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Islam: l'Europa dia voce ai riformatori

Intervista a Shahrzad Houshmand Zadeh

Il Corano riletto dalle donne

Il Corano riletto dalle donne www.missionline.org

Il fondamentalismo va combattuto con una lettura riformata della religiosità islamica, che i grandi pensatori musulmani hanno avviato da tempo in Iran, Egitto, Tunisia, Malesia e altri paesi, perché ogni società ha bisogno di riforme. E l’Europa, che chiede alla comunità musulmana di dissociarsi dal terrorismo, deve dare voce a questi rinnovatori, se vuole davvero sconfiggere gli estremisti. 

Lo dice in questa intervista Shahrzad Houshmand Zadeh, teologa iraniana, docente di Studi islamici alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, da tempo impegnata nel dialogo islamo-cristiano. Dopo gli studi di teologia islamica a Qom e Tehran, si è trasferita in Italia dove si è diplomata in Teologia cattolica alla Facoltà di Teologia di Reggio Calabria e in Teologia fondamentale alla pontificia università lateranense. E' co-fondatrice e presidente dell'associazione "Donne per la dignità", co-presidente dell'associazione internazionale "Religioni per la pace" e dal 2005 collabora con il "Cipax, Centro interconfessionale per la pace" di Roma.

Gli attacchi a Parigi, Beirut, Bamako sono stati compiuti invocando “Allah Akbar“ come un grido di guerra, e nella rivendicazione degli attentati nella capitale francese i terroristi hanno citato un versetto del Corano. Come può un testo religioso essere usato per giustificare la violenza?

Il Corano stesso dice che il testo religioso deve essere letto e meditato e la storia insegna che tutti i testi sacri sono stati a volte interpretati per il bene dell’umanità, a volte per ottenere il potere temporale. Come la Bibbia e altri testi sacri anche il Corano, oltre a portare una parola di speranza, riflette la realtà vissuta dall’uomo. Il Corano stesso parla di versetti “solidi” (muḥkamât) precisi e chiari, perché non si prestano a dubbi sul loro significato, e versetti “ambigui” (mutašâbihâ) che possono essere diversamente interpretati, e afferma che “chi ha il cuore malato può interpretare male questi ultimi”. Dio, che purtroppo vediamo oggi invocato da chi uccide, nel Corano viene indicato con tre nomi, che non sono gli unici, perché secondo la tradizione islamica sono 99 i nomi di Dio. I tre più importanti e ripetuti all’inizio di 113 su 114 capitoli del testo sacro sono Allah, che letteralmente significa Dio ed è usato anche nella liturgia dei cristiani arabi, e Ar-Rahman e Ar-Rahim che hanno la stessa radice rahm, che significa compassione, misericordia. Perché quindi è stato usato il termine Allah in quegli attacchi? Come diceva Gandhi: chi non è in pace con se stesso è in guerra con l’intero mondo, non è il primo caso né l’ultimo nella storia che un gruppo di uomini, in nome di una ideologia o filosofia o semplicemente per conquistare il potere, abusano di un nome sacro. Purtroppo abbiano assistito a grandi violenze attuate anche in nome dell’ateismo assoluto.

Può spiegare il significato originario che nell’Islam hanno le parole “shari’ah” e “jihad”, spesso evocate dai terroristi nelle loro azioni?

Shari’ah” viene dalla radice “sh.r.' ” che vuol dire “via, strada”: nella tradizione coranica la vita terrena dell’uomo non è distinta da quella spirituale e l’uomo deve tendere verso il Bene, il Bello, il Sacro, trasformando l’esistenza terrena in una vita celeste. I teologi e i giuristi musulmani traggono indicazioni dai versetti del Corano e dalla tradizione. Ci sono almeno cinque scuole giuridiche, quattro sunnite e una sciita, che danno indicazioni rispetto ai comportamenti etici del musulmano praticante, per esempio le cinque pratiche cardinali dell’Islam: preghiera, digiuno, pellegrinaggio, elemosina e testimonianza. Poi ci sono norme per il diritto di famiglia e dell’infanzia, per la relazione tra genitori e figli, tra uomo e donna ecc.. una religione dovrebbe poter rispondere alle domande anche di vita quotidiana. E i giuristi sono sempre in cerca di nuove risposte a nuovi fenomeni sociali. Questa è la “shari’ah”.
La seconda parola, “jihad”, viene dalla radice “j h d”, cioè “sforzo” che l’uomo deve fare durante tutta la vita perché, avendo avuto la libertà di scegliere, deve tendere al Bene invece che al Male. Il Corano e la tradizione islamica sollecitano a fare questo sforzo per il bene degli altri, ecco il senso originario di “jihad”. Nel versetto 75 del Capitolo 4 (“Le Donne”) si invita a “combattere” per Dio e per gli esseri umani deboli contro l’oppressione, per il bene comune della società. Nel Capitolo 2 (“La Giovenca”) il versetto 278 condanna l’usura: “O voi che credete, temete Dio e rinunciate ai profitti dell'usura se siete credenti”, e il versetto seguente prosegue: “Se non lo farete avete voi dichiarato guerra contro Dio e contro il Suo Messaggero; se vi pentirete, conserverete il vostro patrimonio”. Non si dovrebbe consentire l'ingiustizia e rimanere in silenzio. Ricordo che Martin Luther King diceva “non ho paura di ciò che fanno gli ingiusti, ma del silenzio dei giusti", anche il Corano dice di non rimanere in silenzio di fronte alle ingiustizie e chiede di intervenire. Nel Capitolo 47 il versetto 4, uno dei più duri del Corano, spesso citato dagli estremisti, fa riferimento alla persecuzione dei seguaci di Maometto e invita a fare parte della difesa: “non abbiate paura, dovete combattere. Quando vi scontrate con gli infedeli, colpiteli sul collo affinché cadano sfibrati e allora legateli strettamente”. Poi però aggiunge: “dopo questo, o la grazia o il riscatto”. Non si può stare a guardare chi fa male agli altri, come i terroristi che entrano a Parigi e uccidono, o coloro che uccidono i civili in Libia, Afghanistan, Siria, Sudan, Nigeria, Centrafrica o dovunque nel mondo. In queste situazioni secondo il Corano si dovrebbe intervenire, fermarli e legarli e poi, o la grazia o un riscatto. E questo versetto descrive la finalità del combattimento: “affinché la guerra deponga suoi carichi”. Quindi “jihad, harb (guerra)” e tutte le altre forme di combattimento non devono mirare al potere, al petrolio o ai minerali preziosi, ma se si va in guerra è affinché la guerra smetta di esistere, questo è il linguaggio del Corano. Ma purtroppo qualcuno ne prende una prima parte e non legge la seconda, questo succede non solo per il Corano, ma per tutti i testi sacri.

