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Turchia, opposizione divisa, questione curda ignorata

Intervista all'analista politico Cengiz Aktar

Manifestanti della "marcia per la democrazia" indetta dal Partito pro-curdo HDP e vietata dalle autorità

Manifestanti della "marcia per la democrazia" indetta dal Partito pro-curdo HDP e vietata dalle autorità ahvalnews.com

È iniziata ieri in Turchia la "marcia per la democrazia" organizzata dal Partito Democratico dei Popoli (HDP), il partito di sinistra filo-curdo, per protestare contro la repressione politica nei confronti dell'opposizione. La meta da raggiungere in cinque giorni è Ankara, ma la polizia è subito intervenuta bloccando i due cortei in procinto di muoversi da Edirne, nel nord-ovest, e da Hakkari, nel sud-est, e procedendo ad arresti. Il governo ha imposto un divieto temporaneo di assemblea, ritrovo pubblico e spostamento nelle città con la motivazione dei rischi legati all'epidemia da Covid-19, mentre i governatori delle otto province interessate dalla marcia hanno chiuso i confini amministrativi vietando il transito.

Parliamo della situazione in Turchia con Cengiz Aktar, analista politico turco esperto in questioni relative alle minoranze e sostenitore del dialogo turco-armeno, a cui ha dedicato il libro "L’Appel au pardon" pubblicato in francese nel 2010. Dopo venti anni alle Nazioni Unite, Aktar è tornato al mondo accademico nel 2000 in Turchia. Attualmente vive in Grecia e insegna presso l'Università di Atene.

Il 4 giugno 2020, i deputati del Partito HDP Leyla Güven e Musa Farisoğulları e il deputato del Partito Repubblicano CHP Enis Berberoğlu sono stati privati ​​dei mandati parlamentari e incarcerati, portando così a dieci il numero dei deputati in carcere. Non c'è stata alcuna reazione nell'opinione pubblica. Perché?
In generale, nell'opinione pubblica turca non c'è empatia nei confronti dei curdi. Niente di nuovo: ci sono molti altri esponenti politici eletti in Parlamento o funzionari locali di origine curda che sono stati licenziati, incarcerati, torturati, maltrattati da anni. È ricominciato nel 2015 e pochissime persone si sono preoccupate per questi fatti. La maggioranza non se ne è nemmeno accorta. E lo stesso succede ora con questi tre parlamentari, due curdi e uno turco. Il regime ha rilasciato quello turco e il suo partito ha immediatamente dimenticato cosa è successo agli altri due parlamentari.

Passiamo alla situazione nelle province curde: 21 co-sindaci eletti nel 2019 nelle liste HDP e altri 27 sindaci curdi eletti nel 2014 sono attualmente in carcere e ci sono stati arresti di difensori dei diritti umani, giornalisti e intellettuali. Possiamo parlare di pulizia etnica nelle province del sud-est?
Hanno rimosso la maggioranza degli amministratori locali, su 65 comuni conquistati dai partiti curdi alle ultime elezioni, solo venti sono rimasti in carica. Il governo mira a emarginare politicamente i curdi, perché non può fare una pulizia etnica.

Crede che questo possa cambiare?
Penso che sia una tendenza permanente nella politica turca ignorare ciò che sta accadendo ai curdi in generale e in realtà questo è uno dei motivi per cui l'opposizione turca è così divisa. Ed è per questo che non riusciranno mai a essere un problema per questo regime, perché non sono in grado di agire insieme. Non considerano i curdi come cittadini uguali. È come il razzismo negli Stati Uniti e in Europa. Sono razzisti, odiano i non musulmani e odiano i curdi. Una delle conseguenze è che un milione di curdi oggi vive in Europa.

Quali prospettive ha la società civile turca di difendersi e riconquistare il diritto di esprimersi?

