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I diari di Stalingrado: le storie di guerra che Stalin censurò perché troppo veritiere

intervista allo storico Jochen Hellbeck

Il Maggiore Gen. Ivan Burmakov e il Lt. Col. Leonid Vinokur, due dei militari russi intervistati

Il Maggiore Gen. Ivan Burmakov e il Lt. Col. Leonid Vinokur, due dei militari russi intervistati Museo della Battaglia di Stalingrado

Durante la battaglia più feroce della storia umana, gli storici sovietici intervistarono oltre 200 soldati dell'Armata Rossa sui combattimenti del 1943 che segnarono il destino della Germania nazista. Decenni più tardi, il prof. Jochen Hellbeck è diventato il primo storico a leggere le loro storie. Di seguito presentiamo l'intervista al professore realizzata dalla dott.ssa Michal Shapira, lettore senior in Storia e Studi di genere alla Tel Aviv University, pubblicata dal quotidiano israeliano Haaretz del 9 settembre 2017 .

La battaglia di Stalingrado, che si protrasse dall'agosto 1942 al febbraio 1943, e si concluse con la resa dell'esercito di Hitler, cambiò il corso della Seconda guerra mondiale e della storia mondiale. Fu la battaglia più feroce della storia umana, nella quale perirono centinaia di migliaia di uomini e che pose fine al sogno di Hitler di dominio mondiale e rese chiaro che la capitolazione della Germania era ormai questione di tempo.

Jochen Hellbeck è un eminente storico del periodo sovietico, che insegna alla Rutgers University nel New Jersey. Il suo affascinante libro del 2015, “Stalingrad: The City that Defeated the Third Reich, and the Battle that Changed World History” (PublicAffairs; disponibile anche nelle edizioni tedesca, russa, svedese, finlandese, spagnola e cinese), racconta la storia di questa battaglia dal lato sovietico. L’opera di Hellbeck, che nel 2017 gli ha fatto vincere una borsa di ricerca avanzata intitolata a John Simon Guggenheim per gli studi umanistici, è da sempre incentrata sul lavoro degli storici nel tempo di guerra per documentare le atrocità tedesche commesse sul suolo sovietico.

Nato a Bonn, in Germania Ovest, il prof. Hellbeck, 51 anni, è anche fondatore di un progetto online,facingstalingrad.com, al cui centro c'è una serie di interviste in profondità – condotte nel 2009-2010 insieme alla fotografa Emma Dodge Hanson – a sopravvissuti veterani della fatale battaglia, sia tedeschi che russi. Le interviste, come pure rare fotografie e lettere mostrate dai veterani, illustrano le maniere molto differenti nelle quali la battaglia è ricordata da entrambe le parti.

Un opprimente senso di perdita e sconfitta segna i ricordi della parte tedesca, mentre i racconti russi di Stalingrado sono imbevuti di uno spirito di orgoglio nazionale e di sacrificio. I veterani tedeschi si riferiscono a Stalingrado come a una rottura traumatica nella loro biografia, mentre i russi tendono a sottolineare l'aspetto positivo della loro autorealizzazione in guerra, anche se confidano anche memorie di perdite personali dolorose.

Michal Shapira ha parlato con Hellbeck in seguito a una sua docenza tenuta alla Tel Aviv University nella prima parte di quest'anno.

Che cosa l'ha portata a studiare la Seconda guerra mondiale nel suo libro e in particolare la Battaglia di Stalingrado?

Il mio lavoro precedente era un’analisi dei diari personali scritti nell'Unione Sovietica sotto Stalin. Rivelava che molte persone tenevano diari, contrariamente a quanto si crede comunemente. Il loro fine non era di coltivare pensieri privati distinti dal regime comunista, ma di allineare il proprio pensiero con il mandato della rivoluzione sovietica e innalzarsi al livello di degni partecipanti in un dramma storico mondiale.

In seguito mi sono appassionato al tema della possibilità di raffronto tra questi tentativi e quelli compiuti in Germania, con la “rivoluzione nazista” e la sua versione dell'”uomo nuovo”. Stalingrado, come scontro prolungato che costituiva il culmine delle ostilità tra i due regimi totalitari, mi è sembrata il posto giusto per questo ulteriore studio.

