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Il terrorismo spiegato ai ragazzi

intervista a Cecilia Tosi

Non esiste un modo per rassicurare i giovani sul terrorismo, ma ciò che accade si può contestualizzare come fenomeno storico che, in quanto tale, ha un inizio e avrà - anche se ancora non possiamo dire quando - una fine. È questo l'obiettivo di Cecilia Tosi, giornalista, autrice de Il terrorismo spiegato ai ragazzi - edito da Imprimatur.

A metà tra un saggio e un romanzo, il libro si apre con gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015 e segue le storie di Ahmed e Omar. Questi due personaggi, un saudita e un algerino, hanno una particolarità: appartengono all’Isis, il primo, e ad Al Qaeda nel Maghreb, il secondo.

Alternando le storie di Ahmed e Omar a pagine più didascaliche, il libro affronta temi come la rivalità regionale tra Arabia Saudita e Iran, il conflitto palestinese, il contrasto tra sciiti e sunniti, la situazione in Libia, Afghanistan, Iraq, il ruolo di Osama bin Laden, di Hezbollah e delle donne nel contesto attuale.
È un libro che ha il pregio di semplificare eventi molto complessi, per offrire informazioni utili alla comprensione degli scenari attuali. Con l’aiuto anche di un glossario, Cecilia Tosi fa chiarezza su parole e categorie entrate nel nostro linguaggio quotidiano, che ogni giorno raggiungono i ragazzi attraverso giornali e televisioni.

Il libro cerca anche di spiegare, attraverso i pensieri dei protagonisti, i dubbi di chi si unisce ai fondamentalisti, le rivalità che esistono tra Isis e Al Qaeda, il ruolo delle donne in questi movimenti, il nodo dei finanziamenti e dei salari dei combattenti.

Ne abbiamo parlato con l’autrice, Cecilia Tosi.

Come nasce l’idea di un libro per spiegare il terrorismo ai più giovani?

Ho avuto l’idea in modo assolutamente casuale. Nei giorni successivi all’attentato di Parigi, mi è stato chiesto da diverse mamme - come me - come si potesse spiegare ai propri figli quello che era successo in Francia. Gli attentati hanno scosso tantissimo i ragazzi più giovani. Era infatti la prima volta che assistevano a un attacco del genere in Europa, in un Paese molto vicino al nostro.
Ho quindi pensato a un ragazzo che non ha vissuto tutto quello che è successo dall’11 settembre 2001, e mi sono chiesta come potesse capire non solo quello che stiamo vivendo, ma anche come siamo arrivati a questo punto. È molto importante fare chiarezza, spiegare quali sono i legami causa-effetto degli eventi che osserviamo quotidianamente.

Per farlo utilizzi un espediente narrativo molto interessante, ovvero inserisci due protagonisti, Ahmed e Omar, attraverso cui ripercorri gli eventi che hanno portato alla nascita del terrorismo. Qual è il valore aggiunto dell’avere un punto di vista “umano” per parlare di un fenomeno come il terrorismo?

Ci sono tanti aspetti positivi. Sicuramente questo aiuta nell’attirare l’attenzione dei più giovani - ma non solo -, perché le storie destano sempre una grande curiosità. Siamo in un periodo storico in cui le biografie, anche al cinema, funzionano molto perché il pubblico si incuriosisce della vita reale dei personaggi.
Per quanto riguarda i terroristi, oggi queste persone ci fanno così paura che evitiamo anche di descriverle, non ne parliamo mai come se fossero degli esseri umani. Capire tuttavia che il “nemico” non è astratto, ma è fatto di persone che per qualche motivo hanno scelto di fare cose orribili, ci fa comprendere non solo che siamo di fronte a conseguenze storiche di eventi che si sono verificati negli anni, ma anche che incentivare il dialogo può aiutare a migliorare le cose, a trovare una soluzione.

Per costruire questi personaggi ti sei basata su notizie e testimonianze di chi ha fatto parte di questi movimenti - spesso giovani provenienti da altri Paesi, i cosiddetti foreign fighters. Chi sono queste persone? Quale meccanismo le spinge ad abbandonare la loro vita e a scegliere di unirsi ai movimenti fondamentalisti?

