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La nuova vita delle calciatrici in fuga dai talebani

di Francesco Caremani

Halima ha lo sguardo vivace e curioso e questo non è il suo vero nome ma di fantasia; in arabo significherebbe «paziente» e lei lo deve essere, per il suo futuro e per quello dei suoi familiari che sono rimasti in Afghanistan. La incontriamo dopo la lezione d’italiano. Lei è una delle calciatrici di Herat, giocava nel Bastan Football Club, ed è riuscita ad arrivare in Italia grazie a una rete umana e di intelligence sofisticata, quanto veemente, nel momento peggiore del ritorno dei Talebani in Afghanistan. Ce lo racconta bene Anna Meli, direttrice della comunicazione di COSPE Onlus, un’organizzazione non governativa che dal 1983 si occupa di cooperazione internazionale e di temi legati alla migrazione: «Siamo entrate in contatto con le calciatrici di Herat quando avevamo il progetto aperto lì, perché alcune avevano ricevuto delle minacce, già nel 2015-16, e si erano rivolte ai nostri uffici. In quelle zone la presenza talebana non era mai sparita e inoltre la società è molto conservatrice e in generale le attività che prevedevano una maggiore libertà delle donne non erano ben viste: tutte quelle attività che andavano oltre l’immagine tradizionale della donna a casa con i figli. Con noi, all’epoca, c’era un giornalista che è poi rimasto in contatto con molte giocatrici: queste hanno contattato anche lui, oltre ai nostri collaboratori, e insieme abbiamo fatto una lista di persone che conoscevamo e l’abbiamo trasmessa alla Farnesina per evacuarle. Per farsi riconoscere come il gruppo ‘italiano’, nelle quarantotto ore più drammatiche vissute all’aeroporto di Kabul, dovevano sventolare un fazzoletto bianco e gridare la parola d’ordine: Tuscania, dall’omonimo reggimento. Sono stati momenti drammatici e alla fine non tutti ce l’hanno fatta: sono riuscite a partire 42 persone su 65 della lista. Tutte le ragazze della squadra avevano lasciato Herat ventiquattro ore prima, ma le rappresaglie erano già iniziate e un familiare è dovuto tornare indietro per motivi di sicurezza. Alcune ragazze sono venute con parti della famiglia e altre da sole, sono arrivate a Fiumicino e poi mandate in posti diversi per la quarantena; infine abbiamo provato a farle venire tutte verso Firenze, trovando la collaborazione attiva del Comune e della Caritas. In Toscana, attualmente, ci sono tre calciatrici, l’allenatore e parti delle loro famiglie. COSPE Onlus le segue per i corsi d’italiano e il riconoscimento dei titoli di studio».

Halima quando hai iniziato a giocare a calcio?

«Ho iniziato a giocare a calcio da piccola. La nostra cultura e la mia famiglia non erano molto d’accordo con questa scelta, ma mio padre mi ha supportata e non ha permesso che altri mi fermassero».

Hai praticato anche altri sport?

«Ho giocato a pallavolo, a scuola, quando avevo undici-dodici anni, ma dopo c’è stato solo il calcio».

Perché hai scelto il calcio?

«Perché è uno sport interessante, divertente e mi ha dato, mi dà, tanta motivazione per andare avanti».

Come è nata e da chi era composta la vostra squadra, il Bastan Football Club?

«Nel modo più naturale possibile. All’inizio eravamo solo delle ragazze che giocavano a football. Poi un uomo e una donna hanno formato la squadra, così con il tempo è stato creato lo staff tecnico e sono arrivate altre calciatrici».

Cosa rappresentava per voi il Bastan Football Club?

«Giocare nel Bastan Football Club non era semplice, sia per la cultura circostante che per le risorse economiche. In Afghanistan mancavano e mancano tante cose».

A Herat cosa pensavano della vostra squadra femminile?

«In generale le persone non avevano una buona opinione di noi e dello sport femminile, quindi le famiglie non lasciavano che le proprie figlie si recassero agli allenamenti. Per fortuna altre erano più aperte e permettevano alle ragazze di praticare calcio, pallavolo e pure la pallacanestro».

Quando avete capito che con l’avvento dei Talebani sareste state in pericolo?

«Da Herat i Talebani non se ne sono mai andati. Quindi quando la squadra ha iniziato a giocare le nostre famiglie hanno ricevuto degli avvertimenti, allora abbiamo cominciato ad allenarci di nascosto. Poi con il collasso del governo centrale sono andati a cercare tutte le ragazze che praticavano sport, casa per casa. Per questo siamo dovute scappare».

