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Quando la pace sembra lontana, diventa fondamentale proteggere gli spazi di solidarietà

Sally Abed di Standing Together: “Oggi anche esprimersi contro la guerra è percepito come un atto radicale”

"Quello che cerchiamo di fare è costruire un capitale politico all’interno dell’opinione pubblica israeliana, una volontà che faccia pressione per porre fine all’occupazione, puntare alla pace, chiedere alla nostra leadership soluzioni reali. È chiaramente una missione critica, la più difficile.”

A parlare è Sally Abed, membra della leadership nazionale di Standing Together, il più grande movimento arabo-ebraico dal basso in Israele, che da anni lavora per promuovere nella popolazione i concetti di pace, equità, giustizia sociale coinvolgendo arabi ed ebrei, insieme, con lo slogan “dove c’è lotta, c’è speranza”. Abed racconta che il movimento è attivo ormai da circa 8 anni, organizzato attraverso sezioni locali in tutto il Paese e nelle università, e coinvolge tante comunità intenzionali arabe ed ebraiche affrontando attraverso manifestazioni, seminari e produzioni media temi sociali, difficoltà generali per la popolazione come il diritto a un abitare accessibile, giustizia sociale, cambiamento climatico, razzismo e discriminazione, salari giusti, l'aumento del costo della vita, emarginazione economica e naturalmente anche le politiche di occupazione e la pace.

Una sfida molto complicata, soprattutto in un momento come questo, dove divisioni e paura tendono a sopraffare qualunque illusione di unità e cooperazione tra popoli. E dove la pace, quella per cui gli attivisti di Standing Together lavorano senza sosta, è diventata un’immagine dai contorni opachi.

“La sensazione in questo momento è che la pace sia molto lontana. Soltanto chiedere il cessate il fuoco e diffondere messaggi contro la guerra è visto come un atto radicale. Anche la parte politica più liberal democratica sembra completamente allineata con la guerra, in un approccio ‘Whatever it takes’ e quindi la situazione è molto complicata. In questo momento il nostro obiettivo è praticamente sopravvivere, cercare di mantenere il maggiore spazio possibile per la solidarietà tra arabi ed ebrei (e non solo) così da allentare il più possibile la tensione tra le comunità nel Paese. Dopo la guerra, le condizioni per proseguire il nostro lavoro di pace saranno critiche.”

Tuttavia, le nuove correnti progressiste e solidali nate ed emerse negli ultimi anni lasciano semi che si spera possano germogliare presto.

“Nel corso della storia abbiamo assistito in molti modi al fenomeno della radicalizzazione, la normalizzazione del movimento dei coloni, l’insorgenza di estremisti, ebrei suprematisti che tra l’altro al momento fanno parte del nostro Governo. Quindi stiamo assistendo a una grossa escalation di estremismo, così come è accaduto a Gaza con Hamas. Dall’altro lato però, ci troviamo davanti anche all’emergere di una nuova corrente politica, soprattutto in Israele, progressista, arabo-ebraica. È qualcosa che la politica israeliana non aveva mai visto nel corso degli ultimi 75 anni. Naturalmente c’è ancora tanta strada da fare, ma il fatto che questi movimenti già esistano e che realtà come la nostra abbiano resistito a tanti momenti difficili nella politica israeliana, così come stanno resistendo a questo momento storico, è indicativo del fatto è possibile continuare a costruire questa nuova corrente politica, indirizzata verso la pace.”

In tutto questo, il ruolo delle donne diventa cruciale.

“Le donne in generale sono già una presenza distensiva, perché generalmente hanno un approccio meno militaristico, più pacifista, più in contrasto con la guerra. E ovviamente nel diffondere questo messaggio giocano un ruolo chiave. Abbiamo diversi esempi di donne palestinesi ed ebree in ruoli di leadership che sono veramente coraggiose in questo momento, prendono tante batoste e comunque insistono nel porsi in prima linea contro la guerra e contro l’occupazione, puntando sempre verso l’obiettivo finale, quello della pace.”

Sara Del Dot, Giornalista

10 novembre 2023

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