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“Senza l’educazione gli alberi restano solo alberi”

Sull’isola dei Giusti con Daphne Vloumidi

Daphne Vloumidi con il marito Iannis

Daphne Vloumidi con il marito Iannis foto di Anna Maria Samuelli

Lesbo, 4 settembre 2018, Hotel Votsala, Pyrgi Thermis

Il volto di Daphne esprime energia e insieme dolcezza. Lo ricordavo carico di commozione quando l’abbiamo onorata il 15 marzo 2018 al Monte Stella di Milano. La sua testimonianza ci ha toccati profondamente. Scoperta la targa a lei dedicata, gli studenti l’hanno circondata e avvolta in un grande abbraccio e sul suo volto è ritornato il sorriso. Alle sue spalle il marito Iannis e la figlia Lina con gli occhi lucidi.

Sono trascorsi alcuni mesi, ma abbiamo mantenuto la promessa di andare a trovarla. Ora siamo seduti in riva al mare di Lesbo, circondati dai profumi e dai colori del giardino che Daphne e il marito coltivano con passione e amore. In lontananza si intravvedono le coste della Turchia che con le ombre della notte si accendono di piccole luci. Daphne è onorata tra i Giusti dell’accoglienza. Conoscendo la sua storia si capisce che l’aiuto dato ai migranti sbarcati a migliaia nel 2015 sulle coste dell’isola, nasce da una sua qualità interiore: Daphne si sente sino in fondo parte dell’umanità e dunque mai potrebbe distogliere lo sguardo da chi chiede aiuto; cosciente dei propri limiti si prende cura dell’altro in una reciprocità che fa svanire ogni idea di utile. Daphne è persona capace di “abitare eticamente la terra”. Non manca di lucidità, tante volte avverte la diversità e la lontananza delle culture, ma la domanda che rivolge a se stessa è una: se io fossi al loro posto? Un valore su tutti: i diritti umani. “Noi, anzi tutta l’Europa, abbiamo lottato per conquistarli e queste persone che camminano, che affrontano i mari per lo più senza speranza alcuna, ne sono stati privati, e dunque io dovevo e devo fare qualche cosa per loro”.

Daphne aveva sperimentato la lotta politica nel periodo della dittatura dei colonnelli, partecipando a gruppi di resistenza giovanili, ma aveva capito di non avere una vera vocazione politica. Aspirava ad una vita normale che ha vissuto con il matrimonio, i figli, le gioie e i dolori che accompagnano ogni esistenza. Ma già negli anni 2000, la sua volontà di impegnarsi nel sociale l’ha portata a partecipare ad Atene a un piccolo gruppo di aiuto,“Work Street”, che si occupava dei rifugiati curdi iracheni. Dunque, nella sua condizione di “normalità”, ha continuato a guardare e a vedere l’altro, a non distogliere lo sguardo. E così nel 2015, durante l’esodo epocale dalla Turchia di migliaia di rifugiati, la sua azione si è intensificata. Non era e non è sola in questa scelta di responsabilità. Ha coinvolto il marito, gli ospiti dell’albergo Votsala, e tanti amici di buona volontà. Sulle strade infuocate o spazzate dal vento di Lesbo ha soccorso, aiutato, organizzato qualche possibile forma di accoglienza e integrazione, allargando la rete dei volontari con i suoi modi decisi e con la sua capacità di rendere lieve ciò che sembra troppo gravoso; ha subìto il fermo dell’autorità, ha protestato, ha reagito e la legge è cambiata: aiutare i migranti non è più reato in Grecia.

