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Javier Cercas, la crisi della democrazia e il ruolo della letteratura


di Oscar Buonamano

L’invasione russa in Ucraina pone i cittadini europei, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, in una nuova e tragica condizione e i cittadini del mondo intero di fronte ad un vero e proprio dilemma. Il dilemma, che riguarda in ogni caso anche noi europei, è la crisi della democrazia, che si accentua e disvela ancor di più in tutta la sua gravità in quest’ultimo, cruento, episodio bellico. Occorre mente lucida e capacità politica di analizzare i fatti per poter trovare le chiavi di lettura di ciò che sta accadendo e per questa ragione, mai come in questo momento, abbiamo bisogno della voce autorevole degli intellettuali, la quale può aiutarci a comprendere meglio e in maniera più profonda la vera natura del conflitto in atto in Europa.

Squilibri, Festival delle Narrazioni (si è svolto a Francavilla al Mare nel mese di giugno) è stata l’occasione per intervistare, proprio in merito a questo tema, Javier Cercas, romanziere e intellettuale spagnolo che ha dedicato diverse riflessioni a questa materia. Alcune di queste sono contenute nel suo ultimo libro "Colpi alla cieca", pubblicato in Italia da Guanda. La necessità di approfondire la questione mi è venuta in seguito alla presentazione pubblica del suo ultimo libro (con me e Cercas vi era anche lo scrittore Bruno Arpaia): un dialogo serrato sui temi della contemporaneità e della letteratura, che ha avuto il suo punto più alto proprio nella discussione, molto articolata, sul valore della democrazia. A questo tema e a tutto ciò che gli gira intorno, lo scrittore nativo di Ibahernando - centro spagnolo della provincia di Cáceres, in Estremadura - vincitore del Premio Planeta con il romanzo Terra Alta (il premio letterario spagnolo è il secondo premio letterario più cospicuo dopo il Premio Nobel), ha dedicato una parte significativa dei suoi interventi, conferenze, discorsi pubblici, articoli per giornali, che ha tenuto in diversi parti del mondo.

Il dialogo con lo scrittore spagnolo, che si autodefinisce un europeista estremista, prende le mosse dal significato della guerra in Ucraina.

«Come tutte le guerre, quella dell’Ucraina si può interpretare in molti modi. Il più evidente: si tratta di una guerra esistenziale per la Russia, che dopo la caduta dell’Unione Sovietica deve decidere cosa vuole essere, se vuole essere un impero, come, a quanto pare, pretende Putin - questa è prima di tutto una guerra imperialista -, se vuole far parte dell’Europa o cos’è che vuole davvero. Ma questa guerra può essere interpretata anche come il primo confronto bellico su larga scala tra nazionalpopulismo e democrazia, le due grandi forze che sembrano contendersi il mondo in questo momento, dopo la crisi del 2008. Quella crisi ha provocato cambiamenti di prim’ordine. Siamo tutti d’accordo sul fatto che, per la sua profondità e le sue dimensioni, può essere paragonata soltanto alla crisi del 1929, che, come quella del 2008, è stata prima economica e poi ha finito per diventare politica. Ora, la crisi del 1929 è stata un terremoto di un tale calibro da provocare in tutto l’Occidente l’ascesa al potere o il consolidamento del fascismo, prima, e infine la Seconda guerra mondiale, che è stata lo sbocco finale di quella crisi, la terribile maniera che ha avuto di risolversi. La storia non si ripete mai esattamente, ma si ripete sempre con maschere diverse: la crisi del 2008 non ha provocato il ritorno del fascismo o dei totalitarismi - come alcuni pensano - ma certamente l’ascesa al potere o il consolidamento del nazionalpopulismo, che non è fascismo - insisto - ma ha alcuni tratti evidenti del fascismo, il più evidente dei quali è ovviamente il nazionalismo. Questo nazionalpopulismo ha caratteri e sfumature proprie in ogni paese, come li aveva il fascismo: così come non erano la stessa cosa il nazismo tedesco, il fascismo italiano o il falangismo spagnolo - sebbene tutti avessero cose essenziali in comune - non sono la stessa cosa Donald Trump, la Brexit o il secessionismo catalano, sebbene tutti abbiano in comune cose essenziali. Detto ciò, non è per nulla un caso che Putin abbia sostenuto il nazionalismo in tutto il mondo e che sia stato decisivo per l’arrivo al potere di Donald Trump, per il trionfo della Brexit o per l’autunno catalano del 2017, né che abbia finanziato Salvini in Italia o Le Pen in Francia o che abbia intrattenuto eccellenti rapporti con Orbán: negli anni precedenti Putin è stato il leader visibile del nazionalpopulismo in Occidente (il leader più o meno invisibile, è chiaro, è stato la Cina, che sostiene Putin) e per questo l’invasione dell’Ucraina può essere letta, come dicevo, come un ulteriore passo nella sua escalation verso il confronto con le democrazie occidentali e in particolare con l’Europa unita, che ha cercato di destabilizzare con tutti i mezzi in questi anni, perché è il suo nemico immediato. Per fortuna, la Unione europea ha risposto unita all’invasione, con gran sorpresa di Putin; ma non sappiamo ancora come finirà la guerra, né se, com’è accaduto con la guerra civile spagnola del 1936, sarà il prologo o il primo atto di una guerra più ampia. Nel 1936 le grandi democrazie europee, con la cinica scusa del pacifismo, abbandonarono la democrazia spagnola e la lasciarono nelle mani di Franco, appoggiato senza incrinature da Hitler e Mussolini, e il risultato fu non soltanto una guerra civile di quarantatré anni - perché la dittatura di Franco non fu la pace, bensì la guerra con altri mezzi - ma anche la Seconda guerra mondiale. L’ho già detto: speriamo che stavolta non accada la stessa cosa. Se non accade, sarà grazie agli ucraini e al sostegno che stiamo prestando loro perché possano difendersi da una selvaggia aggressione imperialista».

