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Intervista a Tadeusz Konopka, tra i fondatori Solidarnosc di Cracovia

a trent'anni dalla caduta del Muro di Berlino

Nowa Huta, Cracovia

Nowa Huta, Cracovia

Proponiamo di seguito l'intervista di Annalia Gugliemi a Tadeusz Konopka, tra i fondatori di Solidarnosc di Cracovia, dopo il 1981 rappresentante di Solidarnosc presso i sindacati italiani sulla situazione in Polonia. 

Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, come ricordi quel momento?

Il crollo di ogni muro è per tanti di noi polacchi il segno della libertà riconquistata. Negli anni ottanta abbiamo espresso mille volte questa speranza cantando la canzone di protesta del cantautore Jacek Kaczmarski (scritta sulla base del canto dell’autore catalano Lluis Llach): “i muri cadranno / e seppelliranno il vecchio mondo”. La caduta del muro di Berlino chiudeva in modo simbolico il periodo postbellico della divisione dell’Europa in due zone: quella comunista e quella del mondo libero. Per noi polacchi fu una grande ed inaspettata gioia, perché si apriva la strada verso i cambiamenti in tutto vecchio continente. E tutto ciò avveniva anche grazie alla svolta democratica in Polonia iniziata con la Tavola Rotonda nella primavera del 1989. Vale la pena ricordare che, mentre a Berlino cadeva il muro (il 9 novembre del 1989), il cancelliere tedesco Helmut Kohl era a Varsavia, ospite del primo premier non comunista polacco Tadeusz Mazowiecki. La visita venne interrotta per due giorni perché Kohl dovette recatsi a Berlino. In seguito, i due statisti si incontrarono a Krzyzowa (sud-ovest di Polonia) e l’abbraccio fraterno fra di loro durante una messa ci è rimasto nella memoria come l’inizio di una nuova tappa nei rapporti tra i nostri Paesi.

E le elezioni del 4 giugno 1989 in Polonia?

È senza dubbio la data più importante nella storia polacca moderna. Da noi si festeggia come il Giorno della libertà e dei diritti civili. Il 4 giugno 1989 segna la nostra “caduta del muro” ovvero la fine della “dittatura del proletariato” del partito comunista. Le elezioni svoltesi in quel giorno furono il frutto del dialogo fra i rappresentanti del potere e l’opposizione di Solidarnosc intorno alla “Tavola rotonda”. Per il Senato il voto era libero, mentre per il Palamento il 65% di 460 seggi erano riservati ai rappresentanti del potere. I sostenitori di Lech Walesa al Senato hanno preso 99 seggi su 100 e il 35% dei seggi in Parlamento. La vittoria di Soldarnosc fu possibile perché ognuno fece la sua parte. Da esule politico in Italia, dove mi trovavo dal 1982, mi impegnai anche io, insieme a un gruppo di amici, nella campagna elettorale. Con il sostegno degli sindacalisti italiani stampammo volantini e altri materiali che invitavano a votare Solidarnosc. Un nostro amico convinse perfino una delle cooperative rosse di Mantova a stampare un manifesto elettorale per la Polonia di Walesa (con Gary Cooper nel film “Mezzogiorno del fuoco” che aveva fra le mani un volantino di Solidarnosc), che poi divenne un’immagine simbolo. Dopo quella data, finalmente potei tornare senza i rischi nel mio Paese. Fu una emozione indimenticabile!

Le speranze di allora hanno trovato una risposta?

Rientrando in Polonia ho trovato un grande entusiasmo ma anche una povertà molto diffusa. L’economia dello Stato era in ginocchio. Fra i primi compiti del nuovo governo c’era quello di negoziare con le banche occidentali le modalità di pagamento dei debiti accumulati nel passato. Presto iniziò la cosiddetta terapia choc del ministro delle finanze Leszek Balcerowicz, per ridurre l’altissima inflazione e introdurre l’economia del mercato. “Non ci lamentiamo, cosi diamo una mano al governo” – mi diceva allora un’anziana zia nel dover affrontare le difficoltà della vita quotidiana. Molti responsabili di questa situazione si sono riciclati senza problemi. A volte gli ex membri della nomenklatura sono diventati proprietari delle imprese statali. Ma molti non sono riusciti ad adattarsi alla libera concorrenza e ne sono diventati “vittime”, non sufficientemente sostenuti dallo Stato. Penso per esempio ai lavoratori agricoli impiegati dai PGR, la versione polacca dei kolchoz sovietici. Il bilancio complessivo dei cambiamenti è però incredibilmente positivo. La Polonia non ha mai vissuto anni così felici, come quelli iniziati nel 1989, dall’anno in cui ritrovò la propria indipendenza nel 1918. Dieci anni dopo (nel 1999) la Polonia è stata accolta nel Patto Atlantico, 15 anni dopo (nel 2004) ha aderito all’Unione Europea.

