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«I mostri sono stati liberati e scatenati»

intervista allo storico Jean-Pierre Filiu

L'attivista per la libertà d'informazione e i diritti dell'uomo Razan Zaitouneh, scomparsa in Siria

L'attivista per la libertà d'informazione e i diritti dell'uomo Razan Zaitouneh, scomparsa in Siria Heroes.ref.org

Quasi 500.000 morti, un numero doppio di feriti, milioni di sfollati. Il conflitto in Siria entra nel suo settimo anno e l'ONU e la comunità internazionale sono anch'esse responsabili di questa tragedia, accusa Jean-Pierre Filiu nell'intervista al Nouvel Observateur del 16 aprile 2017, firmata da Sara Daniel e Céline Lussato, che riportiamo tradotta integralmente.

Nel Suo nuovo saggio, “Lo specchio di Damasco”, Lei accusa l'Occidente di avere abbandonato la Siria e avere occultato la parte di storia universale che vi si è svolta?

Per questo sesto anniversario della rivoluzione siriana, ho voluto riprendere una prospettiva temporale lunga, come nella tradizione di pensiero che va da San Paolo a Henry Kissinger. Questo permette uno sguardo nuovo su un conflitto davanti al quale tutti si sentono impotenti. Secondo un processo ben noto agli storici, questo tipo di atteggiamento porta spesso a colpevolizzare le vittime. Siccome non si vuole o non si può venir loro in aiuto, si trovano loro tutti i difetti del mondo, non fosse altro che per giustificare la passività generalizzata…
Il martirio di Aleppo, una delle città più antiche dell'umanità, è da questo punto di vista un momento di svolta di primaria importanza. L'ONU ha lasciato che l'autunno scorso ad Aleppo fossero violati tutti i principi del diritto umanitario, e questo dopo avere avuto le prove dei bombardamenti chimici dell'agosto 2013, di cui però non ha designato un colpevole. Non designare l'autore di un crimine imprescrittibile ha preparato la strada a un fallimento altrettanto sconvolgente della comunità internazionale. I mostri si sono risvegliati e scatenati, e si vede che non possono rimanere indefinitamente contenuti nella sola Siria. Ora, ciò che è in gioco in quel Paese non è una questione degli arabi. Ci riguarda in prima persona, evidentemente in termini di valori, ma soprattutto perché ne va del nostro avvenire collettivo. L'idea che ciò che succedeva in Siria “restasse in Siria” era moralmente abietta e strategicamente inetta.

Che cosa poteva fare l’ONU ?

L’ONU ha persistito nell'accogliere nel suo seno il regime di Assad come unico rappresentante legittimo della Siria. Coloro che si opponevano a costui sono restati confinati in un limbo diplomatico. L'ONU ha così negato al popolo siriano il suo diritto all'autodeterminazione contro un regime che lo tratta come un esercito di occupazione. Ha aggravato la crisi internazionalizzandola, pretendendo poi di risolverla attraverso una conciliazione tra le potenze che intervenivano dall'esterno. Al contrario si sarebbe dovuto operare, come avevo proposto più di tre anni fa, assicurando dei cessate il fuoco locali tra i patrioti di tutti gli schieramenti, senza ingerenze straniere.

Dopo sei anni, a che punto è la rivoluzione siriana?

Senza dubbio mezzo milioni di morti, il doppio dei feriti e dei mutilati, la metà della popolazione espulsa dalle sue case, sia sfollata in Siria che rifugiata all'estero... Il regime ha preferito distruggere il Paese piuttosto che perderlo, ed è pronto a riconquistarne le rovine. Per trovare un precedente a tale devastazione, bisogna risalire all'invasione della Siria da parte di Tamerlano nel 1400. Non ci sono né concessioni né compassione da attendersi dal regime. Assad ha messo l'opposizione di fronte a una sola alternativa: la rivoluzione o la morte.
La morte, ormai viene inflitta regolarmente dai jihadisti. Il regime ha contribuito molto all'emergenza e al consolidamento di Daesh, che ha combattuto molto poco prima del 2015. Fa anche dappertutto il gioco del vecchio braccio di Al-Qaida in Siria. Non potendo distruggere tutto, Assad jihadizza per seminare la morte nel campo rivoluzionario. La cosa più straordinaria, al culmine di sei anni di un tale rullo compressore, è che la dinamica rivoluzionaria perdura.

