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L'Indonesia e la paura a 50 anni dal genocidio

intervista a Joshua Oppenheimer

Joshua Oppenheimer

Joshua Oppenheimer Foto Daniel Bergeron

A partire dal colpo di stato militare del 1965, in poco meno di due anni gli oppositori del regime di Suharto in Indonesia vennero accusati di comunismo e trucidati, in un’ondata di violenza che costò al Paese circa un milione di vite. Dopo The Act of Killing, documentario che ha ricevuto la nomination al Premio Oscar 2014, il regista Joshua Oppenheimer è tornato ad occuparsi del massacro compiuto dalla dittatura militare indonesiana con The Look of Silence, vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival del Cinema di Venezia 2014.

Se nel primo film Oppenheimer aveva raccontato la vita e i laceranti dubbi dei carnefici, in The Look of Silence il regista ha ribaltato il punto di vista, assumendo quello del fratello di una vittima degli episodi del 1965, l’oculista Adi Runkun, che incontra alcuni dei responsabili di quelle violenze.

A 50 anni dal genocidio, abbiamo parlato con Joshua Oppenheimer del senso di colpa dei responsabili, del modo in cui l’Indonesia affronta oggi il suo passato e della possibilità di una riconciliazione tra vittime e carnefici.

Hai trascorso molti anni in Indonesia… Qual è il tuo rapporto con questo Paese?

Non ho relazioni familiari con l’Indonesia. Il mio rapporto con questo Paese è iniziato per lavoro: tutto è nato da un primo progetto, un documentario sulle condizioni dei lavoratori e su come erano sopravvissuti alla dittatura militare. È così che ho scoperto le storie dei sopravvissuti al genocidio, e da qui sono nati The Act of Killing e The Look of Silence. Girando questi film, l’Indonesia è diventata una seconda casa per me.
I miei documentari hanno avuto un fortissimo impatto sulla società indonesiana, scatenando un dibattito appassionato sugli eventi del 1965. Dibattito a cui purtroppo non ho potuto assistere personalmente, cosa per me molto triste e frustrante. Mi manca molto l’Indonesia, e mi piace pensare che i miei film siano una sorta di lettera d’amore per questo straordinario Paese.

Di solito, per raccontare le pagine più buie della storia dell’Umanità, i film seguono le vicende delle vittime o dei sopravvissuti. Per parlare del genocidio indonesiano del 1965, tu hai invece “girato” la telecamera verso i carnefici. Come nasce questa scelta?

È nata quasi per caso. Era il 2003, avevo iniziato le riprese da poco quando sul set arrivarono i soldati dell’esercito - che controlla ancora i villaggi - e intimarono alle persone di non prendere parte alle riprese. In quel momento Adi - il protagonista di The Look of Silence - e altri sopravvissuti mi dissero di non arrendermi, di continuare il mio lavoro e di filmare i carnefici e parlare di ciò che avevano fatto. All’inizio mi spaventava l’idea di avere a che fare con i responsabili delle violenze del 1965, mi sembrava un’idea folle e pericolosa.
Quando poi ho mostrato ai sopravvissuti le prime scene girate, mi hanno detto “devi continuare a filmare i carnefici, devi mostrare il modo in cui raccontano quello che hanno fatto, quasi vantandosi, mentre la società vive nel terrore perché i colpevoli sono ancora al potere”.

In The Act of Killing mostri proprio la vita dei carnefici. Come ti sei sentito nel narrare le loro storie? C’è stato un processo di evoluzione del loro senso di colpa durante le riprese?

All’inizio ero sconvolto nell’assistere a come i carnefici parlavano di quello che avevano fatto. Raccontavano cose mostruose in un modo altrettanto mostruoso. Di fronte a queste storie era quasi immediato pensare “sono dei mostri, ma io non sono come loro”.
Tuttavia credo che fermarsi a questa idea renda impossibile la totale comprensione di quanto è accaduto. Ho ripreso questi carnefici cercando un mostro e non ne ho mai trovato uno. Ho solo visto tanti esseri umani, e in ognuno di essi potevo riconoscere parte di me stesso. Ho quindi subito realizzato cosa intendesse Primo Levi quando, parlando dell’Olocausto, diceva che “ci possono essere mostri intorno a noi, ma sono troppo pochi per preoccuparcene; dobbiamo invece preoccuparci di più di persone ordinarie come noi stessi”. Da quel momento ho cercato di indagare su cosa li abbia spinti a commettere tali atrocità e su come oggi possano vivere con la consapevolezza di ciò che hanno fatto. Per questo The Act of Killing non è un film sul genocidio del 1965, ma sulle conseguenze di tali violenze in una società che non ha mai fatto i conti con il proprio passato.