“Che cosa mi dici di Gariwo?", le chiedo improvvisamente. Daphne, Iannis e Lina sorridono. “È stata una esperienza bellissima, un albero e una targa a me dedicata nel Giardino dei Giusti di tutto il mondo, un onore che devo continuare a meritarmi”. Ma poi l’espressione del volto di Daphne si fa seria e aggiunge: “Senza l’educazione gli alberi restano solo alberi”. A questo punto non possiamo che chiederle di proseguire il nostro dialogo e nasce da queste ultime parole l’intervista a questa persona speciale che abita eticamente la terra. Una storia da far conoscere ai giovani affinchè dagli alberi dedicati ai Giusti nasca la forza attrattiva del Bene, il richiamo a scelte libere e responsabili.

Anna Maria Samuelli, Responsabile della didattica di Gariwo


Intervista a Daphne Vloumidi

Daphne ci ha portato a visitare i Campi di Lesbo. Il più grande, il campo di Moria, abbiamo potuto vederlo solo nell’area dell’ingresso. Migliaia di tende bianche ammassate sui vari terrazzamenti. Nulla manca: fili spinati, carcere, rifiuti, centinaia di profughi, donne, uomini, giovani, anziani, bambini che vagano sotto un sole cocente. All’esterno centinaia di macchine e moto degli operatori del campo che tra pochi giorni scenderanno in sciopero. Uno spazio che poteva contenere 2000 persone oggi ne contiene 10.000. Non ce la fanno più a gestirlo. Gli altri tre campi hanno una natura diversa. Accolgono le persone per svolgere attività e cercare le vie dell’integrazione. Sono tre e li abbiamo visitati: Happy Family, Pikpa, e Kara Tepe.

Dobbiamo riprenderci dopo quello che abbiamo visto. I nostri occhi sono pieni di immagini di persone sofferenti, preda dell’ansia perché il loro orizzonte è vuoto, la loro vita sospesa nel nulla. “Che ne sarà di noi?” dice il ragazzo del Senegal che parla un perfetto francese, inglese e greco e fa il volontario nel campo Happy Family. L’amico che lo accompagna ci mostra il braccio abbandonato sul fianco e poi la radiografia appena fatta. Un poliziotto gli ha spezzato il braccio a bastonate.

Il sorriso dei bambini che giocano davanti al container della scuola è appena accennato. Non si sono liberati del dramma del viaggio, dalla paura. La loro è paura giustificata, non la nostra, non quella di chi, come noi, vive sicuro nelle proprie case. Nei campi che operano per l’integrazione, che hanno organizzato attività di istruzione e avviamento al lavoro, che distribuiscono vestiti e scarpe, dove è garantita l’assistenza sanitaria e, anche nel campo di Kara Tepe guidato da Stavros, con razionalità ed efficienza che accoglie circa quattrocento famiglie, ognuna nella propria piccola casa di legno, l’atmosfera è diversa. Si sente che lo sforzo comune è restituire ai rifugiati la dignità, facendo insieme scoprire il valore di regole condivise che rendono liberi. Un lavoro di operatori appassionati che hanno colto la “serietà” del dolore e vogliono far rinascere la speranza.

Quando dopo le visite ai campi ritorniamo con Daphne la nostra reazione è una sola: se non vedi con i tuoi occhi non puoi capire.

Daphne, che cosa c’è stato all’origine di questa tua scelta di occuparti dei rifugiati?