Penso che ognuno lo faccia per motivi diversi, non c’è una grande spiegazione valida per tutti. Qualcuno individua tre categorie. In primo luogo i giovani che vivono in periferie disagiate, in condizioni di grande povertà economica e spirituale. Queste persone non si sentono accettate, percepiscono una mancanza totale di prospettive che le spinge ad avvicinarsi a un mondo in cui viene offerta la possibilità di diventare un eroe, un personaggio importante senza bisogno di caratteristiche particolari - se non il coraggio di unirsi a questa realtà alternativa.
Ci sono poi ci sono giovani abbastanza integrati nella loro società, che hanno un lavoro normale - come i terroristi dell’11 settembre - ma che non hanno comunque trovato la loro dimensione nella realtà in cui vivono. La loro famiglia è straniera, loro sono nati e cresciuti in un altro Paese ma sono a metà tra due culture e non hanno mai sentito totalmente propria né l’una né l’altra. Sentono quindi un grande vuoto indentitario, che a volte si riempie con teorie radicali, portando queste persone a sposare il terrorismo. 
Infine c’è chi ha problemi psichici o una grande rabbia nei confronti del mondo, e nel terrorismo vede il modo con cui poter sfogare questa violenza.

Hai avuto riscontri con i giovani per capire qual è la reazione del pubblico al tuo libro?

Sto cominciando ora, con l’inizio delle scuole, ad avere riscontri con i giovani. Quelli che sono venuti alle presentazioni del libro mi hanno detto che erano molto contenti di aver capito delle cose in più, ma il pubblico più soddisfatto per ora è stato quello dei genitori e degli insegnanti, che sono contenti di avere uno strumento per poter comprendere meglio l’attualità e spiegarla ai ragazzi.

Spesso infatti nelle scuole mancano gli strumenti per raccontare ai ragazzi quello che sta succedendo…

Oggi è complicato spiegare la storia contemporanea, perché più ci si avvicina alla storia attuale e più le problematiche diventano complesse e poco storicizzate. Spesso, per non parlare di queste vicende in modo partigiano, si evita proprio di affrontare gli argomenti. I ragazzi invece hanno bisogno di avere dagli insegnanti delle informazioni, vogliono vedere che i docenti hanno il polso della situazione. Sarebbe utile l’informazione e la formazione degli insegnanti sull’attualità, magari avendo anche l’invito da parte delle istituzioni ad affrontare questi temi. In Francia, ad esempio, dopo gli attentati gli insegnanti sono stati raggiunti da una circolare del Ministero che diceva cosa dire e cosa non dire a proposito di quello che era successo. Credo che ci sia bisogno di un piano nazionale per gli insegnanti, che fornisca gli strumenti per spiegare quello che succede oggi.

Ripercorrere gli eventi storici che hanno portato all’insorgere del fondamentalismo e del terrorismo può aiutare anche di fronte al fenomeno migratorio e alla crescente islamofobia?

Dall’11 settembre 2001 viviamo con dei pregiudizi nei confronti dell’Islam. Le persone continuano a non conoscere i principi della religione musulmana, di come viene vissuta, del perché in alcuni casi si radicalizza. Non si fa nemmeno differenza tra le varie correnti. Sapere che all’interno della religione musulmana ci sono principi, anche molto semplici, che non sono ostili nei confronti dell’altro, può sicuramente aiutare il dialogo.

Nel libro ci spieghi come il terrorismo, in quanto fenomeno storico, ha un inizio e delle cause molto concrete. Questo fenomeno avrà anche una fine?

Penso proprio di sì. È un fenomeno storico di manifestazione della violenza come gli altri che, purtroppo, si sono verificati nel secolo scorso. Penso alle due guerre mondiali, o al terrorismo politico: sono state stagioni lunghe e difficili, ma poi sono finite. Credo quindi che anche questo tipo di terrorismo avrà una fine. Non si tratta di un momento di follia collettiva, ma di un fenomeno storico che come tale dovrebbe raggiungere una conclusione. L’incertezza riguarda piuttosto i tempi di questa conclusione, che dipendono dal comportamento dei vari attori internazionali. Il terrorismo è fondamentalmente un gioco di potere, in cui la religione viene utilizzata da Paesi e movimenti che vogliono sovrastarne altri. Quando finirà questo scontro di potere, probabilmente diventerà anche molto meno evidente il fenomeno terroristico. 

Martina Landi, Redazione Gariwo

15 settembre 2016

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