Essendo tedesco, certamente anch'io sono sensibile alla posizione preminente che occupa Stalingrado nella memoria collettiva tedesca. Il problema con questa memoria è la sua natura insulare: la maggior parte delle descrizioni della battaglia che si possono leggere in Germania o in altri Paesi occidentali racconta la storia prevalentemente da un punto di vista tedesco. Queste narrazioni iniziano con l'attacco alla città, evidenziano il dramma dei soldati tedeschi che finirono accerchiati, e si concludono con i 100.000 tedeschi sopravvissuti che vengono fatti prigionieri dai sovietici. Quando durante la mia ricerca ho scoperto un faldone di interviste del tempo di guerra ai difensori sovietici della città, ho deciso che il mio libro doveva concentrarsi proprio sul lato sovietico della storia, relativamente meno noto.

Il libro si basa su interviste con i soldati dell'Armata Rossa che ha trovato negli archivi. Esse descrivono violenze scioccanti. Può parlare della natura di questa violenza?

Le interviste sono state registrate a Stalingrado, durante la fase finale della battaglia e immediatamente dopo. Risuonano ancora del clangore delle armi sul campo di battaglia, e la violenza è ovunque nel quadro che descrivono. I soldati dell'Armata Rossa raccontano di come hanno conquistato l'accesso al centro della città, facendo esplodere fondamenta e interi edifici pieni di tedeschi dopo che almeno alcuni di essi avevano rifiutato di posare le armi. Quello che diventa molto chiaro è il grado in cui i difensori sovietici erano animati dall'odio per i tedeschi. Nelle interviste sono stato sorpreso di scoprire la fonte di questo odio.

Prendiamo Vassily Zaitsev, il famoso cecchino di Stalingrado, che uccise 242 soldati nemici nel corso della battaglia, fino a quando fu ferito a un occhio nel gennaio 1943. Quando gli storici gli chiesero che cosa l'aveva spinto a lottare fino all’esaurimento e oltre, parlò di scene a cui aveva personalmente assistito, per esempio di soldati tedeschi che trascinavano una donna fuori dalle macerie, presumibilmente per violentarla, mentre lui sentiva impotente le sue grida di aiuto [citando Zaitsev]: “O un'altra volta vedevi ragazzine e bambini impiccati agli alberi nel parco. Che cosa ti causa questo? Ti produce un tremendo impatto”.

Le atrocità tedesche, che molti soldati sovietici conoscevano bene, certamente giocarono un ruolo importante nel mobilitarli per combattere, e combattere duramente. Inoltre c'era un'ampia violenza all'interno dell'Armata Rossa, perpetrata contro i soldati che erano renitenti a rischiare la vita. Nella sua intervista, il Gen. Vassily Chuikov descrisse come aveva sparato a diversi comandanti, sotto gli occhi dei loro soldati messi in riga, per essersi ritirati dal nemico senza permesso.

Fino all’uscita della traduzione russa del suo libro, nel 2015, queste interviste non erano mai state pubblicate. Come mai?

Le testimonianze erano troppo veritiere e sfaccettate per quel tempo, e Stalin ne proibì la pubblicazione, non da ultimo perché lui rivendicava di essere l’unico artefice della vittoria di Stalingrado. Dopo la sua morte poco è cambiato. Certo, generali importanti della battaglia di Stalingrado, come Chuikov, furono in grado di pubblicare resoconti del loro ruolo in battaglia, ma omisero cautamente ogni riferimento alle esecuzioni all'interno dell'Armata Rossa. Nelle sue memorie, Chuikov scrive che aveva emanato “un duro richiamo” ai suoi ufficiali vigliacchi.

Le documentazioni d'archivio mi dicono che almeno alcuni storici sovietici lessero le interviste, ma sembra che fossero in crisi su come integrare le voci individuali, “soggettive”, come le chiamavano, in una narrazione imposta dall’alto e “oggettiva” (comunista) della storia della guerra, e così i documenti furono abbandonati all’oblio. Sono stato straordinariamente fortunato di essere stato il primo storico a potersi addentrare nelle 215 interviste condotte con i difensori sovietici di Stalingrado e a pubblicarle. Le ho trovate nell'archivio dell'Istituto per la Storia Russa dell'Accademia russa delle Scienze.

“Al confine estremo dell'Europa”

Chi conduceva le interviste e perché? Chi erano gli intervistati di queste “storie di Stalingrado”?

Le interviste furono condotte da storici di Mosca che reagivano all'invasione tedesca nel 1941 con un piano per documentare lo sforzo bellico sovietico nella sua totalità e fin dalle basi. Dal 1942 al 1945, essi intervistarono circa 5000 persone, la maggior parte soldati, ma anche partigiani, civili impiegati nell’economia di guerra o che combattevano nella resistenza clandestine, e cittadini sovietici che erano sopravvissuti all’occupazione nazista. Questi storici speravano che le interviste pubblicate avrebbero mobilitato i lettori per la guerra. Volevano anche creare un registro archivistico per i posteri. Mi ha colpito la loro determinazione, ancora nell’autunno ’41, quando l’Unione Sovietica sembrava schiacciata sotto l’assalto tedesco. Ma gli storici traevano fiducia dalla storia, e particolarmente dalla guerra del 1812, quando i russi erano stati in grado di sconfiggere un invasore tecnologicamente superiore. Hitler, ne erano certi, avrebbe fatto la fine di Napoleone.

