno onorate al Giardino del Monte Stella in occasione della prossima Giornata europea dei Giusti.
Tra queste, anche Ho Feng Shan, console cinese a Vienna che dopo l’annessione dell’Austria alla Germania nel 1938 fornì agli ebrei i visti di espatrio - permettendo la loro salvezza - mentre tutti gli altri corpi diplomatici li rifiutavano.

Molti di questi ebrei trovarono rifugio nella città di Shanghai, sotto l’occupazione giapponese, dove per l’ingresso non era richiesto il passaporto. Si stima che tra il 1933 e il 1941 arrivarono a Shanghai circa 20mila ebrei. Il massiccio afflusso terminò con il bombardamento giapponese di Pearl Harbour nel dicembre 1941.
Nel luglio 1942 la Germania propose la “soluzione finale” alle autorità nipponiche, alleate dell’Asse. La richiesta non ebbe seguito, e i giapponesi crearono un’Area designata nel distretto di Hongkou (Shanghai) per raccogliere i rifugiati. L’ex sinagoga della città ospita oggi il Museo dei Rifugiati Ebrei di Shanghai, che ha curato la mostra Gli Ebrei a Shanghai, organizzata dall'Istituto Confucio presso il Memoriale della Shoah di Milano dal 18 settembre al 31 dicembre 2016.

La storia degli ebrei di Shanghai è protagonista dal 2012 anche di Ye Shanghai, un progetto che unisce le immagini della città dell’epoca a suoni, musica e voci dei sopravvissuti. Con il compositore e regista Roberto Paci Dalò, ideatore della performance,abbiamo parlato della nascita di questo progetto, delle figure dei Giusti e dell’importanza di fare memoria non solo per narrare il passato, ma per far riflettere su quanto avviene oggi, nel mondo che ci circonda.

Partiamo dal 2012. Come nasce Ye-Shanghai?

Il progetto è nato su invito di SH contemporary, fiera d'arte contemporanea di Shanghai, e del suo direttore Massimo Torrigiani. Poco prima di arrivare a Shanghai, nel maggio 2012, ho scoperto qualche traccia della storia del ghetto - episodio quasi sconosciuto, anche nel campo dell’ebraismo italiano. Davide Quadrio e Francesca Girelli (Arthub) hanno organizzato un workshop che ho curato alla Fudan University. Insieme a un gruppo di studenti e professori abbiamo iniziato a riflettere su questa vicenda, e abbiamo deciso di raccontarla perché era una storia grande, anche per il suo valore simbolico.
Negli anni ’30 e ‘40 le frontiere erano chiuse in tutto il mondo: nessuno voleva accogliere gli ebrei che scappavano dalla persecuzione. L’unico luogo aperto era Shanghai, un porto, una città caotica e divisa - a maggior ragione dopo l’occupazione giapponese - ma cosmopolita, in cui agli ebrei che scappavano dall’Europa non erano richiesti né visto né documenti.
Chi fuggiva si imbarcava soprattutto nei porti italiani (come Trieste e Genova), sulle navi da crociera del Lloyd Triestino, e dopo circa 23 giorni di navigazione arrivava a Shanghai.
È bello poter parlare di questa storia, non solo per far scoprire qualcosa di poco noto, ma soprattutto perché si tratta di una vicenda nata da un dramma e sfociata in una nota positiva. Gli ebrei a Shanghai non hanno avuto problemi particolari, e la stessa scomparsa della comunità dalla città cinese è stata una sparizione fisiologica e graduale alla fine della guerra: le persone, infatti, partivano per gli Stati Uniti, la Palestina, il Canada o per tornare in Europa.

Nel tuo progetto sono presenti immagini e suoni dell’epoca. Come hai costruito la performance?

Le immagini del Ghetto sono molto rare. Ho però trovato presso il British Film Institute di Londra un fondo di immagini, ancora in 35 mm, della Shanghai dell’epoca che, anche se non sono strettamente legate alla vita della comunità ebraica, mostrano la commistione tra cinesi, giapponesi ed europei.
Il lavoro che ho voluto fare è tutto sul suono, che è poi la narrazione della storia. Per fare questo ho utilizzato anche la voce di una sopravvissuta, intervistata negli Stati Uniti, che racconta il suo arrivo a Shanghai da Vienna quando aveva circa 6 anni. Sentiamo quindi la voce di un’anziana, che però guarda la vicenda con gli occhi di una bambina, e questa è una cosa molto forte.
Ho usato tale conversazione e l’ho distribuita nel lavoro, creando una sorta di macchina del tempo. Sono presenti anche diversi suoni registrati all’epoca, che ho ritrovato online grazie al mio team di lavoro locale, e una canzone cinese famosissima, Ye Sanghai (Le notti di Shanghai), che ho decostruito e ricostruito fino a renderla una texture in cui emergono suoni e voci.

Cosa ti ha colpito di più di questa vicenda?