Vuole dire che gli stessi musulmani non devono rimanere inerti di fronte alla violenza, ma reagire, con manifestazioni pubbliche, dissociandosi da chi compie le violenze?

Questo dovrebbero farlo senz’altro, non solo testimoniare, ma essere attivi nella costruzione di una vita sociale giusta. D’altra parte non mi sembra però molto logico chiedere che, se un piccolo gruppo compie un attentato, un miliardo e 700 milioni di musulmani abbiano il dovere di alzarsi e dire “loro non sono come noi, non sono dei veri musulmani”. Non succede così per i cristiani, se un gruppo terroristico in un paese cristiano fa un attacco, quando mai viene detto a tutti i cristiani del mondo di dissociarsi? È una richiesta molto dura, ciò nonostante in molte città europee i musulmani lo hanno fatto. Ma i media europei non danno grande evidenza né voce a questo. Eppure i grandi pensatori musulmani lo stanno scrivendo da tempo. Per esempio studiosi Iraniani hanno prodotto migliaia di pagine di una lettura riformata della religiosità islamica e in Egitto, Tunisia, Malesia, Indonesia, Pakistan sono presenti da tempo i rinnovatori del pensiero islamico. Perché ogni società, ogni lettura, ha bisogno di riforme. E l’Europa può essere di grande aiuto per questo nuovo cammino della società islamica.

Quindi pluralismo religioso e culturale, rispetto dei diritti umani e delle minoranze, parità dei generi e riconoscimento dei diritto delle donne sono compatibili con l’Islam. Ci sono iniziative per fare conoscere ai non musulmani questa realtà e aiutare a superare le diffidenze verso l’Islam?

I credenti di varie confessioni religiose per secoli hanno vissuto uno accanto all’altro nei paesi a maggioranza musulmana, dove sinagoghe e chiese cristiane e moschee erano in strade vicine tra loro. Il fondamentalismo si è manifestato negli ultimi trent’anni. Dobbiamo chiederci come mai in Afghanistan le statue di Buddha sono sopravvissute per 1400 anni anche con la presenza dei musulmani (e poi sono state demolita dai talebani, NdR.) e lo stesso per i mausolei islamici, distrutti dal cosiddetto ISIS. E vorrei chiedere di evitare il termine “Stato Islamico”: questo gruppo terroristico da chi è stato riconosciuto come “Stato”? Eppure tutti lo chiamano così e questo offende il miliardo dei musulmani, perché è un gruppo terroristico purtroppo nutrito anche dalle armi costruite in Europa e che uccide fondamentalmente i musulmani.

Il rinnovamento dell’Islam può portare a una diversa condizione della donna in Arabia Saudita e Iran?

Le donne saudite sono quasi un centesimo della popolazione mondiale, ma purtroppo i media europei accendono i riflettori solo su loro. Guardiamo ai tre maggiori paesi a maggioranza musulmana: Indonesia, Pakistan e Bangla Desh. L’Indonesia, il più popoloso, ha come Presidente della Repubblica una donna, e Pakistan e Bangla Desh per varie volte hanno avuto come primo ministro una donna. Allora non dobbiamo parlare solo dell’Arabia Saudita, che non ha né una costituzione né un parlamento e dove la situazione dei diritti democratici è carente per tutti, non solo per le donne.
In Iran da oltre trent’anni c’è una nuova costituzione che ha inserito una certa lettura della “shari’ah” all’interno dell’ordinamento statale. Si può essere d’accordo o no, ma ci sono grandi movimenti intellettuali che stanno producendo nuove risposte. In Iran a volte si ritiene che il modello della donna europea non sia perfetto, perché dicono che la donna europea avrà raggiunto una certa libertà ma non una vera realizzazione dell’essere femminile, perché questo non si manifesta solo con le espressioni del corpo e della bellezza fisica. Le donne iraniane a volte scelgono volontariamente un certo abbigliamento anche come protesta nei confronti dell’uso esasperato del corpo femminile praticato in Europa.

di Viviana Vestrucci

15 dicembre 2015

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La storia

Amina Wadud

docente di studi islamici presso il Dipartimento di filosofia e studi religiosi dell'Università americana della Virginia