Non una cosa precisa, forse solo il sentirmi dentro l’umanità tutta. Una volta scoperto che pur avendo le mie idee e il mio orientamento politico non avevo interesse per la politica attiva, dopo sposata sentivo che qualche cosa dovevo fare per il mondo che non si cambia da sé. Non possiamo lamentarci se poi non facciamo niente, certo non cambiamo il mondo ma facciamo almeno la parte che ci è data quando vediamo il male vicino a noi. Non ho mai voluto entrare in grandi organizzazioni, volevo trovare qualche cosa che rispondesse al mio modo di essere, che mi desse la possibilità di sentirmi libera nel mio agire. Il nostro gruppo di volontari ad Atene nel 2000 era composto di persone libere, semplici, non fanatiche, anzi quasi al limite dell’anarchia. Modi di essere che ci hanno permesso di costruire “ponti” tra la società greca e i rifugiati curdi che in città occupavano le case vuote. Ascoltare e chiarire alle due parti le ragioni degli uni e degli altri, piccoli compromessi che tuttavia consentivano di andare avanti, di ritrovare, sia pure lentamente, le strade dell’integrazione o del ritorno a casa. Perché dovete sapere che i profughi vogliono ritornare nel loro Paese e alcuni ci riescono. Dopo 4 anni ad Atene i curdi si sono resi autonomi e non hanno più avuto bisogno di noi; ci chiedevano solo i pannolini per i bambini! Molti di loro sono ritornati in Iraq. Gli immigrati economici erano invece Albanesi, Ucraini, Bulgari. Non dovete credere che gli immigrati economici siano tanti. L’indagine di un’amica che lavora per l’Europa ha stabilito che l’80% sono profughi, e il 20% immigrati economici. Poi sono arrivati gli Afgani, i Pakistani, gli Iraniani, i Turkmeni. È intervenuto lo Stato tentando una difficilissima integrazione. Intanto cominciavo ad andare avanti e indietro tra Atene e Lesbo, perché ormai Lina, mia figlia, frequentava l’Università. A Lesbo nel 2012 c’erano pochi rifugiati, ma moltissimi minori afgani non accompagnati che erano stati messi in carcere. Se vi ricordate è scoppiata una rivolta terribile e io sentivo che eravamo la vergogna per tutto il mondo. La denuncia della stampa internazionale ha costretto il governo a trovare una soluzione. Sono stati trasferiti a Agiasos dove c’erano i laboratori di ceramica e qui noi abbiamo cominciato a pagare dei professori perché insegnassero a questi giovani un mestiere. Sempre nel 2012 abbiamo creato con amici tedeschi e con alcuni ospiti dell’albergo una piccola associazione non-profit, Odysseas. Offriamo un primo aiuto ai minori non accompagnati che continuano ad arrivare, sostendo soprattutto i programmi educativi.

Daphne, si sono integrati questi giovani?

Si, ma non cambiano la loro cultura e la loro mentalità. Del resto devi capirla fino in fondo questa differenza e se non riesci ad accettarla non puoi più agire. Accettarla vuol dire capire lo spazio che ci divide e nello stesso tempo chiederti: la loro condizione, qui e ora, è uguale alla mia? Dove sono i diritti umani? Se sono sopra tutto, niente ci deve dividere e impedire l’azione di aiuto. Dobbiamo dire ai nostri giovani che la cosa essenziale è “conoscere”, leggere, informarsi, scegliere i documentari ma anche i film che aiutano a farti penetrare il mondo “altro”. E soprattutto non possiamo giudicare. Vi dico che la loro percezione della realtà è completamente diversa dalla nostra, a partire dalla pulizia o dall’uso delle cose, ma anche il relazionarsi tra loro è diverso. Che cosa farei io al loro posto? Con questa domanda puoi andare avanti, altrimenti tutto crolla. Non dire mai: si, però…

E poi arriva il 2015. Hai incominciato subito ad affrontare gli arrivi?

Eravamo soli, poche persone sensibili ci hanno aiutato. In un’area vuota alla periferia di Mytilini, si radunavano a centinaia, privati di tutto, e un po’ alla volta siamo riusciti a organizzare una accoglienza se pur minima e l’area è diventata il parco di Pikpa, che avete visto, con casette, piccole aule, centri di distribuzione di vestiti e scarpe, mensa ecc. Lesbo, mano a mano che passavano i giorni, diventava l’isola dell’emergenza profughi e quindi l’intervento statale era improrogabile. Sono arrivati i soldi dall’Europa, ed è nato il campo di Moria che però oggi è allo stremo. E io non so perché lo Stato non affitti altri spazi o non requisisca i tanti edifici vuoti che ci sono a Lesbo. Qualcuno dei miei clienti dell’albergo ipotizza una strategia per richiamare l’attenzione internazionale e perché tra coloro che progettano di attraversare il maresi diffonda la notizia che a Lesbo si sta malissimo e non ci sono prospettive. Non sono convinta di questa analisi. Ci vorrebbero tanti Stavros, il direttore del campo di Kara Tepe. Non condivido i suoi modi autoritari, ma devo riconoscere che ottiene risultati ottimi: organizza più di 400 famiglie alle quali egli ha restituito la dignità. “Il rispetto delle regole li ha resi liberi e uguali”, avete sentito anche voi questa affermazione di Stavros!