Perché Stalingrado è diventata importante per i nazisti e per i sovietici nel 1942? In che modo divenne una battaglia capace di cambiare il corso della storia mondiale?

Quanto i tedeschi ripresero la loro offensive, nella primavera 1942, il loro obiettivo strategico erano le produzioni di petrolio del Caucaso. Solo quando il Gruppo di Armate Sud avanzò verso Maikop e Grozny, Hitler si decise a ordinare un distinto attacco su Stalingrado. Egli pensava di sfruttare il colpo psicologico che la caduta della “città di Stalin”, che è il vero significato del nome “Stalingrado”, avrebbe inferto a Stalin. Era soprattutto per il suo contenuto simbolico che la battaglia di Stalingrado divenne una resa dei conti decisiva tra i due regimi.

Quale fu il ruolo dei media mondiali prima e durante questa battaglia?

Stalingrado fu combattuta sulla scena globale, e può essere che sia stata la prima vera guerra mediatica, come diremmo oggi. Fin dall’inizio, gli osservatori di tutte e due le parti si concentravano sullo scontro tra titani all’estremo confine dell’Europa. Un giornale tedesco descrisse Stalingrado come “la battaglia più fatale della guerra” – ciò accadeva all’inizio di agosto 1942, perfino prima che i soldati di Hitler iniziassero il loro attacco alla città. I resoconti giornalistici globali incitavano entrambe le parti ad avanzare. Per tutto l’autunno 1942, la stampa sovietica citava i giornali di luoghi che andavano dall’Egitto all’India al Canada, che vantavano tutti l’eroismo dei difensori di Stalingrado. Nei pub di tutta l’Inghilterra, la radio veniva accesa all’inizio delle notizie serali per essere spenta soltanto dopo che era andato in onda il resoconto di Stalingrado. Tra le nazioni alleate, e anche in città e ghetto occupati dai tedeschi, la gente era euforica sulla capacità dell’Armata Rossa di resistere alle stragi tedesche e rispondere al fuoco. A mano a mano che la battaglia perdeva intensità, molti lo leggevano come un’indicazione che la Germania avrebbe perso la guerra.

La violenza e l’orrore durante la battaglia per Stalingrado furono feroci. Quali condizioni resero così immani la violenza e la perdita di vite umane?

Entrambi i regimi erano mobilitati al massimo per conquistare o difendere la città. Prima di entrare a Stalingrado con le truppe e i carri armati, i tedeschi iniziarono con una campagna di bombardamenti a tappeto lunghi due settimane che bruciarono e rasero al suolo la maggior parte dell’ambiente cittadino e uccisero 40.000 persone. Appena poche settimane prima, in risposta alla rapida avanzata dei tedeschi verso Stalingrado, Stalin aveva emanato l’ordine “non indietreggiate neanche di un passo”, che vietava ai suoi soldati di ritirarsi in qualunque situazione. Perfino i civili erano considerati difensori vitali della “fortezza Stalingrado” e non ebbero il permesso di evacuare, se non pochi giorni dopo l’inizio del bombardamento. Osservatori contemporanei, tedeschi come pure sovietici, furono d’accordo che le truppe dell’Armata Rossa a Stalingrado combatterono con enorme fervore. Essi differiscono solamente nelle interpretazioni di questa resistenza. I russi lodarono l’ ”eroismo quotidiano” delle loro truppe, mentre i tedeschi giudicavano i soldati sovietici come esseri subumani che lottavano crudelmente e senza alcun rispetto per la vita – perfino della propria.

“Per la patria socialista!” e “Per il compagno Stalin!” – questi erano alcuni degli slogan di coloro che combattevano a Stalingrado. Che ruolo svolgeva il bolscevismo nella lotta? Che cosa ha scoperto principalmente su questo argomento?