Prima di tutto la speranza. “Tutto è possibile”, sembra dire questa storia.
E poi il paradosso. Chi fuggiva dall’Europa infatti partiva lasciando tutto, portando con sé poche cose, passava la frontiera e trascorreva 23 giorni su una lussuosa nave da crociera, per poi sbarcare in una povertà ancora più grande. A Shanghai, alla fine, si creava una sorta di bolla in cui, lontano dall’Europa, ci si ricostruiva una vita in qualche modo simile a quella del luogo d’origine: si parlavano tante lingue, c’erano riviste, giornali, bar, caffè, ristoranti… Qualcosa di epico.
Oltre a tutto questo, infine, mi ha colpito anche il livello di solidarietà e di comunità molto forte.
Interessante è poi il rapporto con il Giappone. Le autorità nipponiche facevano parte dell’Asse, ma non hanno mai applicato la soluzione finale come richiesto dai nazisti; a Shanghai il Governatore giapponese curava i rapporti con la comunità ebraica, verso cui non sono state compiute violenze particolari. Da un punto di vista diplomatico penso che si tratti di un atteggiamento molto forte, perché gli accordi con i nazisti sono stati in qualche modo disattesi.

In occasione della prossima Giornata europea dei Giusti sarà onorato al Giardino di Milano Ho Feng Shan, il console cinese a Vienna che ha fornito documenti falsi agli ebrei per salvarli dalla deportazione. Qual è secondo te l’importanza di ricordare queste figure?

Rispondo alla domanda con un altro interrogativo: quanto è importante pensare liberamente, rispetto a un contesto che sembrerebbe spingere in una sola direzione?
In questo senso queste storie servono, per spingere a riflettere e ad avere una consapevolezza su quello che sta succedendo, a vedere in scala più ampia e non essere omogenei passivamente rispetto al pensiero comune.
Molti Giusti si sono ritrovati quasi per caso nella condizione di fare una scelta, hanno agito spesso perché un loro conoscente era ebreo e ha chiesto aiuto. Il razzismo funziona facendo leva sulla estraneità, e nel momento in cui tu conosci l’altro non lo connoti più rispetto all’appartenenza a una qualche tribù o religione, perché acquista un’individualità.
Raccontare queste storie ha quindi una componente pedagogica, fondamentale per portare la conoscenza del passato in un presente “vivente”, per comprendere che quanto accade oggi - seppure in forme diverse - non è dissimile da quanto è successo allora.

In un altro tuo progetto, 1915 The Armenian Files, hai sottolineato proprio questo concetto parlando del genocidio armeno…

Il genocidio armeno, seppure sia più noto della storia degli ebrei di Shanghai, non è riconosciuto dalla maggior parte degli Stati, per motivi geopolitici e interessi economici.
Il progetto 1915 The Armenian Files nasce in occasione del centesimo anniversario del Metz Yeghern nel 2015, con un lavoro che ha coinvolto anche Sargis Ghazaryan, l’allora Ambasciatore della Repubblica d’Armenia in Italia, e con Boghos Levon Zekiyan, l’attuale Arcivescovo di Istanbul. 
Tra di noi c’è stata subito un’intesa sulla metodologia: occorreva parlare del Genocidio in maniera lucida non solo per commemorare, ma soprattutto per informare. E informazione significa capire che quanto accaduto cento anni fa si sta verificando anche oggi, addirittura nelle stesse terre di allora. Se si parla del genocidio armeno, quindi, discuterne significa costruire un sistema da utilizzare per riflettere su tutto quello che sta succedendo intorno a noi adesso - quindi anche degli altri genocidi -, in modo da non rischiare di restare vincolati in maniera etnica a una questione tanto delicata.
Parlare del Metz Yeghern o della Shoah significa sicuramente raccontare l’evento come legato a un popolo, a una religione, ma questo serve per mettere in moto una riflessione più ampia.
Come Hannah Arendt ci ha parlato della "banalità del male", si può a mio avviso operare per costruire “la banalità del bene”, disegnando un sistema virale e diffondendo tale "virus" nella società, anche attraverso l’uso di parole chiave che possono aprire la mente, mostrare all’improvviso qualcosa in maniera completamente diversa.

A proposito di parole chiave, da quali bisognerebbe cominciare questa “contaminazione”?

Partirei innanzitutto da azione chiave, fatte di attenzione e comunità. Essere quindi attenti al luogo microscopico nel quale siamo (che sia la classe, la strada, il condominio, il luogo di lavoro) e grazie a questa attenzione diventare consapevoli della presenza degli altri. La semplice presa di coscienza di una presenza può mettere in moto una reazione a catena. Inarrestabile e positiva.

I CD Ye Shanghai e 1915 The Armenian Files sono pubblicati da Marsèll ed è in corso di pubblicazione il DVD Ye Shanghai.

Roberto Paci Dalò – compositore, regista e artista visivo – guida il gruppo Giardini Pensili, con il quale ha presentato proprie opere in teatri, musei e festival in tutto il mondo. Il suo lavoro è stato apprezzato e sostenuto tra gli altri da Aleksandr Sokurov e John Cage. Ha ricevuto nel 2015 il Premio Napoli per la lingua e la cultura italiana. Insegna Interaction Design presso UNIRSM (Università degli Studi della Repubblica di San Marino), dove ha fondato e dirige Usmaradio. È nato a Rimini, cresciuto a Tremosine sul Garda e ha vissuto a Berlino, Napoli, Roma con lunghe residenze a Vancouver.

Martina Landi

13 settembre 2017

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