Oggi in Polonia continuano a vincere forze politiche populiste e di destra, a che cosa è dovuto questo fenomeno, in un Paese che ha lottato contro l’egemonia del partito comunista?

Sì, nelle elezioni politiche dell’ottobre scorso è stato riconfermato per altri quattro anni il governo del partito populista “Diritto e giustizia” (PiS) di Jaroslaw Kaczynski che ha conservato la maggioranza assoluta in Parlamento, ma ha perso il controllo sul Senato. Il PiS ha vinto grazie all’appoggio di 8 milioni di elettori mentre, insieme, i tre partiti di opposizione erano sostenuti da quasi 9 milioni di persone. Nel 2015 il PiS ha preso il potere perché ha offerto un bonus di 125 euro circa per ogni secondo figlio, dalla nascita fino ai 18 anni. (Di seguito il bonus è stato dato anche al primo figlio). Kaczynski ha inoltre promesso di difendere la nazione dall’invasione degli immigrati, che sono stati presentati come “minaccia” alla salute, all’identità culturale e all’omogeneità dei polacchi. Ha cosi toccato alcuni tasti molto sensibili, soprattutto per la gente meno colta e più chiusa delle zone periferiche del Paese e delle piccole città. Nella campagna di quest’anno le agevolazioni economiche sono state allargate ai giovani, agli anziani, agli imprenditori (mettendo al rischio l’equilibrio della legge finanziaria) mentre come minaccia per le famiglie è stata individuata “l’ideologia lgbt”. Inoltre, viene alimentato sempre di più lo spirito nazionalista. “La legge è importante ma il bene della nazione sta sopra la legge” ha detto in Parlamento nel novembre 2015 Kornel Morawiecki, già leader di “Solidarnosc Combattente”, che operando in clandestinità negli anni ottanta voleva sconfiggere il comunismo in modo violento ed era contro la Tavola Rotonda. La sua affermazione spiega bene le riforme introdotte dal PiS che hanno violato l’intoccabile autonomia dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) per sottometterli al controllo dell’unico potere politico.

Possiamo parlare di una nuova forma di totalitarismo “democratico”?

Piuttosto parlerei di nuovo autoritarismo populista: un sistema politico in cui la democrazia diventa di facciata, mentre il potere sta nelle mani di una sola persona che non ha nessuna responsabilità istituzionale oltre quella del partito, ma attraverso i suoi seguaci controlla i diversi aspetti della vita pubblica ed economica. E per garantirsi l’appoggio degli elettori segue le regole del populismo: accontentare il popolo, suscitare angosce, indicare delle minacce e promettere difesa e protezione. Un sistema in cui le libertà personali sono sostenute dalla Costituzione ma la Legge suprema non sempre è rigorosamente seguita.

La Chiesa polacca ha avuto un grande ruolo durante tutto il periodo comunista. Oggi qual è la situazione della Chiesa e come vengono usati i simboli religiosi?

Nel periodo comunista la Chiesta polacca era molto seguita anche perché si era impegnata nella difesa dei diritti umani di credenti e non credenti. Era vista come un punto di riferimento da tutto il popolo. Nel 1989 i rappresentanti della Chiesa, forti dell’appoggio di Giovanni Paolo II, erano presenti alla Tavola Rotonda. A distanza di 30 anni abbiamo a che fare con una Chiesa che preferisce non ricordare questo “patrocinio” al dialogo. L’episcopato polacco (anche se ci sono delle eccezioni) non nasconde la sua simpatia e il suo appoggio al partito al governo che si presenta come unico difensore delle virtù cristiane. Non mancano i politici che prendono la parola dal pulpito delle chiese, non mancano i prelati invitati per benedire le nuove strade, uffici e luoghi di lavoro. Dopo la sciagura di Smolensk del 10 aprile 2010, che costò la vita del presidente Lech Kaczynski e di altre 95 persone, le messe e le marce organizzate ogni mese in onore delle vittime, sempre accompagnate da preghiere e canti religiosi, sono diventate delle vere manifestazioni dei seguaci del PiS durante le quali tutt’ora viene seminato odio verso gli avversari politici. Né il vescovo di Varsavia, né tanto meno quello di Cracovia (dove nella cripta della cattedrale accanto ai re polacchi sono stati seppelliti il presidente morto e sua moglie) non si sono mai pronunciati su questa specifica espressione della fede chiamata anche “religione del dolore” che in fondo serve per unire l’elettorato del PiS. I vescovi sostengono che il popolo polacco abbia una missione in Europa: quella di opporsi ai processi di secolarizzazione. Premono sui politici affinché in Polonia il rispetto per la vita (contro l’aborto e i metodi in vitro) sia garantito da una legge più restrittiva di quella approvata nel 1993 a seguito di un compromesso fra i gruppi parlamentari di diverse opzioni.