Per me girare questo film ha significato entrare in contatto con queste persone in modo molto profondo, quasi come se dovessi camminare nella loro mente e nella loro immaginazione. Nei Director’s cut di The Act of Killing c’è una scena in cui il protagonista, Anwar Congo, massacra un orso di peluche. Mentre giravamo quella scena, Anwar Congo ha fermato le riprese, si è rivolto verso di me e mi ha detto: “Joshua, che stai facendo? Stai piangendo”. Io ho portato una mano agli occhi e ho sentito le lacrime..È stata la prima volta nella mia vita in cui ho pianto senza accorgermene.
Credo invece che, per il protagonista del film, il documentario sia stato un’opportunità di far sentire il suo dolore e la sua colpa. Io stesso percepivo che in lui cresceva la consapevolezza della colpa, e questo rendeva ancora più forte l’idea che per vivere con se stesso dovesse prima di tutto riconoscere che ciò che aveva fatto era sbagliato, confrontarsi con la sua memoria e con il significato morale delle sue azioni.

Prima ricordavi che la società indonesiana non ha mai fatto i conti con il proprio passato. Com’è oggi la convivenza tra vittime e responsabili del genocidio?

È una situazione particolare, perché a differenza di altri Paesi come il Ruanda o la Germania dopo la Seconda guerra mondiale, i carnefici sono rimasti al potere, e quindi la società sta vivendo nel terrore da mezzo secolo. Abbiamo bisogno di un processo di verità, giustizia e riconciliazione, che certo non farà piacere ai responsabili del genocidio. Grazie ai miei film e al grande lavoro degli attivisti per i diritti umani oggi l’Indonesia sta cambiando il modo di parlare del proprio passato, ma il governo risponde con misure contro la libertà di espressione. Libri e riviste che parlavano del 1965 sono stati proibiti, così come la proiezione dei miei film… Un sopravvissuto del 1965 è tornato in Indonesia per cercare la tomba di suo padre, ma è stato arrestato, interrogato ed espulso dal Paese - dove non potrà più tornare.
Nonostante questo, sono abbastanza ottimista. In primo luogo perché oggi l’attenzione internazionale è piuttosto forte; inoltre se è vero che sono in atto tentativi di controllare ciò che viene detto sul genocidio, è anche vero che ormai la società indonesiana non può più tornare al silenzio su questi eventi. Credo quindi che il governo non riuscirà nel suo intento, perché la gente inizia ad essere consapevole che la propaganda ufficiale sul 1965 è una menzogna.

Di fronte a tali tragedie, è possibile il perdono?

Il perdono è possibile solo quando i responsabili riconoscono il significato morale di quello che è successo. C’è una scena in The Look of Silence, in cui la figlia di un carnefice trova il coraggio e l’umanità di scusarsi per le azioni commesse dal padre, che invece non riesce a chiedere scusa. Questo dimostra che il perdono non è sempre possibile, finché non si riesce a riunirsi come esseri umani.
La democrazia è impossibile senza una comunità, e una comunità non è tale quando una parte della società vive nel timore dell’altra. Finché le persone continueranno ad avere paura, fino a quando i responsabili non ammetteranno che quanto hanno fatto è sbagliato, non potrà esserci perdono.
Il governo deve riconoscere che le violenze del 1965 rappresentano un crimine contro l’Umanità. Come dicevo prima, abbiamo bisogno di una commissione di verità che stabilisca quanto è accaduto e investighi sui crimini commessi per portare giustizia. Ma giustizia non significa solo punire i responsabili; la vera giustizia è infatti raggiunta soltanto quando i sopravvissuti e la società intera possono vivere pensando che quanto è accaduto non si ripeterà mai più.

Martina Landi

10 novembre 2015

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