L’ideologia comunista aveva un enorme potere di mobilitazione durante la Guerra. Questo è uno degli argomenti centrali del mio libro e pone una sfida alla maniera in cui gli altri studiosi hanno compreso lo sforzo bellico sovietico. La nozione prevalente tra gli studiosi è che Stalin era politicamente fallito all’inizio della guerra – ingannato dai tedeschi, sulla difensiva, e profondamente impopolare. Secondo questa interpretazione, Stalin reagì sbandierando il dogma comunista, abbracciando il nazionalismo russo e adottando un tono più populistico. Mentre alcune di queste cose accadevano realmente, esse tuttavia non erano indice di un’abdicazione del regime sovietico, anzi, il contrario piuttosto. Il mio libro mostra in modo molto dettagliato come i soldati dell’Armata Rossa venivano indotti a entrare nel Partito Comunista.

Come avveniva questo sul campo?

C’era un enorme spirito di appartenenza per tutto il corso della guerra. L’Armata Rossa era prevalentemente comunista e il partito aveva la forma di un’organizzazione militare. La condizione più importante perché un soldato entrasse nell’esercito non era la conoscenza dottrinale, diciamo così, la capacità di declamare i libri di testo del partito, ma la prova che il soldato avesse ucciso tedeschi. Questo, per esempio, è come il cecchino Zaitsev parlava di come era stato arruolato nel partito. Per quel tempo, aveva già sparato a 60 soldati nemici; il numero sarebbe salito a 242 entro la fine della battaglia. Entrare nel partito era una questione d’onore e prestigio per lui e per gli altri soldati.

Quindi, quanto era politicizzata l’Armata Rossa?

Per misurare il grado di politicizzazione dell’Armata Rossa, è istruttivo confrontarla con la Wehrmacht tedesca. Lo storico Omer Bartov ha sostenuto che per quanto riguardava quest’ultima, che registrava sempre più perdite e subiva la distruzione delle “bande di fratelli” nelle linee del fronte, i comandanti militari ricorrevano sempre più all’indottrinamento politico per aumentare la coesione delle truppe. Ma perfino questo lavoro ideologico nazista impallidiva davanti al condizionamento comunista sistematico che aveva luogo nell’Armata Rossa dal momento stesso in cui i tedeschi avevano attaccato nel 1941. L’ideologia era il cemento che il comando dell’Armata Rossa usava per legare insieme il corpo militare multiforme. Predicata incessantemente e diretta a ogni recluta, era formata da concetti chiari, dotati di un’enorme carica affettiva: amore per la patria e odio per il nemico. I tedeschi rimasero molto impressionati da questo. Dopo la campagna di Stalingrado, Hitler ordinò che ufficiali politici in stile sovietico – i cosiddetti “commissari” – fossero introdotti nella Wehrmacht. Ma l’esercito resistette a questa aperta intrusione del politico nel regno del militare.

Il ruolo delle donne nella guerra

La seconda Guerra mondiale era una Guerra totale, nella quale i civili, al pari dei soldati, erano parte dello sforzo bellico. L’economia, la cultura e la società erano pienamente mobilitate dai governi. Quale fu il ruolo delle donne nella Battaglia di Stalingrado?

Con quasi tutti gli uomini in età da combattimento in servizio nell’Armata Rossa, toccò alle donne condurre l’economia di guerra sovietica. Diversamente dalla Germania, dove gli stranieri fatti schiavi alimentavano fino al 25% dell’economia di guerra nel 1944, o dalla Gran Bretagna con il suo sfruttamento delle risorse coloniali, il modello sovietico era una sorta di autarchia. Inoltre, circa un milione di donne sovietiche servirono nell’Armata Rossa durante la seconda Guerra mondiale, metà delle quali come soldati regolari e l’altra metà come infermiere, operatrici telefoniche o lavandaie. Molti dei soldati intervistati a Stalingrado concordavano sul fatto che le infermiere offrivano una prestazione eccezionale. Diversi raccontarono la commovente storia di Lyolya Novikova, una giovane donna che non ispirava immediatamente fiducia perché “sembrava più una ballerina e vestiva tacchi alti durante gli addestramenti per il combattimento”. Lavorava come disegnatrice, ma era sempre disponibile a prestare soccorso come paramedico per riportare indietro i feriti dalla linea del fronte.

Nel suo secondo giorno di battaglia, mentre forniva vestiario e ricovero ai soldati feriti, Novikova fu uccisa. In una riunione giovanile comunista tenuta in sua memoria qualche giorno più tardi, diverse giovani donne parlarono, giurando di lottare contro i tedeschi proprio come aveva fatto Lyolya. Durante quell’incontro, Lyolya Novikova fu accettata a titolo postumo nel Partito Comunista.

Quando Stalingrado stava per cadere in mani tedesche nel settembre 1942, l’Armata Rossa saltò fuori con un piano di contrattacco che alla fine avrebbe piegato il nemico. Ci parli di quel momento drammatico.

