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​“Una politica responsabile contro la violenza tra israeliani e palestinesi”

Intervista a Manuela Dviri

Le autorità israeliane chiudono la spianata delle Moschee

Le autorità israeliane chiudono la spianata delle Moschee radio vaticana

Giovanissimi palestinesi che accoltellano ebrei e vengono uccisi seduta stante dalla polizia. Che cercano di forzare le uscite di Gaza. Che lanciano sassi in Cisgiordania. In un Medio Oriente minacciato sempre di più anche da forze estremiste come l’ISIS, la spirale di violenza entro cui è precipitato Israele nelle ultime settimane non può non destare preoccupazione. Abbiamo interpellato la pacifista e scrittrice israeliana Manuela Dviri, autrice di recente di Un mondo senza noi pubblicato da Piemme che lei stessa ha presentato su queste pagine, che propone la buona politica e la cooperazione quotidiana tra israeliani e palestinesi per giungere a un accordo. È, infatti, fondatrice di Saving children, una realtà nata 12 anni fa che finora ha curato 11.000 bambini palestinesi negli ospedali israeliani. Perché, vedendo l’essere umano nella sua fragilità davanti alla malattia, si possa ritrovare un senso di fraternità.

Che cosa pensa degli accoltellamenti che avvengono in queste settimane nella Città Vecchia di Gerusalemme e in molte altre zone di Israele?

Penso che sia un orrore. L’avvenimento per me forse più sconvolgente è avvenuto il 12 ottobre, pochi giorni fa e sembra passata una vita, quando un adolescente di 13 anni e uno di 15 anni hanno accoltellato un altro adolescente di 13 anni che si era appena comprato delle caramelle e faceva un giro in bici; subito dopo hanno colpito anche un giovane uomo di 25 che passava anche lui lì per caso. Chi e cosa hanno spinto questi ragazzi in una tale follia?

Sono inorridita da questa intifada dei coltelli ,di giovani che uccidono altri giovani, e vengono a loro volta feriti o uccisi, da questa “guerriglia di Facebook”. Molti attentatori avevano infatti pubblicato le loro intenzioni in post sul social network, scambiandosi addirittura notizie su come attaccare – (“conviene essere in due per uccidere, perché in due si riesce meglio”; o come far saltare le bombole del gas, trasformate in esplosivo come ha provato, per fortuna senza successo, a fare una ragazza). Mi turba moltissimo questa ennesima violenza inutile, questo ennesimo spargimento di sangue, e mi spaventa il collegamento tra il coltello, forse l’arma più primitiva che ci sia, e la tecnologia avanzata.

Tutto quello che sta succedendo in questi giorni, insomma, è sconvolgente, e lo è ancora di più perché è senza dubbio conseguenza di un immobilismo politico totale . Il processo di pace è fermo, e quando nulla si muove, nel vuoto entra la violenza. Possibile che nel 2015 si muoia ancora sugli orari delle visite di ebrei e musulmani alla spianata delle Moschee? Questi due popoli sono disperati e senza futuro. I due leader di questa terra, invece di creatività e buon senso, invece di guidare i loro popoli, si lasciano trascinare nel vortice delle solite frasi fatte di sempre, dai luoghi comuni, dal populismo più trito e ritrito. Molti, in Israele, avevano votato Netanyahu che aveva promesso “sicurezza e tranquillità”, e non abbiamo, oggi, né l’una, né l’altra.

Come reagisce l’opinione pubblica israeliana davanti a tutto ciò?

L’opinione pubblica è attonita, preoccupata, inorridita, spaventata, a volte anche paranoica. Si vedono molte armi, molto spray al peperoncino per difendersi. C’è più paura a Gerusalemme e nei territori, ma in realtà un po’ dappertutto perché la violenza arriva ovunque.
La gente è furiosa, si sente impotente. Siamo un Paese come tanti altri, quindi può immaginare come si sentirebbe un italiano a pensare che si accoltella la gente in strada. Ecco, ci si sente esattamente così. Non ci si abitua alla violenza, mai.

La tecnologia, oltre che favorire in certi casi la violenza, pare impotente a controllarla, nonostante Israele abbia una sofisticata rete di controlli e informatori nella West Bank. Questi giovani partono e compiono attentati senza apparentemente che qualcuno lo possa prevedere. Come si potrebbe fermare a suo avviso la spirale della violenza?