Daphne, come ha reagito la gente comune sull’Isola a questo fiume umano?

Ci sono diverse categorie: io, i miei parenti e amici abbiamo fatto una scelta umanitaria ma abbiamo anche un orientamento e una consapevolezza politica; una seconda categoria di gente normale, gente di cuore che ha avuto una reazione spontanea e immediata di generosità, senza una posizione politica; costoro, vedendo che la folla ammassata non rispettava le regole o non conservava come si deve le cose donate (scarpe, vestiti, piccole suppellettili), si stancavano subito e si ritiravano protestando . Ma io dico: come si fa a percorrere 80 km a quaranta gradi indossando una felpa pesante? Infine c’è una terza categoria che dice che bisogna respingerli e basta, tra questi anche molti del settore turismo che hanno registrato crolli significativi di presenze a causa dei rifugiati; oggi sono così tanti e ovunque, sul continente e sull’isola, da farmi temere una guerra civile. Vi racconto un episodio: in un paese dell’interno ho incontrato sulla strada vicino a un bar un gruppo consistente di profughi, smarriti, che non sapevano dove andare e che cosa fare. Ho tentato di aiutarli telefonando per organizzare il trasposto. La proprietaria del bar me lo voleva impedire. Diceva che dovevo mandarli via e basta, perché nessun turista si sarebbe fermato al suo bar nel corso della giornata. A quel punto ho detto di calcolare la possibile perdita di introiti e io avrei provveduto a risarcirla. Il marito in quel momento è uscito dal bar e voleva aggredirmi. Ho reagito e quasi siamo arrivati alle mani. Vedete, da qui è nata l’idea che in ogni momento potremmo trovarci sull’orlo di una guerra civile! La situazione sta peggiorando ovunque, mi pare anche da voi.

Che cosa fa la Chiesa Ortodossa Greca per i rifugiati?

La Chiesa ha una filosofia diversa. La preghiera è sufficiente. Aiuta i greci poveri e qualche istituzione distribuisce del cibo. Accade però che molti rifugiati non ne approfittano. Ho capito il motivo. Per molti di loro, alcuni laureati, studenti, professionisti, è mortificante, umiliante mettersi in fila con il piatto in mano! Fa bene Stavros a distribuire il cibo ad ogni tenda, ad ogni casetta.

Daphne, passato, presente, futuro: pensi che ci sia un futuro per i rifugiati?

Io continuo ad essere ottimista, allontano la paura, ma sento che è arrivato il momento nel quale si impone di agire insieme. Mi spiego: loro hanno paura di noi e noi di loro perché non riusciamo a conoscerci e questa situazione si aggrava con la seconda e terza generazione. Non so dove c’è stato lo sbaglio. Sicuramente la nostra scuola è razzista. Pensate che alla nostra festa nazionale il migliore allievo dell’ultima classe deve portare la bandiera. Bene, il migliore era un albanese! C’è stato una specie di dramma nazionale. Alla fine non l’ha potuta portare! Anche qui nazionalismo e “i greci prima di tutti”!. Io sono riuscita a integrare alcune persone e tra questi gli albanesi, semplicemente dando loro fiducia; certo la loro cultura è vicina alla nostra e non hanno nessuna religione che possa fare da barriera.

Credi che l’educazione potrà cambiare qualcosa?

