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​“Non è intifada, sono atti di disperazione”

Yair Auron sulla situazione di Israele e le iniziative a Neve Shalom

Il professor Yair Auron

Il professor Yair Auron

Abbiamo intervistato Yair Auron, professore alla Open University e co-fondatore di Gariwo-Israele, sulle notizie che giungono da Israele e sulla prossima cerimonia del 4 novembre nel Giardino dei Giusti di Neve Shalom, dove si ricordano i turchi che salvarono gli armeni nel Metz Yeghern, gli armeni che salvarono gli ebrei nella Shoah e i palestinesi ed ebrei che hanno salvato persone del popolo nemico in Medio Oriente.

Che cosa ha portato lei, ebreo, a interessarsi della tragedia degli armeni?

Ho iniziato a studiare il genocidio armeno 25 anni fa, sulla base della mia lunga esperienza di studioso della Shoah. La cosa più importante per me adesso è l’educazione. Ho sviluppato dei corsi sui genocidi per le università di Israele, che purtroppo finora trattavano solo dell’Olocausto, e sono l’unico professore israeliano che insegna i genocidi.

Che cosa vuol dire ricordare oggi il genocidio armeno, nel suo centenario?

Noi dobbiamo ricordare ogni comportamento terribile dell’essere umano, perché se non ricordiamo le vittime, perderemo i nostri valori umani. Il genocidio purtroppo fa parte della vita umana, ma dobbiamo cercare di limitare questo fenomeno. Se non ci ricordiamo o neghiamo o non ammettiamo un genocidio, si prepara la strada per nuovi massacri.

Gli armeni si scontrano spesso con il negazionismo di Stato del governo turco. Perché questo fenomeno e come può essere contrastato?

La Turchia ha problemi con la memoria e anche con l’identità. Le politiche negazioniste sono iniziate ai tempi di Atatürk e purtroppo proseguono anche oggi. Io sono stato invitato a Istanbul a un convegno internazionale e l’ho detto apertamente: “Dovete riconoscere il genocidio armeno altrimenti non potrete essere una società veramente democratica”. Ogni società ha i suoi periodi neri, come ogni essere umano, ma bisogna affrontarli e ammettere i problemi.

Che differenza c’è tra cercare il riconoscimento del genocidio avvenuto ai danni del proprio popolo e cercare giustizia?

Invocare la giustizia senza riconoscere il genocidio è da ipocriti. Il riconoscimento è la base. Non è una questione tra i turchi e gli armeni, è una questione di tutta l’umanità. L’Italia riconosce il genocidio armeno?

Sì, lo riconosce con risoluzione della Camera dei deputati del 2000 e il premier Renzi il 24 aprile 2015 ha rilasciato una dichiarazione.

È un bene che ci sia stata una dichiarazione da parte del governo. Un riconoscimento solo parlamentare non è un pieno riconoscimento.

Comunque attualmente i Paesi che riconoscono il genocidio armeno sono solo 24 sui 190 che ci sono all’ONU. È un fallimento dell’umanità, e il messaggio che passa è che se uno è forte, se è in una situazione politica propizia, può commettere un genocidio. Nel mondo ci sono già troppi genocidi, migliaia se non milioni di persone vengono uccise ogni giorno.

Perché ricordare a Neve Shalom dei Giusti turchi?

Prima di tutto, per il Giardino dei Giusti stiamo creando con Gabriele Nissim la branca israeliana di Gariwo, la foresta dei Giusti. Il Giardino esiste da otto mesi, la cerimonia di inaugurazione a cui anche Nissim ha partecipato è stata molto emozionante. Ora continuiamo, siamo alla terza conferenza che teniamo in Israele sulla storia e la memoria dei genocidi. Commemoreremo i turchi che hanno salvato gli armeni e gli armeni che hanno salvato gli ebrei durante il nazismo - ce ne sono molti, ancora sconosciuti, che stiamo cercando di scoprire. Scriviamo sui cippi le dediche a questi giusti in quattro lingue: ebraico, arabo, inglese e turco. "Ai turchi che salvarono gli armeni". Nel Museo ci sono tutte le informazioni sui Giusti turchi. E lo stesso vale per gli armeni.

Werfel, Wegner. Intellettuali del mondo allora dominante e complice del genocidio si sono opposti a esso sfidando le autorità e le convenzioni del tempo. Che cosa direbbe di queste figure?

