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Il virus ci ricorda che quello che succede agli altri si ripercuote su di noi

Intervista a Carlotta Sami, portavoce UNHCR, a cura di Joshua Evangelista

Anche in tempi di telelavoro e impiego da casa, per i rifugiati non sembrano esserci soluzioni smart. Il COVID-19 aggrava ulteriormente le condizioni di milioni di persone già messe allo stremo da guerre, emergenze umanitarie e povertà. Garantire sicurezza sanitaria e condizioni dignitose per chi migra è una sfida nella sfida che troppi governi stanno ignorando. Eppure, come ha ribadito recentemente Harari, quello che succede agli altri - e quindi a Lesbo, Idlib, Tripoli così come tra i “dannati” delle nostre città - è strettamente connesso con il futuro di tutti noi. Ne abbiamo parlato con Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).

Che lezioni si porta a casa l’UNHCR dall’emergenza COVID-19? Ci sono good practices da adottare da governi e organizzazioni internazionali per poter tutelare i rifugiati?

Stiamo imparando che non si tratta solo di un test per i sistemi sanitari, ma di una emergenza che mette anche a dura prova la capacità delle comunità di lavorare insieme e di trovare accordi su obiettivi comuni. Se da una parte è evidente che sta mettendo allo stremo sistemi sanitari molto avanzati, tra cui quello italiano, va detto che ci sono anche effetti sociali molto profondi.

Ad esempio?

L'impatto sulle fasce di popolazione che non hanno accesso alla digitalizzazione, che non hanno computer in casa. Pensiamo alla didattica: si parla tanto di scuola online, ma senza accesso a internet si è vulnerabili. Per non parlare del diritto ad avere una casa, un problema che riguarda anche tanti italiani. Sono aspetti presenti in tutti i paesi del mondo, che stanno avendo un impatto su tutti i tipi di società.

Dal punto di vista dei rifugiati?

È chiaro che questo è il momento peggiore per fare discriminazioni, per dire “prima noi e poi loro”. Solo con misure condivise disponibili per tutti possiamo proteggere ciascuna persona. Oggi (lunedì 6 aprile, ndr) ho letto una notizia molto preoccupante accaduta vicino a Roma. Era necessario il trasferimento di un piccolo gruppo di richiedenti asilo perché nel centro in cui si trovavano si era verificato un caso di coronavirus. Quindi giustamente si era deciso di trasferirli, in modo da garantire la tutela di tutti, non solo la loro. Ebbene, in questa cittadina sono state fatte barricate contro queste persone, costringendo la prefettura ad annullare il trasferimento.

Un accadimento preoccupante.

Molto, che tuttavia fa capire che si continua a pensare che si può persistere nelle discriminazioni. Non si capisce che le minacce riguardano tutti e per superarle occorre mettere tutte le persone sullo stesso piano. Togliere diritti a qualcuno fa venire meno i diritti di tutti. Speriamo che questa emergenza possa radicare a livello mondiale questo convincimento. Purtroppo ci sono avvisaglie che fanno pensare l’esatto contrario.

Eppure delle misure per mettere tutte le persone sullo stesso piano ci sarebbero. Senza andare troppo lontano, mi viene in mente il Portogallo: per assicurare assistenza sanitaria e servizi pubblici alle fasce fragili della popolazione, il governo ha deciso di concedere a immigrati e richiedenti asilo con permesso di soggiorno pendente, gli stessi diritti dei residenti, almeno fino all'1 luglio.

Una misura ottima. Garantisce la tutela di tutta la comunità. Non ci saranno persone costrette a nascondersi e quindi a non usufruire del sistema sanitario, così da mettere a repentaglio la salute di tutti.

L’emergenza COVID-19 sembra aver riportato in auge il ruolo del volontariato, delle organizzazioni non governative e più in generale dell’associazionismo.

Guardando in questi i giorni i social o consultando i quotidiani sembra cha la parola “buonista” sia scomparsa. Sembra che essere buoni e solidali sia qualcosa di cui nuovamente andare orgogliosi. Abbiamo visto come le tanto vituperate associazioni non governative possono essere utili perché, come del resto hanno sempre fatto, possono mettere a disposizione di tutti le proprie competenze in ambito sanitario. Ma non solo, abbiamo visto anche migranti e rifugiati che si adoperano per aiutare come possono, a volte rimettendoci persino la pelle. Sono cose di cui non dobbiamo dimenticarci.