È la cosa più importante, se non pensiamo solo alla “nostra educazione”. Di fatto le scuole raramente sono aperte alle altre culture e non c’è uno scambio reale perché non c’è la curiosità e il desiderio di conoscere ciò che è altro, diverso. Il pericolo è sempre il nazionalismo. Pensavamo di essere xenofili, e lo siamo ancora con chi ci appare migliore, più elevato di noi, francesi, tedeschi, inglesi, ecc. Quando abbiamo incontrato culture “altre” nel vero senso della parola, siamo diventati xenofobi! Io non smetto di sperare e poi quando incontro iniziative come Gariwo che racconta le storie dei Giusti di tutto il mondo, la speranza aumenta. In questa direzione la scuola, l’educazione possono far nascere un cambiamento.

Ho qui davanti i tuoi due libri, Quilombo e Nostimo. Ci racconti come sono nati?

Quilombo è una storia per bambini, nata da una storia vera. Nel campo di Pikpa, mi siedo in un momento di stanchezza estrema e vedo ai miei piedi un elefantino di stoffa per terra, sporco e malconcio. Penso alla sua vicenda, mi chiedo in mano di chi sarà stato, mi vengono in mente le montagne di gommoni tagliati che vedevo sulle coste e da cui oggi facciamo nascere borse colorate vendute per beneficienza. Naufragio? Salvezza? Bene, penso alla mia nipotina, raccolgo l’elefantino, lo lavo, lo aggiusto e lo spedisco a lei insieme alla lettera che riceve da me tutti i mesi. Poi pongo mano alla storia dell’elefantino Quilombo, sopravvissuto nel campo profughi di Pikpa.

Nostimo, il libro di cucina e non solo, in greco significa “gustoso”, contiene anche il sentimento di nostalgia, il desiderio del ritorno, della scoperta di cose buone e della casa. Non sono mai stata una grande cuoca, ma cucino bene e ho coinvolto in questo lavoro i nostri clienti in albergo che a turno, volontariamente, scelgono di stare un po’ con me in cucina. Di qui è nata la richiesta di avere le ricette, le ho scritte e ho mescolato cucina, ricordi, storia. E’ un libro per Votsala (Votsala è il nome dell’albergo di Daphne, n.d.r.), per questo nostro spazio di mare che abbiamo davanti, con questa luce e questi profumi!

Daphne, bene e male, vita e morte. Un tuo pensiero!

A volte ho più paura della vita che della morte. Intendiamoci, sono molto attaccata alla vita, anche se a volte è tremenda. Ogni esistenza contiene pagine di dolore oltre che di gioia. Ma della morte non so niente e mi fa meno paura.

Fotografiamo il volto di Daphne, di Iannis e noi con loro. Poi tra le pagine del libro di Daniele Biella “Lesbo, l’isola dei Giusti” ritrovo un foglio che contiene qualche riga della testimonianza di Daphne al Monte Stella. Lasciamo a loro il libro e rileggiamo le poche righe silenziosamente:

Non è sempre stato facile. Cosa puoi fare? Aiutare, in qualsiasi modo e a qualsiasi prezzo. Credi che tu, che già sai qualcosa, tu che in passato sei stata in contatto con tanti profughi, tu che hai mangiato, hai riso, hai sentito tutte quelle storie terribili e dure, hai condiviso tanto tempo con loro, credi che anche questa volta ce la farai, non ti piegherai, non sarai disperata. Tu sei forte e sai… Ma improvvisamente la verità ti dà uno schiaffo… Sei stanca, disperata, piangi. Senti che tutti i tuoi sforzi non sono che una goccia nell’oceano. Ma ho resistito…

Ci alziamo attratti dalla luce del tramonto e ringraziamo in cuor nostro di avere incontrato Daphne, la sua famiglia e i suoi amici. Sappiamo che resisterà e che non sarà lasciata sola.

A cura di Anna Maria Samuelli e Pietro Kuciukian

19 settembre 2018

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