Hai parlato di confronto su grande scala tra nazionalpopulismo e democrazia. Quale ruolo possono giocare nello scacchiere europeo la Cina e gli Stati Uniti d’America?

«La contesa tra nazionalpopulismo e democrazia è anche, è chiaro, una contesa per l’egemonia tra Stati Uniti e Cina, che è colei che sta dietro Putin. Questo è evidente. Ed è evidente anche che l’Europa deve stare accanto agli Stati Uniti, ma non al loro servizio. È questa la grande questione del nostro secolo, a mio parere. Un’Europa davvero unita - un’Europa federale, in grado di conciliare l’unità politica con la diversità linguistica e culturale - dovrebbe essere la grande potenza del XXI secolo. Può esserlo. Difatti, all’inizio del secolo la si vedeva così, semplicemente perché un’Europa unita ha la capacità politica, economica e culturale per esserlo. La crisi del 2008, molto profonda ma anche molto mal gestita, ce lo ha fatto dimenticare, ma bisogna ricordarlo di nuovo. Insisto: l’Europa ha la possibilità di essere la grande potenza del XXI secolo. Ma noi europei dobbiamo crederci, unirci davvero e portare a termine la grande rivoluzione inedita nella storia che questo significa. È il progetto politico più ambizioso e necessario del nostro secolo. Ma non vedo alternative a questo progetto».

La democrazia prevarrà e, se sì, a quale prezzo?

«Dipende da noi. Politica viene dal greco polis, che significa città, e la città è di tutti. E democrazia significa potere del popolo, e il popolo siamo tutti. La politica è una cosa troppo seria per lasciarla nelle mani dei politici. "Chi non è occupato a nascere è occupato a morire", dice un verso di Bob Dylan; la democrazia è uguale: o migliora o peggiora. E che migliori o peggiori, insisto, dipende esclusivamente da noi. Da nessun altro».

La letteratura, gli scrittori e gli intellettuali, che ruolo possono giocare per superare questo momento così difficile per i diritti di ognuno di noi?

«Il ruolo di sempre: consiste nel tacere quando tutti parlano e nel parlare quando tutti tacciono. Consiste nel dire "no" quando tutti intorno a te dicono "sì". Soprattutto, consiste nel dire la verità e combattere la menzogna, perché la verità, come dice il Vangelo, rende uomini e donne liberi, il che significa che la menzogna rende schiavi. Di questo si occupano la letteratura e il pensiero: di fabbricare uomini e donne liberi».

Secondo Javier Cercas, dunque, è in atto uno scontro tra nazionalpopulismo e democrazia. Uno scontro che ha riguardato, con condizioni diverse, prima il Regno Unito, poi gli Stati Uniti d’America e oggi l’Ucraina. Un ragionamento che deve indurci a leggere anche la politica di casa nostra con occhi diversi. Leggere gli accadimenti in una logica globale, inseriti in un contesto internazionale che oggi non ha frontiere fisiche e mentali. In questa ottica, bisogna prestare attenzione sempre più a ciò che oggi si definisce post-verità, un neologismo segnalato dagli Oxford Dictionaries come parola dell’anno 2016 e che letteralmente significa «espressione che descrive l’atteggiamento non solo e non tanto di chi dice il falso, ma di chi considera alla stregua di un optional la differenza tra ciò che è vero e ciò che non lo è: spacciando indifferentemente argomenti sensati o meno, senza darsi pena di consentire una verifica, a seconda dei propri fini e dei propri interessi del momento» o più sinteticamente «relativo a, o che denota, circostanze nelle quali fatti obiettivi sono meno influenti nell’orientare la pubblica opinione che negli appelli all’emotività e le condizioni personali». Detto in termini ancora più sintetici, la post-verità è il dilagare del falso per vero. Un ulteriore attacco alla democrazia, forse quello più subdolo perché proviene dal di dentro ed ha a che fare con la manipolazione della parola, delle parole.

La fotografia utilizzata come copertina, ritraente Javier Cercas con Bruno Arpaia e Oscar Buonamano a Squlibri, Festival dell Narrazioni di Francavilla al Mare, è una gentile concessione di @Studio 214La traduzione delle risposte di Javier Cercas dallo spagnolo all'italiano è stata compiuta dello scrittore Bruno Arpaia, traduttore italiano dello scrittore iberico. 

Oscar Buonamano, direttore Pagina'21

3 luglio 2023

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