La società civile turca è stata gravemente umiliata e la prova più evidente è il caso di Osman Kavala, uno dei suoi più importanti esponenti, imprigionato da 950 giorni senza una sola accusa concreta nei suoi confronti. Il mondo intero ha protestato e la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) ha chiesto il suo rilascio immediato, ma la Turchia non è un paese in cui prevale lo stato di diritto. A loro non importa quello che la gente dice e soprattutto quello che la Corte dei diritti umani chiede.

Crede che ci siano dei Giusti in Turchia e che la loro azione sommata a sostegni dall'estero possa contribuire a migliorare lo stato della democrazia nel suo Paese?
È sempre utile ricevere sostegni e ci sono molti Giusti in Turchia e all'estero. Ma la società civile turca è ora in gravi difficoltà e non vedo come un sostegno esterno possa cambiare le cose. La Turchia è un Paese totalitario. La Turchia e il regime devono essere isolati e l'isolamento può essere attuato solo dai governi e dagli organismi politici internazionali, che non lo stanno facendo. Francamente, il sostegno da parte di movimenti civili stranieri potrebbe non essere sufficiente per raggiungere questo scopo fino a quando i governi non decideranno di cambiare atteggiamento. Soprattutto la Germania, che continua felicemente a vendere armi al regime, e l'UE, che si occupa solo della questione dei rifugiati. Nient'altro li interessa.

Il futuro del Rojava: questa esperienza di autogoverno federale con diverse comunità etniche (curdi, arabi, armeni, assiri, yazidi e turkmeni di Siria) sarà in grado di sopravvivere?

La situazione è stabilizzata, per ora Idlib è la priorità per la Turchia, penso che sarebbe molto difficile per il governo turco avanzare ulteriomente e muovere contro il Rojava, perché adesso là c'è l'esercito curdo. Sarebbe molto difficile combattere questo esercito, combattere in Idlib e in Libia, sostenere due fronti diversi. La Libia è più importante. Si stanno impegnando in troppi fronti e avranno problemi prima o poi.

Anche la Turchia è stata investita dalla pandemia da Covid-19. I dati aggiornati mostrano 180mila casi positivi, 152mila guarigioni e solo 4.825 decessi su una popolazione di 83 milioni. Stando a queste cifre la Turchia, come altri paesi autoritari, sembra avere gestito la pandemia meglio di molte democrazie occidentali. Quali sono le ragioni del successo: un sistema sanitario efficiente, il lockdown che ha funzionato o qualche altro elemento?
Innanzitutto il successo è molto relativo perché gli osservatori internazionali, in particolare la principale istituzione accademica che valuta le statistiche sulla pandemia, la John Hopkins University, non prendono sul serio dati forniti dalle autorità turche e da quelle cinesi, e anche molti esperti in Turchia e all'estero fanno lo stesso.
In realtà ci sono diversi motivi. Primo: il numero di morti ovviamente è molto basso, ma le cifre dipendono molto dal numero di test. Se esegui pochi test, otterrai pochi risultati positivi.
Due: non stanno seguendo le raccomandazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in merito alla classificazione dei decessi, perché ce ne sono molti la cui causa è indirettamente dovuta al coronavirus, come effetto secondario. Queste morti non sono registrate come dovute al coronavirus.
E la terza ragione è probabilmente in relazione con la seconda: nascondono le cifre perché vogliono disperatamente far ripartire l'economia e ancora più disperatamente riaprire la stagione turistica.
E ovviamente questo non funzionerà, nessuno ci crederà, nessun paese europeo permetterà ai suoi cittadini di andare in vacanza in Turchia, a cominciare dalla Germania. Ma ci sono vari motivi per cui le autorità sembrano aver affrontato correttamente la pandemia. Innanzitutto i numeri non sono trasparenti. Due, la popolazione è molto giovane e il numero di morti è legato a questo. E infine hanno costruito grandi centri medici privati negli ultimi quindici anni, all'inizio del tutto superflui, ma ora sono utili per gestire le unità di terapia intensiva. Questi sono i motivi principali per la gestione sembra aver funzionato.



Viviana Vestrucci, Gariwo, la foresta dei Giusti

16 giugno 2020

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