L’attacco a tenaglia destinato a rompere l’esteso fronte dell’Asse prendendolo ai fianchi e ad accerchiare più di 300.000 soldati tedeschi era una manovra molto coraggiosa e testimoniava della curva d’apprendimento delle tattiche dell’Armata Rossa. In un certo senso, la controffensiva russa copiava il modello di Blitzkrieg di stupefacente successo adottato dai tedeschi nel 1941. Quel che c’è di notevole anche è che il comando militare sovietico fu in grado di impiegare segretamente un esercito di un milione di uomini lungo quelle fiancate nelle settimane precedenti l’operazione. L’intelligence tedesca notò movimenti di truppe sospetti, ma il comando dell’esercito tedesco non prese quei rapporti sul serio, perché era convinto che i tedeschi avessero esaurito le riserve umane.

Che cosa significò la sconfitta per i tedeschi?

La prima reazione del regime nazista dopo l’accerchiamento riuscito dei sovietici in novembre fu di negazione. La stampa tedesca semplicemente smise di riferire le notizie da Stalingrado, inclusi i tentativi falliti di irrompere per rifornire dal cielo i soldati intrappolati. Tuttavia i leader nazisti non potevano stare in silenzio sulla rovina della Sesta Armata, che Hitler una volta aveva dichiarato potesse “dare l’assalto al cielo”. Così imbastirono una storia di pochi eroici soldati tedeschi che erano rimasti in forze a lottare contro le orde asiatiche fino all’ultimo respiro. Fino a quel punto, la propaganda tedesca aveva predetto fiduciosamente un nuovo ordine per l’Europa sotto il dominio tedesco; dopo Stalingrado, iniziarono a risuonare allarmi sul futuro della Germania, dell’Europa, e della “civiltà”.

Che cosa significò questo in pratica?

L’idea era di mobilitare la popolazione tedesca mediante un’intensa propaganda basata sulla paura, ma il regime fece dei passi ulteriori. Visitando il campo di sterminio di Treblinka in Polonia orientale appena un mese dopo la sconfitta a Stalingrado, Heinrich Himmler ordinò la riesumazione e la cremazione di tutti i corpi dei 700.000 ebrei che vi erano stati uccisi. Himmler era consapevole che l’ora della resa dei conti per la Germania si stava avvicinando. Anche se sarebbe passato più di un anno prima che l’Armata Rossa liberasse i campi di sterminio in Polonia, la Battaglia di Stalingrado sconvolse la macchina di morte nazista. In questo senso, Stalingrado segnò un punto di svolta nella storia del mondo.

Quali furono le maniere principali in cui i sopravvissuti ricordarono Stalingrado?

Quel che c’è di veramente notevole nelle interviste che ho scoperto nell’archivio è che furono registrate durante la battaglia e immediatamente dopo. I soldati intervistati non sapevano che cosa sarebbe accaduto dopo e quando e come la guerra sarebbe finita, ma parlavano con orgoglio palpabile della loro vittoria sull’esercito di Hitler, e si ritenevano inarrestabili.

Stalin aveva bisogno del pieno investimento del suo popolo nella lotta contro il nemico, ma temeva anche le sue implicazioni, in particolare le possibili invocazioni di maggiori diritti democratici in Unione Sovietica. Questo è un motivo per cui le interviste non poterono essere pubblicate in quel tempo. Entro il 1945, Stalin si assicurò che le pubblicazioni ufficiali indicassero lui come unico architetto della vittoria sovietica sul fascismo. Ironicamente, la morte di Stalin e la destalinizzazione (1953) inflissero un altro colpo ai difensori di Stalingrado. Quando, come parte di una campagna contro il culto della personalità di Stalin, la sua città fu rinominata Volgograd nel 1961, molti veterani protestarono. Con il depennamento di “Stalingrado”, si sentivano cancellati dalla storia anche loro.

Oggi, lo Stato e il popolo russo commemorano la battaglia in modo intenso. Recentemente, la Chiesa Ortodossa ha incorporato Stalingrado nelle sue preghiere, anche se la Chiesa fu quasi assente durante la stessa battaglia. Ma ciò che trovo più impressionante nella memoria di Stalingrado è come poco, per paragone, sembra condizionare i leader di stato e il pubblico fuori dalla Russia. Il mondo occidentale coltiva una memoria spropositata dello sbarco del giugno 1944 in Normandia come capitolo d’apertura della sconfitta di Hitler. Come battaglia chiave della Seconda guerra mondiale, Stalingrado merita pari riconoscimento.

MIchal Shapira, traduzione dall'inglese all'italiano di Carolina Figini

13 settembre 2017

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