Come siete riuscite a fuggire dall’Afghanistan?

«Abbiamo contatto tramite cellulare e Facebook un giornalista italiano (Stefano Liberti, ndr), che avevamo conosciuto qualche anno prima; era venuto a Herat per raccontare la nostra storia».

Chi hai lasciato in Afghanistan?

«Ho lasciato due sorelle, un fratello e parte della mia famiglia».

Com’era la tua vita in Afghanistan prima che arrivassero i Talebani?

«Studiavo lingua e letteratura inglese e, dopo cinque anni di sacrifici, avevo realizzato il sogno di allenarmi con la Nazionale femminile; avrei dovuto partecipare a un torneo internazionale. I Talebani hanno chiuso le università e impedito alle donne di praticare sport».

Come si svolgono le tue giornate a Firenze?

«Le giornate passano tra un corso d’italiano, che frequento due volte la settimana presso COSPE Onlus, e gli allenamenti».

Come e dove immagini il tuo futuro?

«Voglio finire l’università, trovare un buon lavoro e continuare a vivere la mia vita».

Il calcio è sempre stato solamente uno sport oppure anche un modo per emanciparti?

«Il calcio è la mia vita, è lo sport che mi fa stare bene con me stessa».

Qual era la condizione delle donne in Afghanistan prima dell’avvento dei Talebani?

«Prima dell’arrivo dei Talebani la condizione femminile aveva fatto grandi passi avanti: dallo sport alla formazione, al lavoro. Con il loro ritorno tutto questo è stato azzerato».

Pensi che tornerai per combattere per una società afghana più giusta o pensi che l’Afghanistan sia perso per sempre?

«Al momento non saprei. Probabilmente in futuro, quando i Talebani se ne saranno andati e la pace sarà tornata».

Quali sono i tuoi idoli, maschili e femminili, calcistici?

«Cristiano Ronaldo e Sara Gama».

Alcuni mesi fa avete incontrato la Nazionale italiana femminile di calcio, che effetto ti ha fatto?

«È stata una giornata molto bella. Una di quelle giornate che ti arricchiscono».

Conoscevi già alcune calciatrici della Nazionale italiana?

«No, non le conoscevo».

Ho letto che continuerete a giocare a calcio in Italia. Avete già iniziato ad allenarvi?

«Sì, ci alleniamo spesso, con squadre fiorentine di calcio a undici».

La vulgata occidentale descrive le donne musulmane come asservite al patriarcato. È più facile o più difficile, per una ragazza musulmana, emanciparsi?

«Inutile nasconderlo. In Afghanistan è molto più difficile emanciparsi in quanto donna».

Quale futuro sogni per te stessa e per l’Afghanistan?

«Non sogno e non posso prevedere quale sarà la situazione del mio Paese in futuro. Ventuno anni fa i Talebani controllavano l’Afghanistan, poi sono stati cacciati e adesso sono tornati, come in una continua distopia. Cercare di prevedere il futuro è un’operazione inutile».

Cosa significa per te: sentirsi al sicuro?

«Quando i Talebani non ci saranno più le persone saranno al sicuro».

Adesso ci sono le lezioni di italiano, gli allenamenti per tenersi in forma e una vita da reinventare lontano da casa, con la consapevolezza di chi ha fatto qualcosa per loro e di chi, invece, nonostante palcoscenici prestigiosi, non ha fatto niente, come Nadia Nadim, afghana naturalizzata danese che gioca nel Psg; mentre una calciatrice afghana, di cui non possiamo fare il nome, ha aiutato altre ragazze di Herat a fuggire in Pakistan per sfuggire ai Talebani, salvandogli, momentaneamente, la vita. Halima ha pure stretto la mano del presidente afghano Ashraf Ghani, dopo avere vinto il campionato nazionale con la propria squadra. Ma per sfuggire ai Talebani, come ci ha descritto Anna Meli, sono altre le mani che ha stretto, prima quelle dei militari italiani di stanza all’aeroporto di Kabul, poi quelle di COSPE, la Onlus che si è attivata, insieme con il giornalista e scrittore Stefano Liberti (contattato direttamente dalle calciatrici dopo che, raccontando i progetti sostenuti da COSPE in Afghanistan per Internazionale, aveva realizzato il docufilm Herat Football Club) e la Farnesina. Il simbolo per farsi riconoscere al checkpoint dell’aeroporto era un fazzoletto bianco, la parola d’ordine per superarlo: «Tuscania». Perché non sempre il calcio è l’esperanto che apre tutte le porte. In alcuni Paesi è uno stigma, soprattutto se declinato al femminile.

5 gennaio 2022

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