È impossibile, per ora, intercettarli con l’alta tecnologia e questa impossibilità si vede dai risultati. Inoltre sembra che gli attentatori non facciano parte di cellule terroristiche o di gruppi organizzati. Se lo fossero, sarebbe più facile scovarli. Quasi tutti vengono poi feriti o uccisi dai poliziotti o da cittadini armati. Quindi sono chiaramente ben determinati e decisi a diventare “shaid”, cioè martiri.

La violenza di questi giorni ci ha colpito del tutto impreparati. È una guerra d’attrito a ondate, langue e si riprende, cresce, deborda e esplode, invade città e villaggi, cambia di giorno in giorno, di ora in ora, di minuto in minuto, sia per i luoghi che per i protagonisti. Siamo in una crisi mondiale all’interno del mondo arabo tutto e del Medio Oriente, siamo a due passi dalla Siria e dal Libano, il caos che ci circonda sarebbe stato improbabile che non arrivasse qua. Ed è infatti arrivato anche qui. L’unico modo di fermare questo vortice di violenza, prima che scappi di mano, è la politica.

Nei suoi libri ha proposto un nesso tra ciò che succede in Israele e quello che è successo in Europa e purtroppo anche in Italia con la Shoah. Insegnare ai palestinesi cos’è stata questa pagina della storia secondo lei potrebbe aiutare a prevenire la violenza?

Non credo proprio. Io credo che un sistema educativo equilibrato possa certamente servire, ma che senso ha parlare con i palestinesi di un torto fatto dall’Europa al popolo ebraico in un altro secolo e in un altro contesto? Non credo la soluzione sia da trovare nel passato, ma nel presente. E in un presente che offra una qualche possibilità di futuro. Continuerò a dirlo finché avrò fiato, la soluzione è nel compromesso che nasce dal dialogo, non nella affermazione di un popolo a scapito dell’altro. Non c’è altra strada, non c’è altro modo. Non c’è proprio.

Ci parla del suo progetto di pace, “Saving children”? Nella malattia i nemici diventano fratelli, ha scritto. Questo funziona veramente nella sua esperienza?

Saving children (non ha nulla a che fare con il più famoso Save the Children) si occupa di curare bambini palestinesi in ospedali israeliani quando non è possibile farlo in ospedali palestinesi, per mancanza di attrezzature o di medici specializzati. I bambini arrivano in Israele accompagnati da uno dei genitori o da un parente, e, a fine cura, consultazione o operazione, ripassano il check point e tornano a casa. I fondi per questo progetto arrivano da varie Regioni italiane , Umbria, Toscana, e ultimamente anche Lombardia. È un progetto di una semplicità disarmante che funziona benissimo, e non si è mai fermato mai, malgrado guerre e intifade .

Nella malattia ci assomigliamo tutti. E i bambini, sani o malati, sono tutti uguali. Che siano palestinesi, israeliani, ebrei o musulmani o cristiani. E tutti hanno diritto alla vita. Ad ora abbiamo curato circa 11.000 bambini palestinesi. E continuiamo a farlo anche in queste giornate convulse. La convivenza, questo progetto ci dimostra, è possibile. Però ci vogliono diplomazia e politica, buon senso e tanto lavoro. E bisogna anche che la si desideri e ci si creda, e in questo momento non è poi così ovvio.

Secondo lei questa ondata di violenze è una “intifada” o no?

Da quello che si vede, perché come dicevo prima poi è una situazione molto fluida che cambia di giorno in giorno e di in ora - qui gli esperti continuano a parlare in televisione e ognuno dice la sua e mezz’ora dopo è già cambiato tutto – probabilmente sì. È iniziata a circa metà settembre ed è proseguita così, a ondate. Da Gaza ogni tanto c’è un tentativo di entrare in Israele, ci sono i sassi in Cisgiordania. Ma poco importa il nome di questa violenza: è una spirale che non si può fermare in altro modo che con una politica responsabile, difficile, complicata, dura, ma non c’è altra possibilità.

Non c’è veramente altra scelta. Altrimenti si cadrà nel baratro da cui non si riuscirà più ad uscire.

Ha in progetto un nuovo libro?

Ho in progetto un giallo, ma ci vorrà ancora un po’ di tempo. Sono molto indietro, purtroppo. Non riesco a concentrarmi.

Carolina Figini, Redazione Gariwo

19 ottobre 2015

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