Ce lo ricorderemo quando l’emergenza finirà?

Ci sarà da portare le prove, affinché non ci si dimentichi mai. La speranza è che si guardi agli attori della cooperazione in maniera meno propagandistica. Del resto, in questi momenti c’è meno voglia di guardare alla propaganda; si è più interessati a chi pragmaticamente vuole aiutare tutte le persone in difficoltà.

Spostiamoci dall’altra sponda del Mediterraneo, in Libia. In una nota l’UNHCR ha detto di essere molto preoccupata perché a un anno dell’operazione militare condotta da Haftar contro Tripoli migliaia di persone sono sfollate, mentre sono stati comunicati i primi decessi da coronavirus. In una regione dove i servizi sanitari sono estremamente indeboliti.

La Libia è l’evidenza che il virus non abbia fermato la guerra. L’importantissimo appello di Guterres a un cessate il fuoco globale evidentemente non è stato ascoltato, dato che negli ultimi giorni gli scontri si sono intensificati. Noi abbiamo fatto più appelli affinché le parti in conflitto sospendano i combattimenti, così da poter essere in grado di portare aiuto alle persone che ne necessitano. Ci sono migranti, rifugiati, ma anche tanti libici, che sono diventati irraggiungibili a causa della guerra. In Libia le persone sono esposte sia al virus che ai combattimenti, una emergenza nella emergenza dato che già si viveva una condizione terribile.

Cosa succede oggi nelle famigerate prigioni libiche?

In questo momento nei centri di detenzione ci sono molte meno persone rispetto ad alcuni mesi fa, probabilmente non più di 1500. Chi gestisce i centri ha liberato molte persone nelle scorse settimane, per la paura dei contagi.

Come funziona il lavoro dell’UNHCR in Libia?

Quello che stiamo facendo con i nostri partner, tra cui CESVI di Bergamo, è prima di tutto trovare per queste persone delle sistemazioni, appartamenti dove possano trovare un minimo di sicurezza. Abbiamo riaperto i centri diurni per dare alle famiglie piccole somme di denaro con cui possono pagare cibo, locazioni e affitti. Per quanto riguarda le evacuazioni, sono sospese. Ufficialmente i porti libici sono chiusi e a causa del COVID-19 abbiamo sospeso i corridoi umanitari in tutto il mondo. Continuiamo a registrare le persone anche se a distanza, quindi con lentezza, in un contesto dove già prima era molto difficile. Il nostro staff è lì: abbiamo colleghi, soprattutto i locali, che vivono in condizioni molto complicate a causa del conflitto. Per quanto riguarda lo staff internazionale, al momento è composto da cinque persone che lavorano nel compound di Tripoli.

Intanto, in sordina a causa della pandemia, siamo stati costretti a celebrare il nono anno di guerra in Siria. Quali novità da Idlib?

Il lavoro in Siria è cambiato, come ovunque. Abbiamo messo in piedi dei piani specifici per far fronte alla minaccia del COVID-19. La prima regola è quella di dare alle persone la possibilità di lavarsi le mani con il sapone, esercitare quanto possibile il distanziamento sociale e informare in tutte le lingue i rischi legati al COVID-19. Parliamo di persone estremamente provate. A Idlib e nel nord della Siria abbiamo circa un milione di sfollati, i bambini soffrono per l’estrema malnutrizione. Inoltre è giusto ricordare che in questi anni di guerra le strutture sanitarie sono state quelle colpite maggiormente dalle parti in conflitto. La situazione è devastante.

Un’altra situazione esplosiva è quella di Lesbo.

La situazione greca è esplosiva da mesi se non anni. È una situazione estremamente critica, in cui c’è un solo rubinetto a disposizione per centinaia di persone. Noi ci siamo messi a disposizione del governo per prendere misure drastiche e spostare ventimila persone sulla terra ferma. Ci aspettiamo che il governo prenda provvedimenti per la sanificazione dell’area, per permettere di vivere in condizioni più dignitose. Ma l’unica vera soluzione è il trasferimento di tutti sulla terra ferma.

Sarebbe fattibile?

Sì, si potrebbero ospitare le famiglie su tutto il territorio, in appartamenti. Potremmo aiutare le famiglie con piccole somme e riportare una sorta di normalità. Questo potrebbe accadere solo sulla terra ferma, non a Lesbo.

Joshua Evangelista

8 aprile 2020

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