Mi sembra di vedere un sentimento diffuso di disprezzo verso tutto ciò che non è polacco, mi sbaglio?

Il veleno del nazionalismo si diffonde anche in Polonia. In un manifesto apparso a Danzica l’anno scorso nel museo della Seconda guerra mondiale leggiamo: “Essere polacco è un orgoglio; il mondo sarebbe migliore se gli uomini degli altri Paesi assomigliassero di più ai polacchi”. Credo che questo slogan esprima bene l’attuale posizione del governo. Chi la pensa diversamente rischia come minimo di essere etichettato come “cosmopolita”.

Ho anche l’impressione che si stia cercando di riscrivere la storia degli ultimi decenni.

È proprio così, la storia deve dimostrare come il popolo polacco sia un popolo impavido. Il caso più clamoroso è quello di Lech Walesa. Il fondatore e primo presidente di Solidarnosc, premio Nobel per la pace del 1983 ed ex capo di Stato, è oggi il polacco più conosciuto al mondo come simbolo della caduta del comunismo, tranne che nel proprio Paese; dove le autorità un paio di anni fa lo hanno accusato di essere stato per un breve periodo negli anni settanta, quando era un giovane operaio dei cantieri navali di Danzica, troppo debole nei confronti dei potenti servizi segreti di allora. Nel 2018 il presidente Andrzej Duda, parlando a Danzica in occasione dell’anniversario degli accordi dell’agosto 1980, ha ribadito che Solidarnosc “grazie all’eroismo e alla tenacia dei polacchi” ha “salvato l’Europa”, ma non ha nemmeno menzionato il nome di Walesa. In occasione del trentesimo anniversario della Tavola Rotonda, il professor Andrzej Zybertowicz, l’esperto del presidente Duda, ha dichiarato che si è trattato di “un patto fra i comunisti che hanno diviso il loro potere con i propri agenti segreti”.

Quali sono le norme legislative più gravi assunte dal governo per colpire o ridurre la vita democratica?

La maggior parte riguarda la magistratura. Dopo le elezioni del 25 ottobre 2015 vinte dal PiS, dal 4 marzo 2016 il ministro della giustizia è diventato di nuovo il procuratore generale (le due cariche erano separate fra 2010 e 2016). Nel dicembre 2015 è entrata in vigore una nuova legge che ha ridotto l’autonomia e il ruolo della Corte costituzionale. Nel luglio 2017 il Parlamento ha votato una nuova legge sulla Corte suprema, seguita da una controproposta del presidente che poi è entrata in vigore nell’aprile 2018. La gente è scesa in piazza, più volte in molte città polacche, per protestare contro questa legge; l’Unione europea l’ha giudicata una grave minaccia per l’autonomia del potere giudiziario polacco, che viene sottomesso al controllo dei politici. Lo stesso riguarda la legge sul Consiglio supremo della magistratura, sempre del luglio 2017, definita dalla Commissione di Venezia (l’organo consultivo del Consiglio d’Europa) anticostituzionale, perché impone il controllo del partito al governo e del capo dello Stato su questo organo. I magistrati che si oppongono a queste riforme vengono sanzionati dal ministero della giustizia sia in modo formale: sospensioni dagli incarichi, trasferimenti, sia attraverso l’incitamento all’odio contro di loro sui social media gestiti, come è stato scoperto di recente, da un alto funzionario del ministero.

C’è una nuova “dissidenza” e se sì che forme assume?

Non mancano gli oppositori all’attuale regime politico in Polonia ma non li chiamerei dissidenti, riservando questa parola a coloro che nel passato lottavano contro il totalitarismo. Finché rimangono spazi di libertà bisogna riempirli, cioè esprimere la propria opinione senza scendere in clandestinità. Negli ultimi anni sono cresciute in Polonia diverse forme di espressioni della società civile, associazioni, comitati, fondazioni, gruppi di comune impegno. I social media sono di grande aiuto, rendono impensabile la censura di Stato di una volta, ma nascondono altri pericoli, come quello delle fake news. La gente più facilmente scende in strada. Anche domenica primo dicembre sotto la sede del Ministero della Giustizia (Il Ministro della Giustizia riveste anche la carica di procuratore generale) a Varsavia, e in oltre 100 città del Paese, si sono svolte delle manifestazione di solidarietà ai giudici penalizzati per aver tentato di eseguire la recente sentenza della Corte europea di giustizia in difesa dell’autonomia della magistratura in Polonia. I giovani invece hanno manifestato in difesa del clima. “Da queste ‘isole del bene’ uscirà alla fine l’energia per i cambiamenti” ha detto di recente padre Adam Boniecki, una delle persone più autorevoli nella Polonia di oggi. Condivido con lui questa speranza. In primo luogo, in questa fase, bisogna difendere il diritto alla libera espressione.

a cura di Annalia Guglielmi, collaboratrice di Gariwo ed esperta di Europa dell'Est

16 dicembre 2019

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