Nei miei studi ho esaminato la differenza tra i Giusti che erano sul campo e quelli che hanno portato una testimonianza senza essere direttamente sul posto. Wegner è un testimone diretto. Werfel ha scritto I quaranta giorni del Mussa Dagh, un libro veramente notevole, da lontano. Ha dato un contributo decisivo a testimoniare il massacro, ma il suo testo forse ha più valore perché è stato scritto con fatica durante la clandestinità nel ghetto in epoca nazista. Di questo libro e di questa figura parlerò nella conferenza. Il libro è stato scelto come uno dei cento libri più importanti del XX secolo. Ho letto anche i suoi diari, gli scritti clandestini nel ghetto. La sua opera fu molto importante anche per i bambini del ghetto e per la Resistenza ebraica.

Gli armeni fanno parte del composito mosaico delle comunità presenti a Gerusalemme. Ce li descriverebbe? Che ruolo hanno nella società israeliana?

A Gerusalemme ci sono 1.500 armeni, 2.000 in tutto il Paese, alcuni sono lì da molte generazioni, altri, la maggioranza, sono venuti come rifugiati a causa del genocidio. Sono accettati dalla comunità. 

Che cosa sta facendo Abu Mazen per fermare la “intifada dei coltelli”? Pensa che sia dovuta alla rabbia per l’occupazione? O che ci siano, come ha scritto un commentatore su Haaretz, dei “guastatori” palestinesi che creano scompiglio all’interno del loro stesso popolo, per esempio compiendo atti di provocazione e di incitamento alla violenza nelle moschee?

Abu Mazen è indebolito ed escluso dagli estremisti anche perché non può mantenere le promesse che fa anche a causa del nostro governo. Non ho analizzato a fondo la società palestinese. Posso dire molto di quella israeliana. I palestinesi sono disperati. Israele ha occupato i loro Territori nel 1967 e ora saranno cinquant’anni. Quindi ci sono ormai due generazioni cresciute sotto l’occupazione. Due generazioni che non vedono un futuro. Quelli di oggi sono atti di disperazione, sono molto brutti, ma come israeliani dobbiamo cercare di metterci nei loro panni. Perché un sedicenne prende un coltello e cerca di uccidere persone? Perché è disperato, è in una terribile situazione mentale ed emotiva. Sa che sarà ucciso al 99% e sa anche che ha possibilità molto limitate di incidere su Israele. Può uccidere una persona, ma il suo rimane un gesto disperato. E il governo di Israele non capirà. Israele rimane forte. Ovviamente per questa sua forza Israele però è anche più responsabile, soprattutto il governo, che oggi rifiuta ogni soluzione politica e vuole tutti i Territori. Noi siamo i forti e noi siamo anche i maggiori responsabili. Di qui la tragedia, sia per gli ebrei che per i palestinesi. E anche l’Europa, ancora di più degli USA, è responsabile, in quanto "spettatrice passiva". Ogni governo in Europa dice che è per la soluzione dei due Stati, ma poi in pratica sostiene Bibi Netanyahu. È un’ipocrisia dovuta a interessi politici. Certo gioca un ruolo anche il senso di colpa per la Shoah. Ma si sta facendo molto male a Israele e alla Palestina, siamo due società malate e le società malate sono come individui malati. Noi dobbiamo essere aiutati a uscire da questa situazione tragica, senza ipocrisia. Se si prendono gli Stati uno a uno, sono tutti per la soluzione dei due Stati, ma nella West Bank possiamo vedere ogni giorno crescere nuovi edifici degli insediamenti. E nessuno dice niente. Comunque non la chiamerei un’”intifada dei coltelli”. Sono atti di disperazione.

Non c’è nessun rapporto con quanto accade in Siria?

Non lo so, ma sono certamente atti dettati dalla mancanza di futuro. Per quanto riguarda la Siria adesso Assad, che è responsabile di migliaia di morti e centinaia di migliaia di rifugiati in sei anni, sembra essere stato di nuovo portato alla ribalta da Putin. Non so se questo possa convenire a Israele, so che non è giusto moralmente e umanamente. Nessuno vuole fare niente contro Assad.

Ma magari Assad è importante per combattere l’ISIS.

Non è un leader democratico, non è umanistico, è un dittatore.

Pensa che in Israele si riuscirà a fermare la violenza e, se sì, come?

Con le negoziazioni. Accettando le nostre responsabilità reciproche. Israele non ha commesso un genocidio, ma ha inflitto molto male ai palestinesi. E deve riconoscerlo. E altrettanto devono fare i palestinesi per il male inferto agli ebrei. Devono ammetterlo. Dobbiamo dialogare. Per esempio a Neve Shalom abbiamo persone i cui familiari sono stati salvati da atti umani di persone dell’altro popolo e questo patrimonio deve essere custodito e comunicato.

Che cosa motiva questo suo impegno a Neve Shalom?

Solo il mio dovere di essere umano. 

Carolina Figini, Redazione Gariwo

3 novembre 2015

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