L'insurrezione cosiddetta “moderata” è sempre là, malgrado un sostegno esterno praticamente ridotto a zero. Questi gruppi sono nati in una logica di autodifesa e non hanno mai teorizzato la lotta armata. È la nobiltà della rivoluzione siriana, ma anche la sua debolezza, perché questi gruppi non hanno le capacità di proiezione di un esercito di liberazione costituito. Quanto agli oppositori civili, la guerra ne ha eliminati alcuni dei più appassionati, come Razan Zaitouneh (Giusta al Giardino di Milano, NdT) “sparita” dal 2013, la cui sorte alimenta le più gravi preoccupazioni. Ma, nello stesso tempo in Siria e nella diaspora, simili reti si perpetuano senza essere affiliate ad alcuna officina islamista, né ad alcuno Stato straniero. 
Nelle zone dove c'è ancora una forma di auto organizzazione sociale, il braccio di ferro continua tra i gruppi armati e i comitati civici. Se si vuole ridare uno spazio a questa “terza via” che non sia né jihadista, né quella di Assad, ci vuole una zona di sicurezza nella quale vi sia almeno un'area dove sia garantito il non-bombardamento. Ma il regime non vi è più interessato della Russia e la tendenza degli Stati Uniti, da Obama a Trump, è di cooperare con le milizie curde in accordo tacito o aperto con Damasco.

Chi detiene quindi il potere in Siria?

Ho avuto il privilegio in quanto diplomatico di frequentare tanto Hafez quanto Bashar al-Assad. Per comprendere questo regime, bisogna cessare di analizzarlo seguendo le categorie della ragione di Stato. Non c'è che una “ragione”: la ragione del regime. Tutto ciò che va bene per il suo mantenimento è considerato giusto. È lo “Stato di barbarie” descritto dal compianto Michel Seurat. Il terrore non è una deviazione, è al cuore del sistema.
Il genio di questo regime è di riuscire a far fare la sua guerra ad altri. Già nel 1982, i sovietici investirono massicciamente per compensare lo sbando dell'esercito siriano di fronte a Israele. Al giorno d'oggi, Assad è ancora arrivato a coinvolgere direttamente Putin al suo fianco: la sopravvivenza del regime e dei suoi paladini è diventata l'impegno corrente del loro padrino, ancora prima di essere il loro.
Putin e Assad condividono una stessa visione del mondo. Questi due uomini che vengono dai servizi segreti, due ereditieri ai comandi di un sistema mafioso. Putin ha compreso che poteva approfittare del disimpegno americano per affermare la propria presenza internazionale. È giunto a prendere in ostaggio l'ONU, a posizionare Mosca in prima linea nelle iniziative e Washington ad agire solo reattivamente. Ma oggi i russi sono così profondamente coinvolti che non si possono più ritirare, ma anzi sono obbligati a intensificare il loro coinvolgimento. Putin ha giocato a poker, ha ammassato delle vincite, ma Assad non lo lascerà abbandonare il tavolo.

Pensa che la Francia parteciperà all'operazione che si prepara a Raqqa?

Su questo argomento regna la più grande confusione. La Francia domanda dal 2015 un'operazione su Raqqa, perché è dentro questa culla di Daesh che sono stati pianificati i principali attentati contro il nostro Paese, ma solo una forza araba e sunnita può conquistarla e tenerla sotto controllo. Si tratta in effetti di una città araba e sunnita, a forte identità tribale e conservatrice. Ogni forza percepita come straniera sarebbe dunque rigettata. Per Parigi, è impensabile non partecipare alla battaglia di Raqqa. Ma con quali alleati sul terreno? Fino al presente, nessuno Stato all'eccezione della Francia ha tratto le conseguenze della designazione di Daesh come nemico prioritario.

L’elezione di Trump va a cambiare questo dato?

Per il momento, Trump parla e twitta come gli viene, ma di fatto prolunga la politica di Obama. Tra l'eredità del suo predecessore e le restrizioni che gli ha imposto Putin, il suo margine di manovra è limitato. Quindi gli Stati Uniti hanno perso il senso delle insurrezioni popolari. Non sostengono che i movimenti inquadrati da loro stessi, qualunque sia il loro carattere antidemocratico. Infine, con il suo «America first», Trump esibisce il suo disinteresse per gli affari del mondo, e dunque del Medio Oriente. Gli Stati Uniti si vietano di avere una politica coerente. Per uno storico è affascinante; per un cittadino, è terrificante: siamo di fronte a una potenza che si va a impelagare tutta sola nelle contraddizioni regionali perché rifiuta di avere una visione chiara di ciò che desidera.

Come vede il futuro della Siria?

Siamo in una fuga in avanti verso il baratro. E purtroppo questa dinamica si esaurirà prima che si possa invertire la marcia. Non si devono sottostimare le forze terribilmente agguerite di coloro che saranno sopravvissuti. Si sentiranno abbandonati da così tanto tempo che non crederanno di poter contare su altro che non siano loro stessi. Non dimentichiamo che una parte del nostro destino si gioca in Siria. E sono anche queste forze che, quando verrà il momento, ricostruiranno la Siria di domani.

19 aprile 2017

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